Paolo Spina si dedica ogni settimana alla preparazione dei commenti alle letture domenicali. A Novara, dove è nato nel 1986, è studente di Medicina e Chirurgia.
Impegnato in parrocchia, è catechista e animatore liturgico
Cari tutti,
le riflessioni sulle letture dell’Assunta, solennità che celebreremo posdomani, vi sono già state inviate sabato scorso; oggi vi propongo, con un po’ d’anticipo, quelle per domenica 17. Domani mattina, infatti, comincerà la mia settimana di vacanza, con destinazione Londra.
Insieme alle bellezze artistiche e storiche della capitale inglese, non mancherò di visitare i luoghi che, anche là, parlano di Cristo: la cattedrale di Westminster, cattolica, e l’abbazia di Westminster, anglicana, che ancora fanno memoria dei tanti vescovi di quella terra che hanno confessato la propria fede con lo spargimento del sangue – su tutti ne ricordo due: i santi Thomas Becket, vissuto nel XIII secolo, e John Fisher, poco più di duecento anni dopo; ma anche il Brompton Oratory, fondato nel secolo scorso nientemeno che da quel gigante della fede che fu il cardinale John Henry Newman, prima anglicano e poi convertito al cattolicesimo, oggi sui passi della beatificazione. Poco testimonia la presenza di san Thomas More, anch’egli martire, esempio eminentissimo di cristiano laico, dalla fede cristallina e dallo humour simpaticissimo fino al martirio: ma troverò comunque il modo di ricordarlo.
Con questi sentimenti auguro anche a voi buone vacanze o buon ritorno alle abituali occupazioni, con la garanzia che, per tutti e per ciascuno, avrò un ricordo nella preghiera.
prima lettura
Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore:«Osservate il diritto e praticate la giustizia,perché prossima a venire è la mia salvezza;la mia giustizia sta per rivelarsi.Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore,e per essere suoi servi,quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza,li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.I loro olocausti e i loro sacrifici saliranno graditi sul mio altare,perché il mio tempio si chiameràcasa di preghiera per tutti i popoli».
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?
Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia.
Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
La fede delle briciole
Nel sole d’agosto o nel grigio delle città semideserte, in un assonnato pomeriggio d’estate o negli occhi rivolti al buio per cercarvi una stella cadente, non sempre è facile vedere Dio, riconoscere la sua presenza. E, ancor più difficile, sperimentare che Dio esiste ed è Amore, Amore gratuito, senza riserve, senza se e senza ma, senza preferenze o raccomandazioni, senza pregiudizi o antipatie. È impegnativo, mentre la media delle conversazioni attorno a noi ha per argomento abbronzatura e locali notturni, vacanze last-minute e voli low-cost, ritornare a noi stessi: il resto è più divertente, o più rilassante, o più concreto. Ma questo appuntamento si può soltanto rimandare, non è possibile cancellarlo dall’agenda. Tornare a me stesso: al mio io vero, non quello plasmato dalla pubblicità, al mio io originale, non quello costruito a tavolino per realizzare il massimo risultato col minimo sforzo, senza incrostazioni o sovrastrutture, ma in trasparenza e sincerità; tornare all’uomo, per conoscere di Chi ne è immagine. E ritornare, al di fuori da noi, belli nel senso più autentico del termine, perché riappropriatici di ciò che più è vero, essenziale, specifico, “nostro”. Senza effetti speciali, il miracolo più grande di Cristo è proprio questo: Dio che sprofonda nella semplicità del quotidiano e nell’amarezza della morte per innalzare l’uomo alla grandezza dell’amore e alla bellezza della vita vera.
«La mia salvezza sta per venire»: sono, queste, tra le primissime parole della prima lettura oggi propostaci, scelta per la liturgia da quella parte del libro di Isaia che è definita “terza” dagli esegeti che studiano gli scritti del profeta o a lui successivamente attribuiti. Sono parole che il Signore, per bocca di Isaia, rivolge al suo popolo: l’esilio sta per terminare, la dura permanenza in terra straniera finirà per lasciare il posto a un ritorno gioioso nella terra dei padri.
Ma queste parole tanto belle e ricche di forza, gioia e coraggio, non sono reperto archeologico appartenente alla storia del Medio Oriente, o felice conclusione di un ingiallito bollettino di guerra dal quale ci separano i secoli. Come ogni singola parola della Scrittura, essa ha qualcosa da dire anche a noi, a noi che abitiamo l’eterno oggi dello scorrere degli eventi, un oggi che è la grande giornata della storia dell’umanità continuamente visitato dal Padre di tutti. Ed è Lui a ripeterci, con un entusiasmo che non si spegne: «la mia salvezza sta per venire». Parole che hanno attraversato i secoli, rivolte da un profeta agli israeliti in terra babilonese; e poi impresse con l’inchiostro in quel rotolo che, più di venti secoli fa, ha letto per la prima volta ad alta voce in sinagoga il ragazzino che celebrava il proprio bar mitzvah; e poi ricopiate dai monaci amanuensi – forse con qualche piccolo errore di grammatica o sintassi, ma come non scusare quei giovani che hanno sfidato fame, stenti, guerre, ignoranza, per tramandare fino a noi il patrimonio della fede? – in quei codici che, ad un tempo, sono opera d’arte e monumento dello Spirito; e poi stampate, lette e rilette, e ancora stampate, e oggi impresse pure, lettere nere su sfondo bianco, sui monitor dei computer, anch’essi strumenti con cui la Parola può oggi bussare alle porte del nostro cuore.
È questo un brevissimo excursus sulla storia del libro o della scrittura? No, anzi, è constatare come Dio non si stanca di raggiungerci e di sussurrare, anche a noi: «la mia salvezza sta per venire». Davvero, Signore? Lo dicevi agli esiliati a Babilonia, poi ritornati a casa loro. La profezia, dunque, finì lì. Perché, invece, ti ostini a ripeterlo a noi, quando tutto sembra arrivare fuorché questa «salvezza» – così generica e fumosa, poi – che ci dici così imminente?
Salgono l’inflazione, il prezzo del petrolio, il numero delle medaglie che l’Italia vince alle Olimpiadi o quello delle vittime di incidenti stradali, la temperatura di un’estate che, quest’anno, non sembrava mai arrivare. Si avvicinano i giorni dedicati alle vacanze, come poi si inseguiranno quelli che ci riporteranno sui banchi di scuola o al lavoro. Ma, di questa «salvezza», nemmeno l’ombra.
Forse non ci siamo capiti, è evidente che noi e il Signore parliamo due lingue diverse. Deve essere così: perché, se per «salvezza» intendo soldi, potere ed ottenere senza fatica qualunque cosa mi passa per l’anticamera del cervello, a me non è arrivato ancora niente. Ma, forse, il dizionario dei sinonimi, in Paradiso, lo pubblica un altro editore. E il buon Dio lo sapeva ancor prima che lo capissimo noi: parla di «stranieri», per loro è questo messaggio. Siamo noi questi «stranieri»: perché, quando il Signore si scelse il popolo ebraico, non lo fece per dichiarare che esistono uomini di serie A e altri di serie B, C o Z. La sua scelta non è capriccio, ma elezione: perché essa è già tutta carica e impregnata di servizio. Così, gli ebrei non furono scelti perché più belli, più bravi o più santi degli altri, ma perché imparassero dal Signore ad essere giusti, integri, sinceri e capaci di amare, per poi essere a loro volta apripista e battistrada di un’umanità rinnovata. Noi, oggi, a distanza di tempo, possiamo valutare ed apprezzare questa singolarissima pedagogia di Dio che, attraverso i secoli, chiama l’uomo a ritornare sempre più alla sua intima sorgente, l’«immagine e somiglianza» che ognuno di noi ha impressa nell’anima. Anche il cristiano, in certo senso, ha il medesimo compito, un tempo affidato al popolo dell’antica alleanza: ed anche i cristiani, come gli ebrei di un tempo, rischiano di diventare «stranieri» quando si allontanano dal cuore del Signore, unica patria di chi crede in Lui.
Nessuno deve temere o minacciare, però, esclusioni di sorta da questo luogo, l’Amore dell’Eterno, in cui non vi sono restrizioni alla frontiera o permessi di soggiorno temporanei o limiti per goderne la cittadinanza. Lo statuto è, infatti, costituito da un unico articolo: «amare il nome del Signore». Un amore che significa cercare il Bene senza misura e senza confini nello sforzo di realizzare il bene per noi stessi e per gli altri, cioè un bene che si coniuga nel rispetto dell’altro e della sua libertà, nell’onestà che non scende a compromessi, nell’agire integro e senza macchia, nell’amore disinteressato. Solo così anche noi, «stranieri» inevitabilmente segnati da limiti e mancanze, se animati da questo spirito che mai si arrende o si accontenta, potremo giungere a quella «salvezza» che «sta per venire», è già qui, è in mezzo a noi, perché è presente dove c’è chi si impegna per realizzarla, per costruirla, per affrettarne la venuta.
Ci sono molti motivi per essere pessimisti, nel nostro tempo. E, infatti, il Signore non ci dice che sia facile seguire Lui. Si rivolge così, invece, a quegli «stranieri» che nemmeno sapevano chi fosse ma che ora desiderano sforzarsi di camminare nelle sue vie: «li colmerò di gioia nella mia casa». Sappiamo quanto sia intima e personale la dimensione di casa propria: la lingua inglese, addirittura, distingue quella che è l’abitazione – house – da ciò che è la dimora della famiglia e degli affetti – home. È questo l’Amore grande e senza confini di un Signore che non appiccica etichette ma che tutti chiama alla salvezza. E se ci dà di più, è solo per dividerlo con quanti più possibile, perché tutti riscoprano l’amicizia con Dio: «la mia casa sarà casa di preghiera per tutti i popoli».
Paolo, rivolgendosi ai cristiani di Roma ed ai cristiani di ogni luogo e di ogni tempo, torna su questo tema. Ho già accennato al ruolo del popolo di Israele: un faro nel buio, non una lampadina paga del proprio illuminarsi; un rigagnolo d’acqua fresca nella rovente sabbia del deserto, che non deve temere di spegnersi e confondersi tra i granelli per dare ristoro alla terra, altrimenti la ricchezza dell’acqua che porta in sé è solo virtuale, non si concretizza in nulla. Questo è il grande rischio di essere investiti di un incarico importante: non esserne all’altezza, farsi belli del proprio podio o godersi il cadreghino su cui si è appiccicato il sedere senza assolvere agli obblighi connessi all’incarico.
Grande il popolo degli ebrei, famiglia dei nostri “fratelli maggiori”, scelti per primi da Dio perché tutti lo conoscessero: ma proprio qui sta il punto, perché grande fu anche l’infedeltà quando l’identità di popolo eletto si è confusa con una sorta di diritto di primogenitura, presto sfociato in chiusura verso tutto ciò che è altro, in pretesa di essere indispensabili, insostituibili, perfetti, unici detentori di una licenza per la salvezza.
Paolo sa bene tutto questo, è una realtà che vive dal di dentro; non dobbiamo dimenticare, infatti, che pur con le riserve accennate, l’alleanza antica è stato il percorso obbligato nei disegni di Dio: Gesù era ebreo, la sua genealogia affonda nelle radici più gloriose – e anche in quelle più esecrabili, basta consultare la Bibbia – della discendenza di Abramo; il nucleo della Chiesa delle origini, il collegio degli apostoli, era formato da ebrei fedeli ed osservanti; lo stesso Paolo si descrive così: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio».
La grandezza dei discepoli sta nell’intravedere che il Signore ha veramente compiuto «una cosa nuova» nel donarci suo Figlio, perché tutti potessero essere salvati. Grandezza che diventa lungimiranza nel comprendere Gesù che afferma: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento». Un «dare compimento» che investe e carica anche noi di responsabilità, che segna ed individua la nostra missione, come travolse con un soffio di novità, il vento di Pentecoste, gli apostoli e Maria, piccola grande Chiesa. Con una bella immagine il cardinale Roger Etchegaray immaginò cosa vide Gesù Cristo dopo essere asceso al cielo ed aver inviato lo Spirito Santo: un mondo buio, perché Colui che è Luce non lo abitava più ma, in questa oscurità, dodici, piccole fiammelle. Sì: Maria e gli Undici sono stati i primi ad aver segnato il passo, ad essersi impegnati col proprio sì nel grande mosaico della storia della salvezza. Senza essere capolavoro, sono stati minuscola tessera: una missione che non porta al centro della scena, ma che è indispensabile per la completezza dell’opera.
Con il Battesimo e la Confermazione noi pure siamo diventati “fiammella”: e il Signore, mai stanco di guardare a quelle fiammelle che, in duemila anni di storia, in nessun momento hanno cessato di moltiplicarsi, conta anche su di noi perché, pian piano, tutta la tenebra che ci circonda sia diradata dall’aurora della redenzione.
Mi vengono in mente alcuni versi bellissimi di Trilussa, scritti in un romanesco così facile da essere accessibili anche a un novarese come me: «Davanti ar Crocifisso d’una chiesa, una candela accesa se strugge da l’amore e da la fede. Te dà tutta la luce, tutto quanto er calore che possiede, senza abbadà se er foco la logora e la riduce a poco a poco. Chi nun arde nun vive. Com’è bella la fiamma d’un amore che consuma, perché la fede resti sempre quella! Io guardo e penso. Trema la fiammella, la cera cola e lo stoppino fuma».
Già: anche se la fiammella della fede trema davanti agli inevitabili scossoni del nostro quotidiano, se la cera di quanto facciamo sembra colare e scappare da tutte le parti senza che ci rimanga in mano nulla di concreto o riesca a spandere solo un poco di fumo e puzza di bruciato, «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili», ci ricorda Paolo. Non abbiamo scelto noi in quale famiglia, luogo o momento storico nascere, né le doti e le sensibilità che caratterizzano ciascuno di noi. E, come non abbiamo potuto accedere al campionario delle qualità per attingere quelle che preferivamo, così ci sfugge la visione per intero del disegno in cui l’Artista divino ci ha inseriti.
A noi, invece, sta l’accoglienza di questo piano, certi che è come l’etichetta con il nome del proprietario attaccata alla valigia: viene dal Signore e lì deve tornare. E il nostro essere «candela accesa», come quella del sonetto romanesco, pur di cera che macchia dove cade, pur con lo stoppino bruciacchiato e dalla fiammella non troppo coraggiosa, deve renderci unicamente capaci di ardere, per vivere pienamente, per vivere fino in fondo, per mostrare agli altri la Vita bella, vera, senza fine.
In questo mese di partenze verso i luoghi di vacanza, l’odierna pericope evangelica sembra sintonizzarsi su questo tema, proponendoci una singolarissima gita del Maestro verso regioni che stanno al limitare della Palestina: «partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone». È importante sottolineare che Cristo non arriva in quelle località abitate da pagani, e non da ebrei; semplicemente il suo cammino si spinge in quella direzione, «verso la zona di Tiro e di Sidone», specifica il testo. E, senza che abbia varcato il confine tra la terra di Israele e quella dei pagani, «una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare».
Ancora oggi il Maestro cammina verso chi è lontano da Dio, verso chi vive nell’indifferenza religiosa, nel puro agnosticismo oppure più orientato verso una nuova forma di paganesimo che ha per idoli la bellezza esteriore, l’efficienza, il denaro, il potere. Il Signore non trascura chi abita la sua casa, chi vive nel tempio – magari senza conoscerlo, come il giovane Samuele –, non cessa di sollecitare chi si trova sulla soglia dello stare con Lui. Di più: procede a passo spedito verso chi nemmeno lo conosce o fa finta di non conoscerlo. Ma è talmente rispettoso della nostra libertà, l’unico luogo in cui si può amare in verità e pienezza – e il nostro Dio è un Dio che si chiama Amore –, che viene «verso» di noi, senza invadere la nostra proprietà privata, senza scavalcare cancelli, eppure facendo discretamente capolino. Per farci capire che Lui, in qualunque momento noi desideriamo, c’è, ed è qui, per noi.
E mentre Gesù passa, mentre cammina per le assolate e polverose strade di quella provincia sperduta dell’impero romano, ecco arrivare «una donna Cananea». Sembra che Matteo e Giovanni siano stati compagni di banco alla scuola per evangelisti: non voglio mettere in dubbio la realtà degli episodi, però non posso fare a meno di notare che entrambi evitano, raccontandoci due incontri significativi nella missione del Maestro (quello con la Samaritana nel quarto vangelo e, oggi, quello con la Cananea), di riferirci il nome di queste due donne. Sappiamo solo la loro “nazionalità”: e, guarda caso, si tratta l’una di un’eretica, l’altra di una pagana. Ma se con la Samaritana Gesù mostra garbo e cortesia, lasciandola parlare, senza interromperla, addirittura offrendosi come «acqua viva», qui il Signore ci appare maleducato e assolutamente privo di tatto: nemmeno il tempo di spiegarsi per questa madre, per parlare della figlia «molto tormentata da un demonio», descrivendo con dovizia di particolari e di lacrime le innumerevoli sofferenze patite dalla famiglia, che il Maestro tronca il dialogo sul nascere. Di più: «non le rivolse neppure una parola».
Difficile per noi ascoltare un racconto così amaro, in cui il Signore appare distaccato e indifferente. E mentre l’incredulità e lo stupore che non trovano parole di fronte a questo Messia cafone cominciano a trasformarsi in solidarietà nei confronti di questa donna per tutte quelle volte in cui, anche noi, abbiamo chiesto aiuto a Dio e ci è sembrato che la sua risposta fosse il silenzio e il disinteresse, sembrano tenere la nostra parte perfino gli apostoli, turbati almeno quanto noi, che non si limitano ad interpellare Gesù per fargli cambiare idea, a tirargli delicatamente la tunica; addirittura, leggiamo, «lo implorarono». Forse li spingeva una motivazione meno nobile della nostra: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Questa Cananea senza volto né nome doveva essere parecchio petulante e fastidiosa; e i discepoli, a questo punto ancora più antipatici del loro Maestro, cominciano anch’essi a chiedere il miracolo per levarsela dai piedi.
È un Cristo glaciale quello che risponde: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma qui, forse, cominciamo a capire qualcosa in più: perché, allora, Gesù si stava dirigendo «verso la zona di Tiro e di Sidone»? Il Messia è venuto a mostrare il volto del Padre che, mentre vuole che tutti conoscano il grande amore che ha per i suoi figli, al tempo stesso è un Dio fedele alle sue promesse, un Dio che non ha mai rotto l’alleanza con il popolo che, per primo, aveva scelto perché tutti potessero, passo dopo passo, arrivare a Lui. Da parte nostra, invece, non sempre abbiamo mostrato la medesima fedeltà: la stanchezza degli ebrei portò il Signore a sollecitare ancor di più il suo popolo attraverso la parola dei profeti e, infine, mandando il suo unico Figlio. È il medesimo peccato di tanti cristiani: abitare le chiese e, al di fuori di esse, vivere come se il Credo recitato ogni domenica non esistesse; affermare di credere, ma solo nei sicuri confini delle sacrestie; accendere la candela alla Madonna, ma chiudere gli occhi di fronte alle richieste dei fratelli.
«Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini»: Gesù non intende far infuriare gli animalisti, ma ricordarci, ancora una volta, di non dare «le cose sante ai cani» e di non gettare «le perle davanti ai porci». Il Signore ama senza misura, ama anche senza contraccambio: ma guai a chi non riconosce questo tesoro inestimabile. Ed ecco la grandezza di questa donna Cananea: «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Grande, grandissima donna senza volto né nome, dietro la quale può celarsi la fede di ciascuno di noi, senza pretese di essere migliori degli altri, senza le false sicurezze di chi si sente a posto con la Messa domenicale, ma sapendo solamente riconoscerci piccoli, mediocri, limitatissimi e, insieme, estremamente bisognosi di misericordia, di salvezza, di pace.
È questa la fede delle briciole, una fede che non sale sui piedistalli, che non smuove le masse, che non fonda congregazioni; è una fede delle piccole cose, capace di rendere più gustoso un piatto di pasta solo perché condiviso con un’altra persona che non aveva di che mangiare o che non possedeva la dose necessaria di serenità per mettersi a tavola. La fede delle briciole non esplode in fuochi d’artificio, non grida ai miracoli, non costruisce cattedrali: eppure la sua piccola goccia è come la prima di una pioggia scrosciante, che riesce ad aprirsi una fessura nella terra riarsa perché possa ricevere tutta l’acqua che scenderà dopo. La fede delle briciole chiede, a volte insistentemente: ma quando mendica, è perché non ne può proprio fare a meno. In fondo, ha sempre la mano tesa, ma con una dignità grandissima: perché è proprio senza fare mistero di non avere nulla che riesce ad accogliere tutto.
Maria, piccola davanti agli uomini ma grande agli occhi del Signore, insegnaci ad avere la tua stessa fede, la fede della Cananea, la fede della Samaritana, la fede di tutti coloro che, dopo aver incontrato il Figlio tuo, sono tornati sui loro passi diversi, cambiati, rinnovati. Anche per noi, la grazia più importante da chiederti rimane sempre la stessa: che il tuo Gesù cambi il nostro cuore, ci renda disponibili ad accogliere l’inesauribile ricchezza del suo dono, lo Spirito dell’Amore, perché rivestendoci dei suoi stessi sentimenti e resi coraggiosi da quella fede, che è sì delle briciole, ma di briciole di granito, possiamo annunciare a tutti che dire sì a Lui è quanto di più bello e di più realizzante possa capitarci nella nostra vita.
Amen.
O Padre, che nell’accondiscendenza del tuo Figlio
mite e umile di cuore
hai compiuto il disegno universale di salvezza,
rivestici dei suoi sentimenti,
perché rendiamo continua testimonianza
con le parole e con le opere
al tuo amore eterno e fedele.
prima lettura
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo
Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza.
Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.
Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio.
Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».
seconda lettura
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo.
Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza.
Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte.
vangelo
Dal vangelo secondo Luca
In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».
Allora Maria disse:«L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;ha rovesciato i potenti dai troni,ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri,ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre».Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Un segno grandioso: una donna vestita di sole
Al culmine dell’estate e delle vacanze, con un giorno di riposo non solo per chi in ferie c’è già, ma anche per tutti (o quasi) quelli che continuano a lavorare, arriva il Ferragosto, a cui non si vuole contrapporre ma, anzi, è completato da una delle più grandi feste in onore di Maria, quella che celebra la sua Assunzione al cielo, in corpo e anima. Una fede che la Chiesa ha da sempre professato – sono testimonianza le chiesette di campagna o le maestose cattedrali (tra cui sono fiero di annoverare la “mia”, quella di Novara) da secoli dedicate al mistero di Maria Assunta – ma definita come dogma soltanto il 1° novembre 1950 da Pio XII. Con parole ispirate, Paolo VI afferma nella Marialis cultus che la solennità odierna è «la festa del destino di pienezza e di beatitudine di Maria, della glorificazione della sua anima immacolata e del suo corpo verginale, della sua perfetta configurazione a Cristo risorto. Una festa che propone alla Chiesa e all’umanità l’immagine e il consolante documento dell’avverarsi della speranza finale: che tale piena glorificazione è il destino di quanti Cristo ha fatto fratelli, avendo con loro “in comune il sangue e la carne”».
Come nel tempo di Pasqua, la prima lettura non è tratta dall’Antico Testamento, ma dall’ultimo libro della Scrittura, l’Apocalisse. In effetti, la celebrazione di oggi è celebrazione pasquale perché inneggia alla vita che non muore: Maria, prima fra i credenti, diventa anche prima fra i redenti, cioè prima dei salvati, perché per prima ha creduto nel Dio di cui è divenuta Madre.
Nonostante le intenzioni dell’evangelista Giovanni fossero quelle di presentare, in questa pagina, la storia e il destino della Chiesa – personificata nella donna della quale si parla – sant’Agostino e san Bernardo hanno visto, in questa figura, la rappresentazione di Maria. È lei la «mulier amicta sole», la «donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» raffigurata nelle splendide miniature che ornano i codici medievali. Non a caso, il Concilio Vaticano II ha proclamato Maria Madre della Chiesa, decorando di un’ulteriore gemma il suo diadema, proprio a voler sottolineare lo stretto legame tra la Vergine e gli Apostoli, tra la discepola per eccellenza e il Maestro, tra il Salvatore del mondo e la mediatrice della grazia divina, collaboratrice nell’opera di salvezza perché presente in ogni attimo della missione di Cristo, fino alla croce, dove ricevendo come figlio il discepolo Giovanni diventa Madre di tutti i rinati nel Battesimo.
La storia di Maria e la storia della Chiesa procedono, dunque, di pari passo, perché la seconda vede nella prima l’immagine a cui rassomigliare il più possibile, il modello a cui tendere, il porto a cui giungere. Questo perché, come dice il Prefazio di questa solennità, Dio non ha voluto «che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita»: già da ora, dal momento della sua morte, avvenuta a Gerusalemme o a Efeso, la Madonna non solo vive in Paradiso, accanto al Dio di cui è Madre, con la sua anima, destino riservato ai santi. Ella partecipa della vita divina anche con il corpo, non solo con l’anima.
Ci rallegriamo certamente per la sorte di Maria; possiamo anche arrivare alla considerazione che se lo è meritato ampiamente, con la sua fede sincera e il suo cuore docile alla volontà del Signore. Non basta: se fosse questa la motivazione ultima della festa odierna, la gioia sarebbe limitata e sterile, perché tanto piacere se Maria vive in eterno con Dio già con la presenza corporea, ma questo non ha ricaduta alcuna sulla mia, di vita, certamente non eterna e tanto meno paradisiaca.
Il senso profondo dell’Assunzione è rappresentato da quel «segno grandioso», quella donna che vive nel «tempio di Dio che è nel cielo» e che, come dice la liturgia, è «segno di consolazione e di sicura speranza» per ciascuno di noi, per ogni mortale. La salvezza che il Risorto ci dona abbraccia tutta la nostra vita, tutto l’orizzonte umano, coinvolgendo anche il nostro corpo. Non siamo fatti per finire in polvere e cenere, all’interno di un umile cassa di legno o del più bello tra i mausolei. Siamo chiamati all’eternità, da cui veniamo e alla quale tendiamo. Non solo l’anima sarà salvata, ma anche il corpo, e tutto quello che esso rappresenta: la vita con i suoi colori, i suoi sapori, i suoi sentimenti, le sue conquiste, le sue passioni, i suoi desideri, le sue gioie. La prima donna, Eva, ci ha lasciato in eredità la morte; l’ultima donna, la donna dell’Apocalisse, Maria, ci ha regalato Gesù Cristo e, con Lui, una vita che non muore più e che farà risorgere anche i nostri corpi mortali.
La vita, quella fatta di tempo finito e contato, quella mortale, è spesso un cammino «in questa valle di lacrime», come ricordiamo nella preghiera della Salve regina. Ce lo ricorda anche l’Apocalisse, con l’inquietante presenza dell’«enorme drago rosso», simbolo del diavolo. Il maligno insidia la donna e, con lei, tutti coloro che in lei pongono un riferimento: i figli di Dio sono continuamente oggetto dell’invidia del principe delle tenebre, che fa di tutto per allontanarli dal loro destino di bene. Non dobbiamo preoccuparci, anche se il diavolo esiste – e, per accorgercene, è sufficiente gettare lo sguardo su tutte le brutture presenti nella storia, anche presente, dell’umanità – nessuno ci potrà separare dall’amore di Cristo: in Lui «si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio». In Lui, anche noi, potremo ricevere la corona di gloria che già adorna il capo della Vergine.
Il legame tra Maria Assunta in cielo con la sua anima e il suo corpo e la risurrezione di Cristo Signore nel suo vero corpo è magistralmente illustrato nella lettera scritta da Paolo alla Chiesa di Corinto. L’apostolo presenta Gesù risorto come «primizia di coloro che sono morti». Quest’immagine presa dal mondo dell’agricoltura rende benissimo l’idea dell’eredità a cui siamo chiamati noi, che nel Battesimo siamo stati sepolti con Cristo e con Lui risorgeremo, perché divenuti suoi fratelli e figli del Padre.
Se il Risorto è la primizia, come non credere che, dopo di Lui, tutto il “raccolto” del Padrone della messe subirà lo stesso destino? Maria ne è segno, prova e garanzia. Lei, che ha condiviso la missione del Figlio dall’origine, portandolo nel suo grembo e donandogli la vita, è stata prima discepola e annunciatrice della buona notizia del Vangelo. Dopo le significative ma, in verità, rare apparizioni che la Vergine fa nei vangeli e dopo che, negli Atti degli Apostoli, troviamo testimonianza di una sua presenza nel cenacolo con gli apostoli – presenza di affetto materno e di preghiera ardente e fiduciosa – di lei non abbiamo più notizie. È facile pensare, data la devozione che circonda il luogo da molti ritenuto la sua ultima dimora, a Efeso, che abbia continuato la sua missione all’interno della Chiesa delle origini: innanzitutto di Madre di questa comunità, ma anche di “cristiana” nel vero senso del termine, perché modellata sul suo Figlio e imitatrice della vita di Gesù.
Come tutti i mortali, anche la Madonna conobbe l’amarezza di quell’ultimo calice da cui, prima o poi, tutti dobbiamo bere. Ma vorrei immaginare il suo transito da questo mondo al Padre – ricordato dalla solennità odierna, che condividiamo con i fratelli d’Oriente, che loro celebrano come la Dormizione di Maria – animato dalla stessa fede che caratterizzò ogni suo passo lungo le strade della vita. L’imperatore Adriano, al termine dei suoi giorni, nella splendida dimora attorniata dal verde delle fronde e delle acque di Tivoli, scrisse: «Cerchiamo di entrare ad occhi aperti nell’al di là». Benché non sia l’insegnamento di un santo o di un credente, questa verità vale anche e soprattutto per il cristiano. Maria ha certamente vissuto «ad occhi aperti» tutta la sua esistenza: occhi aperti sulla missione così importante che Dio le aveva affidato, occhi aperti su quel Figlio così normale e così strano, occhi aperti su quanto accadeva a Lui e su tutti quei misteri che lei, saggiamente, serbava, meditandoli nel suo cuore. Occhi aperti a Cana, dove si accorge delle esigenze di un’umanità la cui sete non si spegne con l’acqua della mediocrità ma che anela al vino della gioia piena: «fino all’orlo» farà riempire le giare il Figlio suo, per indicare la misura alta della vita vera. Occhi aperti sotto la croce, dove lo spettacolo è straziante: ma il vecchio Simeone le aveva profetizzato quale «segno di contraddizione» sarebbe stato Gesù, «rovina e risurrezione di molti». Occhi aperti davanti al sepolcro vuoto, davanti alla luce che non conosce tramonto, davanti alla vita che non finisce. Occhi aperti anche sul giaciglio dell’ultima agonia, con lo sguardo fisso negli occhi del Figlio, nel cui volto brilla lo splendore del Padre e la tenerezza della Madre, che viene a prenderla per portarla nella dimora eterna.
Da piccoli ci hanno insegnato una preghiera che non si scorda più: l’Ave Maria. Mentre celebriamo la sua Assunzione chiediamo alla Vergine, oggi ancor di più, di pregare «per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte». Per vivere come lei. Per morire come lei. Per vivere eternamente con lei.
La pericope evangelica è così profondamente e meravigliosamente bella che, una sua parte cospicua, trova il posto nella liturgia serale cantata dalla Chiesa ogni giorno, la preghiera dei Vespri, la cui parte centrale è costituita dal cantico del Magnificat. Certamente non è solo la bellezza poetica e lirica ad indurne la recita quotidiana: è una bellezza teologica, la bellezza che nasce dalla preghiera autentica sgorgata dal cuore immacolato di Maria e salita al cospetto di Dio.
Maria è, per così dire, l’ultima atleta a raccogliere il testimone nella lunga staffetta della storia della salvezza, rappresentata e riassunta mirabilmente dall’inno con cui canta le meraviglie che il Signore ha compiuto. In lei trova compimento tutto il rapporto d’amore e di infedeltà, di amicizia e di tradimento, di gloria e di miseria tra Dio e l’uomo. Con il suo sì, il cielo e la terra si incontrano per non separarsi più: da lei nasce Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, che viene a rendere santa e gloriosa la storia dell’umanità e dà un volto umano a quel Signore che nemmeno si poteva raffigurare.
Qual è il senso vero e profondo di questa storia della salvezza, che in Maria vede, se non l’attrice protagonista, una parte insostituibile e importantissima? Perché Maria sente il bisogno di sciogliere questo cantico di rara bellezza, questa perla di teologia, di liturgia, di mistica?
«L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore»: un’anima candida e innocente potrebbe elevare questo inno contemplando le bellezze del creato, il panorama dall’alto di una vetta, il tramonto sulla riva del mare, perfino una fila di formichine impegnate nel loro andirivieni. Uno spirito un po’ più libero e spigliato ringrazierebbe il cielo per una promozione sul posto di lavoro, una vincita alla lotteria, una ragazza che, finalmente, ha detto sì.
La Vergine spiega il perché della sua intima gioia: «Perché ha guardato l’umiltà della sua serva» e perché «grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente». Inaspettatamente, un posto di straordinario rilievo nei progetti di Dio è occupato da una ragazza di una cittadina della Galilea, una provincia sperduta del grande impero romano. Non ha niente di speciale: come tutte le sue coetanee è analfabeta, ha imparato le mansioni domestiche che costituiscono la professione di ogni brava ragazza, si reca alla sinagoga per pregare nei giorni legati al culto. Quando comprenderemo che il Signore non è il presidente di una multinazionale che bada unicamente alle referenze o alle raccomandazioni degli aspiranti dipendenti per un’eventuale assunzione, sarà sempre troppo tardi.
Il nostro è un Dio che innalza gli umili e sazia gli affamati. Non si fa corrompere dai potenti ma, anzi, disperde i superbi, scalza chi siede sul trono, rimanda i ricchi a mani vuote. Egli è anzitutto misericordia cioè, letteralmente, ha un cuore attento e vicino ai bisogni dei miseri, dei semplici e degli umili. I piani del Signore sono quanto meno strani agli occhi della ragione umana: perché scegliere ciò che è debole, povero, privo di mezzi quando il mercato offre tutt’altro? D’altra parte, la Madonna pare essersi adattata benissimo alla strana logica dell’Altissimo: la storia delle apparizioni non ne registra nessuna che abbia per protagonista un teologo, un monarca, un premio Nobel. A vedere la Vergine sono pastorelli, analfabeti, contadini. Anche la nascita di Gesù fu salutata dai pastori, categoria tra le più povere e disagiate in Israele.
Maria, semplice tra i semplici, umile tra gli umili, destinataria e portatrice del messaggio più bello indirizzato alla storia dell’umanità, non si reca a Gerusalemme dai sacerdoti e dai dottori della legge, dove potrebbe presentarsi dicendo: “Salve, io sarò la madre del Messia che attendiamo da secoli!”. E non prende in considerazione nemmeno per un attimo di farsi accudire dal potentato romano, pur ammettendo che l’avrebbero presa sul serio: un profeta asservito al volere dell’impero poteva far comodo in quella terra di ribelli, dove gli zeloti, i partigiani della Palestina del tempo, spesso organizzavano degli attentati terroristici ante litteram. L’evangelista Luca narra, invece, di un viaggio «verso la regione montuosa», attraverso il quale Maria raggiunse «in fretta una città di Giuda».
La Vergine si reca dalla cugina Elisabetta. Non una visita di cortesia, quasi dovuta all’anziana parente – oggetto, tra l’altro, anche lei di una gravidanza tanto insperata quanto miracolosa –, ma un atto di squisita gentilezza nei riguardi di quella che sarà la madre del Battista. «In fretta»: Maria è incinta – del Salvatore dell’umanità, oltretutto! – e, nonostante questo, quasi corre per le strade polverose della Giudea, forse indirizzata dallo Spirito verso quella casa tutta “sacerdotale” (Elisabetta discende da Aronne, primo sacerdote dell’ebraismo, e il marito Zaccaria esercita il proprio ministero presso il tempio di Gerusalemme) dove avrà luogo un incontro tutto di preghiera. Già, perché Maria non è la sola a glorificare Dio nel canto del Magnificat. Anche Elisabetta rivolge alla cugina un saluto entrato a far parte della preghiera dell’Ave Maria: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!». Da queste due donne oranti con il cuore e con la mente, con le labbra e con le mani, con le parole e con le opere, nasceranno Giovanni il Battista e Gesù Cristo, la voce e la Parola, il profeta e il Messia, l’amico dello Sposo e lo Sposo a lungo atteso. Già si salutano i piccoli, già si conoscono: il Precursore esulta di gioia solo a sentire la voce della Madre di Colui che annuncerà nella vita e nella morte.
Insegnaci a pregare, Maria di Nazaret, insegnaci tu come si fa a parlare con Dio. Troppo a lungo ci siamo rifiutati di ascoltarlo e, adesso, non riusciamo nemmeno a riconoscerlo e a rivolgergli parola. Oggi, celebrando il mistero della tua Assunzione, ti contempliamo bella di una bellezza indescrivibile: «bella nella tua concezione, immune da ogni macchia di peccato e tutta avvolta nel fulgore della grazia. Bella nel parto verginale, in cui hai dato al mondo il Figlio, splendore della gloria del Padre, nostro fratello e salvatore. Bella nella passione di Cristo, imporporata dal suo sangue, come mite agnella unita al sacrificio del mitissimo agnello, insignita di una nuova missione materna. Bella nella risurrezione del Signore, con il quale regni gloriosa, partecipe del suo trionfo». La liturgia ci aiuta con le sue parole ispirate e suggestive, ma nulla potrà mai esaltare la tua bellezza, riflesso di quella Bellezza senza limiti che ti ha amata e ti ha voluta come Madre. Tu, «Vergine Madre, figlia del tuo Figlio» – come ti cantò il sommo poeta – non permettere alle lacrime di dolore o alla polvere della mediocrità di offuscare la nostra vista: aiutaci a mantenere il nostro sguardo fisso al cielo, dove tu ci attendi e dove dividerai con noi il tuo destino di gloria incorruttibile.
Amen.
O Dio, che volgendo lo sguardo all’umiltà della Vergine Maria
l’hai innalzata alla sublime dignità di madre
del tuo unico Figlio fatto uomo
e oggi l’hai coronata di gloria incomparabile,
fa’ che, inseriti nel mistero di salvezza,
anche noi possiamo per sua intercessione
giungere fino a te nella gloria del cielo.
prima lettura
Dal primo libro dei Re
In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.
Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.
Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».
Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!».
Vieni!
Le autostrade intasate dai mezzi, gli alberghi al completo, le spiagge coperte da un colorato manto di ombrelloni: tutto attorno a noi parla di viaggio e vacanza. C’è un viaggio più grande e più bello: guai a noi se la strada di quel viaggio fosse dissestata, poco illuminata, coperta di macerie e impraticabile. È la via che ci porta al Signore. Una strada sulla quale non siamo mai soli: ci accompagna Gesù, che di se stesso dice: «Io sono la via, la verità e la vita». Percorriamo di buon animo il cammino che ci porta a Dio: conoscere Lui vuol dire trovare felicità piena e quello che noi chiamiamo “senso della vita”. Così il nostro nascere, il nostro vivere, persino il nostro soffrire, non è frutto di una combinazione casuale di eventi, ma un disegno di amore. E la fede, pur nella prova, non cessa di essere fiducia nel Signore che ci ama senza misura e vuole che noi siamo dove è Lui.
Come tutte e tre le letture di questa domenica, la situazione iniziale presentata ai nostri occhi non è delle migliori: aprendo il primo libro dei Re, infatti, vi troviamo un profeta spaventato, Elia. È, forse, necessaria una piccola premessa, in modo da meglio comprendere il contesto in cui l’episodio è inserito.
Non sono tempi facili per il popolo di Israele: suo re è Acab, che ha preso in moglie la regina pagana Gezabele, una donna crudele che riesce a traviare il marito e i sudditi, imponendo il culto a Baal e agli idoli. Così gli ebrei divengono traditori del loro Dio, l’unico Signore, che li aveva resi liberi dalla schiavitù dell’Egitto e aveva loro donato, finalmente, una patria. Elia, a questo punto, viene scelto da Dio per riportare i suoi fratelli sul sentiero giusto, non solo quello del culto al Signore anziché agli dei pagani – aspetto questo che, se così si può dire, è meramente esteriore –, ma a riscoprire una liturgia che si fa quotidiano e che l’apostolo Paolo, molti secoli dopo, avrebbe definito «logiké latreia», «culto spirituale», che è poi senso di appartenenza a un popolo che il Signore ha scelto per rivelarsi all’umanità, relazione intima con un Dio protagonista della storia e che, allo stesso tempo, interroga il mio cuore e si pone di fronte a me, cerca un rapporto a tu per tu, singolarmente, che chiede un’adesione, oltre che sincera, personalissima ed esclusiva.
Elia è una figura di primaria importanza nell’ebraismo: basti pensare che è considerato al pari di Mosè. Elia, il profeta, il carismatico, l’uomo dell’annuncio e della parola potente; Mosè, la guida, colui che, più che farsi interprete della voce di Dio – è balbuziente, quanto meno si vergogna a parlare in pubblico, figuriamoci poi se balbetta mentre afferma di parlare a nome del Signore –, si fa carico della sua Parola, molto concretamente, ricevendo sul Sinai le tavole della legge, i comandamenti. Elia, profeta talmente indispensabile per il popolo dell’antica alleanza da non conoscere la morte: la Scrittura ci rivela, infatti, che al termine dei suoi giorni «salì nel turbine verso il cielo», rapito verso Dio da «un carro di fuoco», lasciando il compito di profeta a Eliseo. Ancora oggi, è certezza degli ebrei che Elia tornerà per annunciare la venuta del Messia; e noi vediamo il compimento di questo presagio in Giovanni il Battista, ultimo dei profeti, Precursore di Cristo e annunciatore dei tempi messianici.
Dopo una presentazione così altisonante, da effetti speciali e coreografie hollywoodiane, l’odierna prima lettura non ne esce in maniera gloriosa: c’è Elia, ma è un Elia che fugge dalla terra promessa perché la regina Gezabele l’ha messo a morte, in quanto profeta scomodo e non accomodante nei confronti del nuovo regime. Così si ritrova a compiere a ritroso il cammino dell’Esodo, in un dietrofront che sa di conversione. È un Elia che ci sta molto più simpatico, questo: senza voce forte, senza miracoli, senza carri di fuoco e ascensioni al cielo. È un Elia terribilmente umano, che fatica a comprendere come il Signore possa averlo chiamato a un incarico tanto grande – riportare un popolo alla vera fede – senza dargli l’aiuto necessario per portarlo a termine, addirittura senza intervenire per salvargli la vita. Elia lo sa bene: pur avendo compiuto segni che hanno del prodigioso – è sufficiente leggere i versetti del primo libro dei Re che precedono il nostro brano – è uomo, non angelo; e di vita ne ha una sola. Per questo fugge: quaranta giorni di cammino, come i quaranta anni dei suoi antenati pellegrini nel deserto, alimentato da un cibo misterioso – come la manna dei tempi dell’Esodo – che lo fa giungere all’Oreb, il monte della rivelazione.
Grande Elia, che ci ricordi come la terra promessa, l’ideale a cui ciascuno di noi tende, l’anelito che abita i recessi più profondi del nostro cuore, il senso del nostro vivere e perfino del nostro morire, non è né mistico regalo piovuto dal cielo, né una sorta di stipendio che ci dobbiamo meritare: è, piuttosto, dono e conquista insieme, Provvidenza divina e lavoro delle nostre mani, benefica e rinfrescante rugiada e sudore che imperla la nostra fronte.
Questo, non un altro, è il luogo in cui avviene l’incontro con il Signore: non nella «caverna», dove ci rifugiamo, lontani da tutto e da tutti, perché non vogliamo incontrare nessuno né desideriamo essere cercati, nemmeno da Dio; e nemmeno nel sensazionale e nel miracolismo, nella natura che, a un tempo, incanta con la sua bellezza e atterrisce con la sua inesorabilità: «ci fu un vento impetuoso e gagliardo, un terremoto, un fuoco», «ma il Signore non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco».
A questo proposito i Padri della Chiesa ci suggeriscono che le forze della natura sono figura di alcune manifestazioni dell’animo umano. Il «vento impetuoso e gagliardo» rappresenta la forza di volontà, che non si piega di fronte alle avversità, che ci rende cocciuti e testardi nello sforzo di realizzare i nostri obiettivi: ma non è qui che c’è il Signore. Il «terremoto» – mai simbolo fu più eloquente – ci parla dell’emozione, di un’emotività che, più che dal cervello, arriva dalla pancia, un fremito incontrollabile, un tremore capace di incrinare la coerenza più coriacea, che caratterizza i rapporti che intratteniamo con le persone come pure, in alcuni momenti, la nostra storia di fede: ma nemmeno qui Dio si rende presente. Il «fuoco» corrisponde all’affettività, un fuoco che riscalda col suo tepore ma è capace di ustionare, divorare, bruciare, consumare. Un fuoco che abita il nostro cuore, ma che non ha il Signore per inquilino.
Dov’è Dio, in tutto questo? Lui, che ha chiamato Elia, che gli ha affidato il ruolo di profeta, che l’ha investito di una missione impossibile per le sole forze umane, che sembra averlo abbandonato, dov’è? Dove sei, Signore? Dove sei quando soffro, quando sto male, quando la salute mi abbandona, quando gli amici sono lontani, quando tutto va storto? Te lo chiedo perché so che esisti: altrimenti mi sarei chiuso nell’incredulità di cui gran parte del nostro mondo va fiera. Te lo chiediamo perché ti abbiamo conosciuto, perché crediamo in Te, perché in Te abbiamo trovato il Padre che mai abbandona, l’Amico sempre presente, Colui che è capace di fare cose grandi. A Te veniamo perché, altrimenti, da chi andremmo? A chi rivolgerci, se non a Te, che hai parole di vita, e di vita eterna?
«Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera». Già: «il sussurro di una brezza leggera». È il Signore. L’espressione letterale è incredibile, non basterebbero fiumi di inchiostro per commentarla: «qôl demanah daqqah», «voce di un silenzio sottile». Non nel vento, nel terremoto, nel fuoco, nella forza, nell’emozione, nella passione: ma nella voce del silenzio Dio parla, in modo misterioso, che solo l’anima del destinatario può intendere. Meglio di qualunque “codice Enigma”, meglio di ogni altro linguaggio in codice: quando il Signore vuole parlare con me, sa trovare il modo, un modo che solo io potrò intendere e con cui Lui saprà farsi capire benissimo.
È sempre lo stesso stile, che Dio usa fin dagli inizi: Elia spaventato, con la sua fuga e il suo nascondersi, chiede al Signore di rivelarsi. E Lui, che fa? Gli domanda: «Che fai qui, Elia?», come a dire: “Cosa cerchi? Sono qui, dimmi, ti ascolto, ci sono!”. Non era forse lo stesso Dio che disse: «Dove sei?» ad Adamo, dopo la prima disobbedienza?
Parliamo con il Signore, certamente, è necessario. Nella preghiera e anche in quei momenti che, all’apparenza non sembrano preghiera in senso stretto: al lavoro, in cucina, in palestra, sulla spiaggia, davanti a un tramonto, osservando un ghiacciaio o l’azzurro del cielo. Parliamo, parliamo, parliamo con Lui. E, poi, facciamo anche un po’ di silenzio. Non si sa mai che…
Negli infiniti spunti suggeritici da queste meravigliose letture, tenderei a circoscrivere un poco lo spazio per la seconda lettura, oggi più che mai apparentemente un masso erratico sulla pista lineare delle letture prima e terza.
Vorrei comunque sottolineare un aspetto non marginale: Paolo, apostolo coraggioso, uomo dal carattere forte e intrepido, dalla mente eccelsa, dalla tempra fisica non comune, che gli permise di affrontare numerosi viaggi missionari, sopportare catene spirituali e materiali, addirittura combattere con una grave artrosi, così dicono gli esperti che hanno esaminato i suoi resti mortali – forse quella «spina nella carne» di cui parla nella seconda lettera alla Chiesa di Corinto –, lascia il suo stile ricco di circonvoluzioni, il suo parlare accorato e sapiente del Vangelo di salvezza e di Gesù Cristo che l’ha convertito e l’ha afferrato, per confessare una umanissima sofferenza: «ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua».
Come Elia, anche Paolo è uomo, non angelo. E, pur circonfuso di santità, di sapienza, di forza fisica e spirituale, anche Paolo soffre.
Tante volte anche noi soffriamo, per le ragioni e le motivazioni più disparate. E c’è dolore e dolore: una puntura di zanzara è ben differente dalla frattura del femore, come è diverso il broncio del collega di scrivania perché è in “giornata no” dal tradimento della fidanzata.
Il dolore di Paolo è dato dal rilevare che i suoi fratelli ebrei, popolo dell’antica alleanza, non hanno riconosciuto il Signore Gesù come Figlio di Dio, proprio loro che, è l’apostolo stesso a dirlo, «hanno l’adozione a figli, le alleanze, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne». La sofferenza di Paolo è tanto acuta quanto più è grave la miopia del suo popolo: avere il Messia in casa propria e non riconoscerlo è peggio di qualunque ignoranza, di non sapere nemmeno di chi si stia parlando.
Come calare nel nostro quotidiano una disputa che ci sembra possa interessare solo teologi, esperti di ecumenismo e di dialogo giudaico-cristiano? Vorrei provarci con due, brevissimi, spunti.
Il primo, di carattere più generale, spesso occupa le pagine dei giornali o i servizi di approfondimento alla televisione, e viene dal rilevare che sono proprio i Paesi di più antica tradizione cristiana quelli in cui diminuisce il numero di credenti, mentre aumenta la consistenza di coloro che si professano agnostici o atei. Così, in virtù di uno spirito (o presunto tale) di dialogo, di rispetto, di laicità, i governanti d’Europa rimuovono dai luoghi pubblici i simboli del cristianesimo – e, in alcuni casi, di qualunque altra confessione – ed evitano di citare dalla carta costituzionale dell’Unione Europea le radici cristiane del nostro continente, le quali sono innegabili, non solo in nome di una fede che perdura nei secoli, ma che ha riempito le pagine dei libri di storia, abbellito musei, pinacoteche e città d’arte, costruito capolavori di architettura e ingegno che ancora attirano l’attenzione di turisti e tecnici. In nome di un dialogo – che non può esistere se si rinnega il proprio essere, diventando un triste monologo della controparte – che sembra avere il primato su tutto, si tagliano le proprie gambe, si mutila ciò che ci è stato tramandato con responsabilità e amore, si recidono radici di un albero millenario. E, chissà, forse Paolo soffre nel vedere molti cristiani di oggi, che tutte le domeniche ascoltano o leggono brani delle sue lettere, insipidi e indifferenti di fronte a tutto questo.
Il secondo spunto viene dai giochi olimpici appena iniziati a Pechino. Pochi minuti fa ho visto la diretta televisiva della gara di ciclismo su strada maschile, una delle prime competizioni in programma. Complimenti al nostro Davide Rebellin che, nel giorno del suo compleanno, ha conquistato l’argento, prima medaglia italiana di queste Olimpiadi; ma un’infinità di complimenti in più al primo classificato, lo spagnolo Samuel Sanchez che, tagliando il traguardo, la prima cosa fatta da campione è stata un bel segno di croce, non confuso e raffazzonato, ma pensato, anche nell’atteggiamento. Non conoscevo questo sportivo, ma i cronisti riferivano della sua gentilezza, disponibilità e umiltà, anche nel rilasciare interviste e nel rispondere alle domande dei giornalisti. Nel nostro tempo in cui anche il mondo dello sport è abbruttito dalla spazzatura del doping, vedere che esistono ancora – e quanti ce ne sono, per fortuna – ragazzi “bravi”, in tutti i sensi, è una boccata d’ossigeno. Ed è pure una puntina sulla sedia per tanti cristiani che hanno bisogno di scattare in piedi, di darsi una svegliata, di non vergognarsi della propria fede. Anche con un gesto semplice e discreto come un segno di croce davanti a mezzo mondo.
L’odierna pericope evangelica segna l’avvio su una serie di brani che, a partire da oggi, ci porteranno a riflettere sulla Chiesa e su Pietro, primo fra gli apostoli, loro rappresentante ed interprete, poi chiamato dallo stesso Gesù ad esercitare un primato d’amore e di servizio a favore degli apostoli e dell’intera comunità, come possiamo leggere nel vangelo di Luca: «Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli».
Riprendiamo idealmente il racconto di Matteo nel punto in cui si era interrotto la scorsa domenica: sfamata la folla con i cinque pani e i due pesci che il miracolo della generosità ha incredibilmente moltiplicati, «Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva», mentre lui «salì sul monte, in disparte, a pregare». Il Signore non è nostra esclusiva proprietà, è venuto per tutti, per quella folla che non sa nemmeno cosa stia o voglia attendere ma che, in quel desiderio che non ha nome né volto, può trovare in Lui la risposta ai propri perché. E i discepoli, e noi cristiani, che già l’abbiamo conosciuto, per quanto sia dolce e appagante e consolante la compagnia di Lui, non possiamo e non dobbiamo rimanere in estatica e adorante contemplazione, come i tre apostoli sul Tabor davanti a Cristo trasfigurato: è lo stesso Maestro che «costrinse i discepoli a salire sulla barca», che li affida e ci affida alle acque del nostro esistere, all’immenso mare del quotidiano, a una vita di comunità in cui noi stessi dobbiamo imparare a donarci, come ha fatto Lui. È sempre la medesima, grandissima e bellissima lezione mirabilmente sintetizzata da sant’Agostino: «Colui che ci ha fatti dal nulla, non fa nulla senza di noi». E, ancora un volta, Gesù prega, «sul monte, in disparte», lontano da tutto e da tutti, per darci l’esempio: perché il cristiano, chiamato oggi ad essere volto di Cristo, tenerezza di Cristo, compassione di Cristo, deve portare agli altri il Signore, e non se stesso. E per essere volto di Dio, cuore di Dio, e non volto dell’io, cuore dell’io, non bisogna mai interrompere il proprio dialogo col Padre, come ha fatto il suo Figlio Gesù.
Il mare della storia raramente resta tranquillo: «il vento infatti era contrario». La fede non è medicina contro le avversità; credere non preserva dall’affrontare i problemi; Dio non ha rimosso, perfino dal proprio sentiero, l’amarezza e il dolore della croce. Dove sei, Signore, in mezzo alle tempeste della nostra vita? Sei lì, che vieni verso di noi «camminando sul mare», proprio perché sei l’unico Amico che riesce ad avvicinare il nostro cuore travolto dalla bufera quando nessuno tra quelli che ci vogliono bene e a cui vogliamo bene riesce a comprenderci in pienezza. Sì, Tu puoi veramente camminare sulle acque profonde della nostra anima, prodigio che nessun altro può compiere perché sei più intimo al nostro cuore di quanto non lo siamo noi stessi. Perdona, perciò, la nostra debolezza, quando insieme agli apostoli sappiamo solamente esclamare: «È un fantasma!», anziché riconoscerti come il Maestro. E perdonaci anche quando confondiamo Te con ben altri e temibili fantasmi, forse all’apparenza più affascinanti, ma capaci soltanto di trascinarci con loro in un gorgo vorticoso dal quale la nostra barca non riesce più a riemergere.
Abbiamo molto da imparare da Pietro, il ruvido e generoso pescatore di Galilea, anch’egli tormentato dal dubbio e dalla paura per la tempesta e per questa misteriosa apparizione, eppure capace di formulare un bellissimo desiderio. Come Elia, come Paolo, Pietro è uomo, non angelo: e, infatti, questa sua richiesta zoppica un po’. Comincia bene: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te». Dovrebbe essere la nostra preghiera nei momenti di smarrimento: quando non sappiamo più che pesci pigliare, quando la confusione non ci permette di prendere decisioni sensate, quando la sofferenza rischia di farci perdere il controllo sulle nostre azioni, l’unica strada sulla quale dobbiamo cercare di camminare è Gesù, la Via per eccellenza, l’unica Via di verità, di gioia, di senso, di salvezza. Per cui anche noi dovremmo pregare come Pietro: «Signore, comandami di venire verso di te».
Poi, però, il grande apostolo continua, esagera, “si allarga”. E sbaglia: «Comandami di venire verso di te sulle acque». Come Elia, deve imparare che la via del prodigioso, del sensazionale, non è quella che il Signore sceglie. E non sono i miracoli che convertono i cuori: dopo la moltiplicazione dei pani gran parte della folla vede in Gesù non il Pane di vita eterna, ma una specie di fondatore di una catena di Mc Donald’s. Il Maestro, che tutto capisce e comprende, risponde a Pietro: «Vieni!». Un «vieni!» che il Signore sussurra a ciascuno di noi; un «vieni!» tutto nostro, unico e personalissimo; un «vieni!» cui, se daremo retta, seguirà il cammino verso quel Signore che si fa nostro compagno di viaggio per rivelarci la strada che Lui stesso ha tracciata per noi.
«Pietro si mise a camminare sulle acque»: come è possibile? Un uomo riesce in ciò che solo Dio può compiere! Pietro cammina sul mare perché «andò verso Gesù», guardò a Lui, tenne fissi gli occhi nei suoi occhi: e chissà che batteria incredibile doveva essere lo sguardo del Maestro! «Ma vedendo che il vento era forte, [Pietro] s’impaurì». Se guardiamo al Signore, se non ci lasciamo distrarre da nient’altro, o per lo meno, ci proviamo, anche noi riusciremo a «camminare sulle acque», perché Lui è con noi, ed è capace di far fiorire piccoli e grandi miracoli nel grigiore del nostro quotidiano. Rischiamo, invece, di affondare quando, per curiosità o per disattenzione o per voglia di qualcos’altro, buttiamo gli occhi altrove. Finchè Pietro guarda a Gesù, tutto va bene; quando, però, distoglie lo sguardo e riesce a vedere solo la bufera, si impaurisce e affonda tra le onde.
Niente pericolo, perché Colui che riduce la tempesta alla calma e fa tacere i flutti del mare tende la sua mano forte a Pietro e lo afferra subito. La paura può annebbiare la mente: ma non dimentichiamo mai l’esempio di questo grande apostolo, che non si vergogna di chiedere aiuto al suo Signore, e di sentirsi rimproverare (bonariamente ma decisamente) per la sua «poca fede». Una fede che è «poca», piccola, come dice l’originale greco: ma menomale che c’è! E, anche noi, quando le onde di problemi più grandi di noi sembrano travolgerci, ricordiamoci di chiedere aiuto all’eterno Bagnino, perché la nostra fede, ancorché piccola, non abbia a scomparire.
Maria, Stella del mare, quando abbiamo perso la bussola o ne abbiamo comprata una fasulla in grado solo di farci perdere dietro a questa o a quella moda, aiutaci tu a ritornare sulla rotta e indicaci il tuo Gesù. Fa’ che ricordiamo le sue consolanti ed energiche parole: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Tu, coerente col tuo sì umile e discreto e forte sotto la croce del tuo Figlio, rendici coraggiosi testimoni del Vangelo perché, pescati nel mare della nostra mediocrità dall’Amore misericordioso, possiamo anche noi cantare le meraviglie del Signore e compiere, con Lui, prodigi ancora più grandi.
Amen.
Onnipotente Signore, che domini tutto il creato,
rafforza la nostra fede
e fa’ che ti riconosciamo presente
in ogni avvenimento della vita e della storia,
per affrontare serenamente ogni prova
e camminare con Cristo verso la tua pace.
prima lettura
Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore:«O voi tutti assetati venite all’acqua,chi non ha denaro venga ugualmente;comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte.Perché spendete denaro per ciò che non è pane,il vostro patrimonio per ciò che non sazia?Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti.Porgete l’orecchio e venite a me,ascoltate e voi vivrete.Io stabilirò per voi un’alleanza eterna,i favori assicurati a Davide».
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.
Vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni il Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto.
Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare». Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Cinque pani e due pesci
Poca cosa, quantitativamente parlando, il “piatto” delle odierne letture: se il Signore avesse voluto offrirci un lauto pasto, avrebbe provveduto con ben altro, non ci avrebbe servito una minestrina di soli sedici versetti, tanti sono complessivamente quelli della Parola di questa domenica.
Forse ci metteremo una vita intera a capire che la proporzionalità inversa è la più amata dal nostro Dio. Quel Dio che, davanti alla fila di zeri della nostra pochezza, riesce ad aggiungere un bell’uno, a fare di uno zero un miliardo; quel Dio che, con «cinque pani e due pesci», riesce a sfamare «cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini».
È il Signore che, attraverso la voce coraggiosa di Isaia, si rivolge al suo popolo in esilio a Babilonia; è il Signore l’unico che riesce a proporre una parola nuova, a gettare una luce inedita su un destino già segnato dall’ombra oscura del dolore e dell’insoddisfazione, a cambiare la prospettiva di una visione che a noi pareva eternamente piatta, rigidamente immobile. Lui solo è capace di questo. E, contrariamente a quanto si possa pensare, siamo noi stessi ad offrirgli l’opportunità proprio quando sembriamo chiusi nel nostro pessimismo, impermeabili ad ogni tentativo di riscatto o di rivincita, quando siamo capaci unicamente di pensare: “Dio non esiste, non ci credo più, non si può avere fede con quello che succede al mondo, dopo quello che è successo a me”.
Non deve essere stato facile nemmeno per il popolo dell’antica alleanza, scelto da Dio nel capostipite Abramo, padre della promessa, e poi diventato numeroso, ma tenuto in schiavitù dal faraone; liberato, sì, dall’opprimente tirannia egiziana da Mosè, ma per poter gustare solo per una breve parentesi di tempo la dolcezza della terra promessa – in fondo, poi, nemmeno troppo dolce anzi, amarognola per le scaramucce con i popoli vicini e per qualche re e giudice non troppo onesti. È la realtà dell’esilio: tristissima perché, forse, arriva a far sospirare perfino la schiavitù. Già: quando stiamo vivendo qualcosa di bello e, poi, inaspettatamente, questo finisce o ci viene tolto, soffriamo così tanto che avremmo preferito nemmeno conoscere la tal persona o intraprendere quella determinata esperienza che ci aveva dato tanta gioia, se avessimo saputo di una fine tanto repentina.
«O voi tutti assetati»: a noi si rivolge il Signore, non tanto accaldati dalla canicola estiva che ci fa sudare in questi giorni, quanto riarsi da ciò che non ci dà pace né soddisfazione. La sete è un desiderio quanto mai pressante per il nostro tempo: una sete nel senso che più letterale non si può in quei Paesi del mondo in cui l’acqua è davvero “oro blu”, e per dissetarsi ed averne a sufficienza per cucinare e lavarsi bisogna affrontare chilometri e chilometri, rigorosamente a piedi. Ma vi sono ben altri tipi di sete, non meno pungenti e capaci di far male al corpo e all’anima, cui tutti siamo soggetti, ricchi e poveri, giovani e vecchi.
Di giustizia abbiamo sete, tra scandali di portata nazionale che coinvolgono magistrati e veline, onorevoli e sportivi, e vergogne di casa nostra, dove ci sembra sempre che, guardandoci intorno, siamo gli unici a non aver il fidanzato, un lavoro decente, uno straccio di soddisfazione; “È una ruota che gira”, non si stanca di ripeterci chi è più vecchio di noi, senza capire che siamo stufi di attendere il nostro turno.
Di salute abbiamo sete, perché su giornali e televisione si fa un gran chiasso attorno a temi di importanza vitale (mai aggettivo fu più appropriato), come l’eutanasia, o il possibile impiego terapeutico di cellule staminali embrionali, ma quando capita a noi di varcare la soglia dell’ospedale, non ci sono giornalisti a interessarsi di noi o deputati che dibattono delle nostre sorti nelle aule parlamentari. Talvolta non c’è nemmeno un’anima che ci consideri come persona, ma ci sentiamo trattati come fossimo una prestazione sanitaria da erogare, un esame diagnostico da effettuare, o un manichino da sistemare in un letto. E quando viene a mancare la salute – sarà retorico affermarlo, sarà scontato scriverlo – solo in quel momento ci rendiamo conto di quanto essa sia preziosa.
Come non ricordare quanto sia impellente, poi, la sete di affetto, amicizia, amore. O, per lo meno, di rispetto e considerazione. Com’è amaro non avere qualcuno con cui confidarsi, con cui ridere o scherzare o piangere o confrontarsi, chi ci capisce al volo senza nemmeno il bisogno di aprire bocca, chi ci sa comunicare emozioni più forti di qualunque gesto o discorso con un semplice sguardo.
Di infinito siamo assetati, Signore, ma siamo troppo orgogliosi per ammetterlo, o troppo miopi per riconoscerlo, o troppo disabituati a definire le cose da questa vita così liquida da riuscire a capacitarcene. «Venite all’acqua»: mai Dio è stato così chiaro, conciso, sbrigativo. Quando si ha sete, possiamo anche bere caffè o aranciata a volontà, ma essa sparirà solo con l’acqua.
L’unico che può dissetarci è il divino Mercante, l’Ambulante di eternità, che mai si stanca di passare tra le case dei nostri cuori per urlare a squarciagola, come ai tempi delle nostre nonne: «Venite, comprate e mangiate». Ed è un Signore così pazzo da affermare più volte che non c’è bisogno di denaro, non dobbiamo spendere nulla. Come ci ricorda Benedetto XVI, è Cristo l’unico che «non toglie nulla e dona tutto», Lui solo sa di cosa ha veramente bisogno il nostro cuore. Non di una polo di Fred Perry, non di una vacanza alle Mauritius, non di un conto in banca da capogiro, non di un oro alle Olimpiadi. Lui solo, che «ha sete della nostra sete», per usare un’altra espressione cara al Papa, è capace di colmare la nostra sete di senso, di verità, di bellezza, di vita vera. Ed è pronto a ricordarcelo, anche con quel monito così duro e perentorio: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane?». Risuoni nel nostro intimo questa frase, e cerchiamo di rispondervi non a parole, ma col nostro stringente e pratico vivere quotidiano, noi, abitanti di un mondo povero e stanco, in cui una ragazza di sedici anni fa una colletta con le amiche per comprare una pasticca di ecstasy, e poi ci rimette la vita. Per sete, forse, solo per sete, una sete che solo Dio avrebbe saputo estinguere.
«Chi ci separerà dal suo amore?»: una domanda retorica dell’apostolo Paolo che, grazie alla bravura di mons. Frisina, siamo abituati ad associare al bellissimo canto che riempie molte delle nostre chiese in varie circostanze, tanto la riflessione su questo interrogativo si presta bene, per esempio, in occasione di un funerale quanto nel Triduo Pasquale, o nell’accompagnare il momento di ringraziamento dopo la Comunione.
«Chi ci separerà dall’amore di Cristo?»: lacrime di commozione e smarrimento riempiono i miei occhi, quando scelgo di meditare questo brevissimo ed impegnativo versetto di quella preziosissima catechesi di Paolo che è la sua lettera alla comunità cristiana di Roma, oggi propostaci nel segno di questa domenica estiva, ma dalle letture che offrono spunti delicati ed importanti, tanto da meritare, forse, una collocazione che avesse offerto un uditorio più ampio. Ma la fede non va in vacanza: e quanto possiamo abbronzare il nostro spirito alla luce di una Parola tanto luminosa e illuminante.
L’amore, si sa, è veramente tale se e solo se è ricambiato. Capita a tutti, certamente, di provare un sentimento così forte e pieno anche senza trovare rispondenza da parte di chi ne è oggetto. Ma, tant’è, situazioni del genere non possono durare in eterno: l’umana sopportazione e l’innato istinto di sopravvivenza, nonostante i nostri piccoli e grandi masochismi, cercano sempre di liberarci da passioni che non possono avere seguito. Talvolta, questa, è pure la sorte del Signore Gesù: che ama, ama, ama senza stancarsi, ma non è ricambiato nemmeno con un decimo di questo sentimento senza misura.
«Se noi manchiamo di fede, egli [Cristo] però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso», ricorda ancora Paolo scrivendo all’amico e vescovo Timoteo. L’amore a senso unico è, spesso, il destino del Signore; particolare che, comunque, è di importanza relativa: come può un padre non amare il proprio figlio, anche se ingrato e delinquente? Il genitore troverà sempre una motivazione o una scusa per non condannarlo, anzi, per amarlo ancora di più, convinto di una delle potenze più grandi dell’amore: la sua forza risanatrice. Noi non siamo capaci di un amore così forte da convertire il cuore dell’altro; Dio però sì. Perché? Perché, semplicemente, il suo nome è Amore: «Dio è Amore», ce l’ha ricordato Benedetto XVI nella sua prima lettera enciclica, citando a sua volta quanto scriveva Giovanni, il discepolo prediletto che ebbe il privilegio singolare di posare il suo capo sul petto di Gesù durante l’ultima cena, e di poter udire così i battiti del suo Cuore divino.
Fossimo su un’isola felice, solo noi e Dio, sarebbe impossibile non amarlo, non riconoscere in Lui l’Unico, il Vivente, la Vita. Ma non è così, e a ricordare e chiamare per nome i numerosi bastoni che possono inceppare le ruote della bicicletta del nostro vivere è lo stesso apostolo Paolo: «la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada». Senza approfondire troppo, mi sembra significativo considerare gli estremi dell’elenco di questi sette bisticci – alla faccia dei bisticci! – nella relazione tra me e il Signore: «la tribolazione» e «la spada».
«Tribolazione» è parola antiquata, ma riusciamo immediatamente a calarla nel quotidiano se immaginiamo i piccoli e grandi grattacapi di ogni giorno: l’esame da preparare, l’ultima, estenuante, settimana di lavoro, l’idraulico da chiamare perché si è rotta la lavatrice. Ma c’è ben altra «tribolazione» quando, oltre alla lavatrice, è il cuore a rompersi, o il delicato equilibrio che c’è tra essere in forma, avere qualche acciacco e ammalarsi per davvero. Quando sembra che niente, ma proprio niente, vada bene, quella è «la tribolazione» di cui parla Paolo: è l’apostolo doveva saperne qualcosa, tutto intento com’era a scrivere a questa o quella comunità cristiana per cercare di risolvere i problemi o appianare le tensioni, gli stessi, le medesime, della Chiesa e della famiglia umana di oggi. C’è poi «la spada», che di Paolo è divenuta il simbolo, con il doppio significato, almeno credo, di mostrare l’arma che distinse il suo martirio – fu decapitato a Roma, sulla via Ostiense, presso l’attuale abbazia delle Tre Fontane – e ciò che per lui fu la Parola del Signore, realmente «più penetrante di una spada a due tagli». E quante sono, anche per noi, le spade che pendono sulla nostra testa, quasi come quella del mitologico Damocle, appese ad un esile filo che costituisce il nostro infinito tormento.
Ogni nostra certezza si sta dissolvendo: la fiducia nelle istituzioni che, se non permettono, per lo meno ignorano il dilagare della spazzatura materiale che invade le strade, e il pericolo ancor più grave di quella spazzatura morale che abbruttisce la vita di molti, soprattutto giovani; la sicurezza e la garanzia di poter lavorare, per poter mantenere se stessi e i propri cari, tutti inghiottiti come siamo nel vortice del precariato; perfino la fede in un domani migliore. E mi si stringe il cuore mentre penso a una persona che, solo pochi giorni fa, mi ha confidato di aver perso, già da parecchio tempo, la fede in Dio.
Non era proprio il caso di rispondere a questo amico con dissertazioni teologiche o frasi di circostanza, tutto chiuso com’era nel suo risentimento di uomo tradito nelle sue aspettative e deluso da tutto quello che era ed è il suo mondo. Ma vorrei tanto potergli dire, e spero di trovare il momento giusto: “Guarda che, però, Dio non ha perso la sua fede in te”. È la certezza che deve consolarci in ogni nostro scoramento, anche mentre attraversiamo il dolore più cupo: «né morte né vita potrà mai separarci dall’amore di Dio».
Abbiamo parlato di sete, cercando di coniugarla in ogni modo possibile, dal più materiale dei bisogni al più profondo tra i baratri dell’anima; abbiamo parlato di fame d’amore, un appetito che non provano soltanto uomini e animali, ma che il Signore stesso avverte nei riguardi di ciascuno di noi, Lui che in un disegno di amore ci ha creati e che verso l’amore trinitario incessantemente ci chiama.
L’odierna pericope evangelica, quasi a chiudere l’ideale trittico delle letture di questa domenica, senza passi falsi, senza pretese troppo azzardate, timidamente risponde a questi nostri interrogativi. È una pagina talmente importante che, seppur con diverse sfumature, compare in ciascuno dei quattro vangeli: si tratta del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, un episodio noto a molti fin dall’infanzia, uno tra i segni che più hanno del prodigioso compiuti dal Rabbì di Nazaret. Eppure, ogni volta che lo leggo, trovo in esso un particolare che, fino a quell’istante, mi era sfuggito, o una parola su cui mai mi ero soffermato, o un’azione sulla quale avevo, distrattamente, sorvolato.
Quello che più mi ha colpito durante l’ultima lettura di questo brano, mentre pensavo a cosa poteva dire a me, oggi, questa Parola che il Signore non si stanca di regalarmi, è che il titolo con cui, da sempre, l’abbiamo definito è sbagliato. Quantomeno, esso è terribilmente riduttivo: come chiamare, troppo sobriamente, “moltiplicazione dei pani e dei pesci”, un evento che ha del miracoloso dall’inizio alla fine, dalla prima parola all’ultima? In effetti, Matteo e colleghi si sono ben guardati dal piazzare nei loro scritti le didascalie presenti sulle nostre moderne edizioni: dovrebbero, queste, renderci più agevole la lettura, suddividendola in segmenti a nostro uso e consumo. Ma questa volta non è così, perché vi sono almeno cinque miracoli, tanti quanti i pani, su cui dovremmo soffermarci.
Il primo miracolo è un’attenzione che, oggi, nemmeno i tifosi delle curve da stadio o i fan che sanno a memoria tutte le canzoni del loro idolo, perfino le versioni in spagnolo, si sognerebbero di fare: «le folle lo seguirono [Gesù] a piedi dalle città». Per una volta, infatti, ci sembra che un calcolo umano animi la volontà del Maestro: saputo che Giovanni il Battista è stato ucciso, «Gesù partì di là». Pare una fuga bella e buona: il Messia ha paura di fare la stessa fine. Non è il panico a far scappare Gesù; piuttosto, sente il bisogno di evadere da tutto quello che, ancora oggi, cerca di tarpare le nostre ali più valide, cerca di soffocare i nostri voli verso orizzonti sempre più alti. E, infatti, non leggiamo di nascondimenti a Nazaret, sotto le gonne di mamma Maria, e neppure di apostoli che scavano un bunker per il loro Maestro. «Si ritirò in un luogo deserto, in disparte»: Gesù rimane soltanto in compagnia di se stesso, una compagnia diversissima dalla solitudine. Solo il deserto che la preghiera è capace di fare intorno a noi può prepararci alle decisioni più importanti, alle prove più difficili, alle scelte più delicate e dalle quali molte cose dipendono e, in loro funzione, potrebbero cambiare. Ed è un grande, grandissimo miracolo che le folle della Palestina di allora – in tutto simili alle folle di ogni luogo e di ogni tempo, compresi i nostri – non abbiano seguito le mode, non siano corse alla fortezza di Macheronte, dove Erode fece uccidere Giovanni, per acclamare il volere del sovrano e, sicuramente, godere di un bel banchetto che sarebbe stato imbandito per sudditi tanto devoti. Le folle seguono Gesù. E lo seguono «a piedi», incuranti della fatica, allontanandosi dalle proprie case, unicamente per godere della sua compagnia, per stare con Lui.
Il secondo miracolo è figlio del primo: Gesù «vide una grande folla» e «sentì compassione per loro». Alla lettera, il verbo che usa Matteo non è sentire compassione, ma quel splanchnìzomai utilizzato altre volte e che, quasi con moto di disgusto, in modo quanto meno praticissimo, ci informa che la compassione del Maestro si concretizza in un “sentirsi mescolare i visceri”, “sentirsi le budella attorcigliate”, chiamiamolo come preferiamo. Meno prosaicamente – ma anche riducendo il tono – il nostro è un Signore così signore che vedendoci, mettendo i suoi occhi nei nostri occhi, comprendendo fino in fondo i nostri dubbi e le nostre aspirazioni, le nostre angosce e i desideri più profondi della nostra anima, si sente le farfalle nella pancia. E se non è un miracolo questo, non so più cosa sia un miracolo. Tant’è che, in maniera che più lapidaria non si può, Matteo riferisce che, a questo sentimento di compassione, segue la guarigione dei malati. E chi, lì in mezzo, non era malato? Alcuni, forse, erano zoppi, o ciechi, o sordi. Altri soffrivano di qualche disturbo psichico. Ma tutti – perché ciascuno di noi lo è – erano, sono e saranno malati nel profondo del proprio animo: una malattia che solo il Medico dei corpi e delle anime può sanare con la sua risposta di senso.
Il terzo miracolo riempie il cuore e lo stomaco ancor prima che si compia questa cena portentosa: «Non abbiamo altro che cinque pani e due pesci». È l’aprire la dispensa della nostra anima al Signore e confessare tutta la nostra povertà; è dichiarare, a noi stessi e a chiunque ce lo domandi, la nostra pochezza, il nostro limite, perfino ciò che mai si riuscirebbe ad ammettere; è il miracolo della generosità e della pietà, un sapere che, da solo, senza alzare lo sguardo dal mio piatto, avrei il cibo assicurato, ed è preferire ed anteporre a un comodo benessere personale la gioia e la soddisfazione della condivisione con l’altro e con l’Altro, con chi soffre accanto a me e con Chi ha sofferto per me perché io non abbia più ad essere disperato.
Il quarto miracolo, impossibile crederlo, esiste solo in funzione di quel pitocco e miserabile miracolo che l’ha preceduto: non solo «tutti mangiarono»; è pure specificato «a sazietà»! A noi risulta inverosimile che più di cinquemila persone possano cenare con cinque pani e due pesci: ogni ristoratore vorrebbe possedere una simile ricetta. Ma, di mezzo, c’è il Signore. Il nostro desiderio di salvezza, il nostro spenderci sulla mensa del mondo sono, di per sé, lodevoli quanto vogliamo; ma, senza di Lui, inciampano sull’acciottolato della nostra condizione – l’abbiamo detto noi stessi che «non abbiamo altro che cinque pani e due pesci»! –, affondano tra le tempeste dei problemi di ogni giorno. È sufficiente avere il coraggio, almeno per una volta, di abbandonare la lucida razionalità dei discepoli che ragionevolmente, per carità, consigliano di congedare la folla «perché vada a comprarsi da mangiare», e passare dall’altra parte della barricata, sporcarsi le mani con un aiuto che sa di concreto, far parte di quelli che, anziché mandare un sms con il telefonino per donare un euro alla ricerca contro il cancro, decidono di trascorrere qualche ora ogni settimana per fare volontariato in una corsia di ospedale, tra i malati che, molto spesso, domandano solo un sorriso e una parola gentile.
Il quinto miracolo è, come se ne avessimo bisogno, prova ulteriore di quanto il Signore ci voglia bene: «portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste». Imitare Lui, ispirare le nostre scelte alla logica del Vangelo, porci sempre la domanda: “Ma Gesù, al mio posto, cosa avrebbe fatto?”, porterà sempre al miracolo, cioè a qualcosa di grande e di bello che, da solo, non sarei mai stato capace di realizzare. Talvolta è un miracolo sporco di sangue, bagnato di lacrime, cosparso di sudore: ma non ha nulla a che spartire con la polvere della mia mediocrità perché, come le dodici ceste di avanzi, continuerà a sfamare me e chi mi circonda, e a ricordare a me stesso e agli altri che vivere da risorti, vivere da salvati, è possibile, ed è la cosa più bella che esista.
Maria, Madre della pietà, non permettere che il nostro cuore si inaridisca e si chiuda alle nostre ed altrui esigenze più vere e più alte. Tu che, senza esitazioni, hai offerto il tuo umilissimo sì al Signore, aiuta anche noi a donarci senza riserve, perché il nostro poco, che non sazia nemmeno noi, nelle mani di Dio sappia sfamare le moltitudini.
Amen.
O Dio, che nella compassione del tuo Figlio
verso i poveri e i sofferenti
manifesti la tua bontà paterna,
fa’ che il pane moltiplicato dalla tua provvidenza
sia spezzato nella carità,
e la comunione ai tuoi santi misteri
ci apra al dialogo e al servizio verso tutti gli uomini.
prima lettura
Dal primo libro dei Re
In quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte e gli disse: «Chiedimi ciò che io devo concederti».
Salomone disse: «Signore mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide mio padre. Ebbene io sono un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che ti sei scelto, popolo così numeroso che non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male, perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso?».
Al Signore piacque che Salomone avesse domandato la saggezza nel governare. Dio gli disse: «Perché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te né una lunga vita, né la ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento per ascoltare le cause, ecco faccio come tu hai detto. Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente: come te non ci fu alcuno prima di te né sorgerà dopo di te».
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete capito tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Il sogno di Gabaon
Estate: tempo di vacanze per eccellenza, di stacco dalla vita lavorativa e scolastica. Non ci sembra vero poter dire: oggi, finalmente, mi riposo! Con la fuga dalle città, con l’esodo verso i luoghi di villeggiatura, ognuno di noi può notare lo “svuotamento” delle nostre parrocchie, la partecipazione ridotta alle Messe festive (spero a beneficio delle comunità al mare, ai monti e ai laghi). Paradossalmente, maggior tempo per noi stessi è spesso interpretato come fuga dalla ferialità e, quindi, dalle buone abitudini, tra le quali c’è pure quella della Messa della domenica. Oggi il Signore ci invita nuovamente alla sequela di Lui, attraverso l’ultima, bellissima, parte del suo discorso in parabole. Lasciamoci guidare da Colui che è Perla e Mercante, Tesoro e Cercatore, e non permettiamo che il tempo libero diventi fuga da tutto, Signore compreso: solo cercando Chi per primo viene incontro a noi ci riposeremo e ci ristoreremo veramente, per tornare al nostro quotidiano pronti a ripartire, con le “batterie caricate”.
La prima lettura ci porta a conoscere – forse a ri-conoscere – una figura molto nota del Testamento Antico: Salomone, re di Israele, famoso per la sua proverbiale saggezza e per i suoi giudizi, che definire corretti ed imparziali sarebbe riduttivo (salomonici, appunto, è l’aggettivo più adatto).
Eppure forse non sappiamo che quest’uomo, a cui associamo immediatamente le doti dell’integrità, della correttezza, del rigore morale, non era poi uno stinco di santo: morto Davide, suo padre, fa di tutto – ma veramente di tutto – per impadronirsi del potere, ed il suo ritratto non assume i toni dell’onestà, anzi, si tinge del machiavellico “il fine giustifica i mezzi”; con tutti i possibili rivali nella successione al trono regale, parenti compresi, Salomone si mostra addirittura crudele e spietato.
Un omicida, un sanguinario, un violento, ha pochissimo a che vedere con il Salomone che ci eravamo immaginati. Un re che, somigliando ai potenti di turno di ogni tempo ed ogni luogo, forse ascoltando un ultimo, disperato, richiamo della propria coscienza oppure, chissà, tormentato solo dal fatto che il Re dei re possa non approvare metodi poco ortodossi da lui impiegati per rimanere sovrano, decide di recarsi a Gabaon, località vicina a Gerusalemme, presso la quale sorge un santuario, dove Salomone offrirà un sacrificio al Signore, chiedendo un segno che gli sia propizio.
Vorremmo un Dio che mandi un fulmine dal cielo per incenerire Salomone e, con lui, tutti i malvagi che, nel corso dei secoli, hanno approfittato della gestione della cosa pubblica per arricchirsi ai danni delle persone poste sotto la loro responsabilità o, addirittura, hanno commesso crimini inenarrabili e sparso sangue innocente, rimasto impunito per una sorta di immunità connessa alla carica. Invece il Signore, tanto per cambiare, sembra pensarla diversamente da noi e, proprio a Gabaon, appare in sogno al re Salomone. E, senza legittimare o criticare, senza condannare o approvare, Dio se ne esce con poche, semplici, pesantissime parole: «Chiedimi ciò che vuoi».
«Chiedimi ciò che vuoi»: piacerebbe anche a noi sentirci dire, dal Signore o dal genio della lampada di Aladino, dalla fidanzata o dall’amico, magari anche dallo sconosciuto che incrociamo mentre stiamo camminando per strada, questa frase dai toni quasi magici, capace di far provare quell’indescrivibile sensazione di potere, di rivincita, perfino di onnipotenza davanti a tante, troppe cose che non vanno come vorremmo.
«Chiedimi ciò che vuoi»: quando è Dio a rivolgere un simile invito, il sentimento appena descritto si moltiplica per mille, per centomila. Un premio del genere il Signore doveva riservarlo a Mosè che, contro la balbuzie che lo rendeva schiavo delle proprie labbra incapaci e contro il faraone che teneva in schiavitù i suoi fratelli, contro tutto e contro tutti, ha accettato la missione non facile di guidare il suo popolo verso la terra promessa. Una ricompensa tanto abbondante la meritava Maria, ragazza che, senza se e senza ma, dice sì davanti a una maternità misteriosa, che esigerà da lei la custodia del Salvatore nel suo grembo per nove mesi, l’educazione del Figlio di Dio, tante rinunce e tanti dolori che solo le mamme sanno capire e che lei, Madre dell’Altissimo, patirà ancor di più delle colleghe passate e future.
«Chiedimi ciò che vuoi»: parole potenti, parole preziose, parole straordinarie perché uscite dalla bocca di Colui che ha creato il mondo. Vorremmo poter rivolgerci direttamente a Lui: “Ma Signore, allora non capisci proprio! Anziché ricambiare la fede di Abramo, la costanza di Mosè, la pazienza di Giobbe, la disponibilità di Maria, vuoi mettere l’onnipotenza nelle mani di un criminale come Salomone, nelle mani di uno che non ha esitato a mettere a morte il fratello pur di potersi sedere ben comodo sul trono di Israele?”.
Dio non ci risponde. Ma prende la parola Salomone. Vorremmo tapparci le orecchie: chissà cosa chiederà quel farabutto! Denaro in quantità, sicuramente. Oppure un esercito di bestioni che lo difenda da chi è più cattivo di lui. Anzi, probabilmente desidera la salute, se non l’immortalità: chi ha la coscienza sporca ha sempre paura di ammalarsi o di fare la stessa fine delle proprie vittime.
E, invece, Salomone riesce a sorprenderci: «Io sono solo un ragazzo. Concedi al tuo servo un cuore docile». Incredibile: un meschino arrampicatore sociale confessa la sua pochezza, i suoi limiti – «sono solo un ragazzo» – e chiede, con umiltà, «un cuore docile».
Che bello possedere un cuore docile! Ciascuno di noi ha un cuore, certamente, ma come sto studiando in questi giorni sul trattato di anatomia patologica, l’età, il danno alle coronarie (i vasi che irrorano il cuore), altre malattie o fattori di rischio possono danneggiare questo importantissimo muscolo. Perché, per parte nostra, il cuore altro non è che un muscolo: per quanto forte, un infarto lo può stroncare; per quanto giovane, un difetto nella formazione può renderlo inutile; per quanto sano, esistono pur sempre altre malattie che, senza interessarlo, possono farci morire. «Un cuore docile» può donarcelo solo il Signore! E a cosa serve «un cuore docile»? A «distinguere il bene dal male», qualità essenziale ai tempi di Salomone come ai nostri.
«Ti concedo un cuore saggio e intelligente»: sono le parole con cui Dio esaudisce Salomone. Non dobbiamo preoccuparci: cuori docili, cuori saggi e intelligenti, il Signore ne possiede in quantità, quello che ha dato al re Salomone non era l’unico. Anche noi possiamo, dobbiamo chiederglielo. Mi piace pensare che, da quella notte stupenda, da quel sogno di Gabaon, ogni giorno Salomone abbia pregato con queste parole della liturgia ebraica, che possiamo, dobbiamo fare nostre: «Tu ci hai donato, o Dio, l’intelligenza. Mio Signore, fa’ sì che noi la usiamo per distinguere fra ciò che è bene e ciò che è male, e per compiere ciò che è bene».
Paolo che si rivolge ai cristiani di Roma è l’apostolo tutto proteso verso il suo Signore, il discepolo che, una volta conosciuto l’immenso amore che Dio riversa su ciascuno di noi, un amore dal quale, per stessa ammissione di Paolo, nulla ci potrà mai separare, non è geloso di questo tesoro, anzi, fa di tutto per portare quanti più fratelli a quella fornace dal calore inestinguibile che è il Cuore di Cristo.
Così, in tre versetti, in una manciata di righe, in meno di cento parole, l’apostolo Paolo tiene ai cristiani di ogni tempo e di ogni luogo una catechesi bellissima sulla vita dell’uomo e sul suo destino, su ciò che conta veramente ed unicamente, cioè dire sì al Signore, costi quel che costi, perché la felicità è Lui, c’è poco da aggiungere.
«Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene»: Paolo, fai in fretta a parlare! Come puoi dire, così, di getto: «tutto concorre al bene»? Pitagora non ha enunciato il suo teorema senza dimostrarne la validità, né un architetto o un ingegnere hanno mai costruito un ponte senza prima stendere nei minimi dettagli un progetto che prevedesse le forze in gioco, le caratteristiche dei materiali, i costi dell’opera. Arrivi tu e, senza dimostrazioni, senza calcoli, senza il “cvd”, il “come volevasi dimostrare”, che fa bella mostra di sé al termine di una paginata di conti e dissertazioni, affermi, così, a bruciapelo, senza nessuna prova a favore o contro, «che tutto concorre al bene»?
Paolo, tu hai mai sentito parlare delle favelas, in Brasile, dove vivono i meniños de rua, bambini che hanno per casa la strada e che vivono in condizioni disumane? Auschwitz, Oswiecim, chiamala come vuoi, in tedesco o in polacco, sai cosa hanno costruito là, e cosa hanno fatto? I sentieri sterrati e le foreste del Congo, pieni di morti ammazzati a causa di una inutile e stupida guerra civile, li hai mai visti al telegiornale? Sai cosa c’è in via Venezian a Milano? C’è un palazzone di otto piani, che si chiama Istituto Nazionale dei Tumori. Prova solo a entrarci e a curiosare, tra un reparto e l’altro, mettendo il naso dentro a stanze o ambulatori, per una mezz’oretta. E poi torna a parlare con me, e vediamo se hai ancora il coraggio di dire, con sicurezza spavalda e convinzione che non ha bisogno di alibi, «che tutto concorre al bene».
In verità, non serve sfogliare i trattati di storia o aprire le pagine del quotidiano per vedere quanto male, quanto dolore, quanta sofferenza c’è stata e c’è al mondo: probabilmente anche i muri di casa nostra sono testimoni di piccole e grandi croci che abbiamo incontrate lungo il cammino. Quante lacrime, quanti silenzi, quanti perché con punti interrogativi grossi come macigni, ci fanno protestare contro l’apostolo Paolo, e dirgli che lui non ha capito niente della vita, chiedergli se ancora osa affermare «che tutto concorre al bene».
Lasciamolo andare avanti, vediamo come prosegue. Parla, in generale, di «quelli»: «quelli che amano Dio», «quelli che sono stati chiamati», «quelli che egli da sempre ha conosciuto». Non mi sembra difficile vedere in «quelli» ciascuno di noi, che di Dio siamo figli, che il Signore ha creati, amati, chiamati per nome. Queste parole sono, dunque, per me, per te, per ognuno di noi che, pur controvoglia, stiamo ad ascoltare queste parole di Paolo, che ci sembrano tanto insensate.
Cosa devono fare, quindi, «quelli» di cui parla l’apostolo? A cosa siamo chiamati, dunque, noi, visto che è proprio di noi e della nostra vita che si sta discutendo? «Essere conformi all’immagine del Figlio suo», questo devono fare i figli di Dio, figli nel Figlio, fratelli nel «primogenito tra molti fratelli», Gesù Cristo.
Dio ci ha creati «a sua immagine e somiglianza», leggiamo nel libro della Genesi; ora siamo invitati ad «essere conformi all’immagine del Figlio suo», un’immagine che, in realtà, è Volto in cui il Padre si specchia. «Signore, mostraci il Padre e ci basta»: l’apostolo Filippo si fa nostro portavoce attraverso questa richiesta, più che legittima se vogliamo veramente vedere e capire Chi dobbiamo imitare; all’ardente Filippo saranno rivolte le semplici e grandiose parole del Maestro: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai riconosciuto? Chi ha visto me, ha visto il Padre».
Riscopriremo, così, l’immagine più alta, più bella, più vera dell’uomo, soltanto nella misura in cui saremo capaci di guardare in faccia il Nazareno, questo Messia per noi morto e per noi risorto. Già, perché, «l’immagine del Figlio» non è il ritratto del figlio di papà, del raccomandato, di chi si trova la pappa pronta, di chi occupa un posto prestigioso solo in virtù del proprio cognome. In verità, la via è già tracciata per ciascuno di noi, addirittura scandita da tappe ben precise, descritte accuratamente dall’apostolo Paolo: «quelli» – e siamo sempre noi, i «quelli» in questione! – «poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati, li ha anche glorificati». L’ultimo traguardo è, quindi, quello della gloria. Una gloria lontana da ciò che immaginiamo; ma, anche qui, il nostro modello è il Signore Gesù, di cui nel quarto vangelo possiamo leggere che, dopo l’unzione di Betania e l’ingresso in Gerusalemme, afferma decisamente: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Un Padre che risponde, attraverso «una voce dal cielo: “L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!”».
Ora, forse, abbiamo capito che «tutto», ma proprio tutto, «concorre al bene», quel Bene sommo che per essere da noi posseduto è salito su una croce, ha offerto Corpo e Sangue. Un Amore che siamo chiamati a condividere, un giorno, e a vivere, fin da ora.
L’odierna pericope evangelica chiude il tredicesimo, meraviglioso, capitolo del vangelo di Matteo, interamente dedicato al discorso in parabole. Anche oggi ce ne sono offerte tre, più un commento finale che corona l’insegnamento del Maestro in proposito al Regno, una realtà talmente grande, grande come Dio, perché il Regno di Dio è Dio stesso, che poteva essere spiegata solo e soltanto attraverso immagini e termini di paragone che la rendessero più accessibile.
Quest’oggi Gesù afferma che «il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo» e, poco dopo, che «il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose». Nasce una domanda: ma, allora, il regno dei cieli è un tesoro o è chi cerca tesori? Il Maestro sembra confondersi un po’, mescolando figure antitetiche. Pensando allo studio della grammatica italiana, credo che gli elementi su cui dobbiamo porre la nostra attenzione non siano tanto i soggetti o i complementi oggetti di queste parabole, tesori o cercatori o perle o mercanti, quanto piuttosto sui predicati verbali: trovare e comprare.
Qui sta la chiave di lettura delle due brevissime parabole: il nostro atteggiamento nei riguardi delle cose, della vita, di Dio e del suo Regno. Non ci importa la frode fiscale perpetrata ai danni dell’impero di quell’uomo che, trovato un tesoro nel campo, lo nasconde di nuovo e si accaparra il terreno a un prezzo stracciato, senza rivelare ad alcuno il grandissimo valore aggiunto che esso porta in dote; non dobbiamo speculare sul valore di una perla che, da sola, ci sembra impossibile valga quanto tutti i preziosi contenuti nel patrimonio del mercante: che ci fa, poi, con un unico e preziosissimo gioiello? Lo contempla tutto il giorno, morendo di fame e di sete, pago solo di guardarlo? Oppure lo rivende e, con i ricavi, vive da nababbo sul vicino Mar Rosso, fondando il nucleo di quella che poi diventerà Sharm El Sheikh?
Ciò che il Signore vuole da noi è la medesima intraprendenza di quell’uomo che ha trovato il tesoro nascosto nel campo, la stessa passione del mercante che ha fatto del cercare non perle qualunque, ma la perla, la più preziosa in assoluto, la sua ragione di vita. Troppo spesso il nostro tempo vuole annebbiare le papille gustative del nostro spirito: lo fa bombardandoci di accessori, tecnologia o piaceri oggi moda, domani modernariato; lo fa sottolineando che gli unici valori per cui vale la pena vivere sono, appunto, i valori nel senso più letterale del termine, cioè denaro e beni di consumo; lo fa cercando di convincerci del primato dell’avere e dell’apparire sull’essere, spacciando per lodevole e prezioso solo ciò che è efficiente, attira sguardi di ammirazione, costa.
Cristo, invece, vuole abituarci a gusti che stanno esattamente agli antipodi: il gusto del quotidiano, il gusto della ricerca, il gusto della gioia, il gusto di una vita che si sa spendere senza riserve. Tutti gusti che, ai nostri palati abituati a tutt’altro, non sembrano poi tanto invitanti. Fossero vissuti oggi, probabilmente entrambi i protagonisti delle parabole non avrebbero comprato un bel niente: uno avrebbe rubato il tesoro, l’altro arraffato la perla.
I passi, tanto impegnativi quanto totalizzanti, sono quindi due: trovare, che implica l’ardore della ricerca, e la spinta della gioia che nasce dopo aver trovato ciò che da tempo si cercava, e comprare perché, altrimenti, se abbiamo trovato il tesoro, la perla, il Signore, e poi ce ne torniamo sulla nostra strada, saremo ancora più infelici di prima.
Non dobbiamo tornare a casa sconfortati, come il giovane ricco che trova Gesù ma decide di non seguirlo, pensando che la ricerca e «l’acquisto del dono» – di cui parla anche l’orazione colletta, in questi termini tanto contraddittori quanto profondamente veri – siano cose troppo grandi per le nostre sole forze. Dobbiamo ricordare che «il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare»: siamo noi, con i nostri sforzi e i nostri slanci a cercare la felicità, a cercare il Signore, ma è Lui stesso il primo a venirci incontro, a pescarci nell’immenso mare del nostro vivere. Anche solo dimostrare che siamo infaticabili cercatori, senza poi apparentemente stringere nulla in mano, sarà sufficiente per essere «pesci buoni nei canestri» del Regno.
Maria, Donna dei tempi nuovi, rinnovata dallo Spirito Santo che su te ha effuso la pienezza del dono che è Dio, vorremmo assumerti come consulente nel grande affare della nostra vita. Siamo così confusi quando, attorno a noi, vediamo soltanto o trafficoni che speculano a danno degli altri, o ingenui spettatori che si fermano al limitare della scena, senza mai prendervi realmente parte. Aiutaci a capire che sommersi e salvati, furbi e inetti, sono categorie che esistono solo nel nostro mondo. Fa’ che anche noi possiamo comprendere ciò che ci dice il Figlio tuo, dacci una mano per capire cosa è davvero importante. Fa’ che il nostro termine ultimo sia sempre e soltanto il Signore, perché possiamo, con coraggio e con gioia, affermare sempre di Lui quelle parole che la beata Maria Teresa Fasce, agostiniana che nei primi del Novecento fondò a Roccaporena di Cascia, paese di santa Rita, l’Alveare, rifugio e comunità per bambine orfane o in difficoltà, disse in proposito a questa sua, grandissima, opera: «Lo voglio benché costi, lo voglio perché costa, lo voglio a tutti i costi».
Amen.
O Padre, fonte di sapienza,
che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e la perla preziosa,
concedi a noi il discernimento dello Spirito,
perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo
il valore inestimabile del tuo regno,
pronti ad ogni rinuncia per l’acquisto del tuo dono.
prima lettura
Dal libro della Sapienza
Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose,perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto.La tua forza infatti è principio di giustizia;il tuo dominio universale ti rende indulgente con tutti.Mostri la forza se non si crede nella tua onnipotenza e reprimi l’insolenza in coloro che la conoscono.Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza;ci governi con molta indulgenza,perché il potere lo eserciti quando vuoi.Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popoloche il giusto deve amare gli uomini;inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi.
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo”. E i servi gli dissero: “Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”».
Un’altra parabola espose loro: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami».
Un’altra parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti».
Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: «Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!».
Il più piccolo di tutti i semi diventa un albero
È domenica, è festa: nel caldo della canicola, dal mare ai monti, dai laghi ai colli, dalle campagne alle città d’arte, il Signore ci chiama per celebrare il giorno della Risurrezione, l’octava dies, il giorno ottavo che è compimento della settimana e ci prepara lungo il cammino verso quella domenica senza tramonto dove la festa sarà più grande di quanto ci possiamo immaginare. Ma per gustare già da ora le primizie del Regno, il Maestro ci invita a guardare tutto con occhi nuovi, occhi liberi dalla miopia del (pre)giudizio e rinnovati dalle lenti della fede, che è poi affidarsi a Dio e aver fiducia nell’uomo, contro tutto e nonostante tutto.
La Sapienza dell’Antico Testamento apre oggi il suo tesoro per regalarci suggerimenti preziosi, belli nella lirica del componimento, ancor più belli perché è possibile – è, anzi, un dovere – farli scendere dal piedistallo della poesia per calarli nel nostro, più prosaico, quotidiano.
Scorrendo questa manciata di versetti, sono nate in me moltissime riflessioni: qui ne vorrei proporre soltanto tre, ma vorrei portarmi dietro questa paginetta per tornarci sopra, durante i sette giorni che ho davanti. Io sarò a casa, alle prese con il trattato di anatomia patologica, esame che mi attende a settembre. Ma c’è chi sarà sotto l’ombrellone, chi godrà dell’incantevole spettacolo di un ghiacciaio, chi riposerà lo spirito e darà piacere agli occhi davanti a un quadro o a una cattedrale. Allora si potrebbe posare il cruciverba e togliere gli occhiali da sole, o togliersi lo zaino dalle spalle, o sedersi su una panchina all’ombra, e riprendere in mano l’odierna prima lettura, lasciarci interrogare da essa, riempirci di quanto ci dice e tornare alle cose di prima diversi.
Perché diversi? Almeno per tre motivi, tre come i punti che più mi hanno colpito.
«Non c’è Dio fuori di te»: queste le primissime parole da noi ascoltate, da noi lette. «Non c’è Dio fuori di te»: una professione di fede limpida, schietta, sincera, coraggiosa come sanno essere le affermazioni che non lasciano spazio a repliche. Non so se io possiedo questo coraggio. Qualche tempo fa, provocato da una frase di Benedetto XVI rivolta ai giovani radunati a Colonia, nel 2005, mi misi a riflettere, come sono solito, scrivendo qualche pensiero. Joseph Ratzinger non ebbe paura di affermare con forza: «Carissimi, voi cercate la felicità; se volete trovarla allenatevi a seguire Cristo, costi quel che costi». «Cercate la felicità», ci ha detto il Papa: cercare, un verbo che mi piace tantissimo. Così vicino a quel latino quaerere, che è più di un cercare, è un chiedere, un implorare. Io cerco, sì, eccome; cerco proprio la felicità, forse. Ma quando vedo davanti a me prodi coetanei o impavidi adulti, convintissimi nel dire che la felicità ha un nome, ed è Gesù Cristo, storco un po’ il naso. Forse anche io so fare l’esercizio di collegamento, come quelli delle scuole elementari, tra le parole della colonna di sinistra e quelle della colonna di destra, congiungendo con un timido tratto di matita la parola felicità al nome del Signore Gesù, ma ci sono alcuni momenti in cui questa linea è spezzata e tremolante come quella dei pazienti che ho visto nell’ambulatorio per il morbo di Parkinson. Più che questi cristiani senza macchia e senza paura, mi conforta quel passo del Dies irae (come trovare consolazione nella sequenza della Messa da morto?!) in cui leggiamo «quaerens me, sedisti lassus», diciamo cioè di Cristo che «per cercarmi, ti sei seduto stanco». E – non me ne vogliano gli esperti liturgisti o esegeti – vedo in queste parole Gesù che siede stanco ed assetato al pozzo di Sicar, aspettando la samaritana, che a sua volta aspettava una ragione per la propria vita, questa donna assolutamente non leggera, ma innamorata dell’amore, semmai; Gesù che siede stanco delle beghe e dei cavilli dei farisei, mentre scrive sulla polvere (chissà cosa?) con davanti l’adultera, lei misera, Lui che è la Misericordia; Gesù che siede in poltrona o a letto e che ogni giorno vedo in reparto, ed io magari mi giro dall’altra parte perché è già la centesima cartella della giornata e non ho più voglia (invece il malato che c’è lì ha una voglia matta).
E com’è questo Dio così diverso da tutte le altre potenze, così desiderabili e così detestabili, questo eterno Ricercato che diviene Cercatore di chi lo cerca? Ecco il secondo punto: «il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti». Un padrone allo stesso tempo indulgente; un padrone che è tale perché indulgente! Sul posto di lavoro punto alla scrivania in radica, al ponte di comando; tra gli amici vorrei essere il leader, quello che per primo è invitato all’aperitivo, l’anima di ogni festa del venerdì sera; perfino in famiglia la tentazione di comandare è forte. Può succedere anche nella Chiesa, non bisogna vergognarsi di ammetterlo. Eppure qui il consiglio è uno solo, per i credenti di ieri, per i cristiani di oggi: se vogliamo essere padroni di qualcosa o di qualcuno, nostro unico tesoro deve essere la misericordia. Se la pensiamo diversamente, saremo solo schiavi di ben altri padroni: la sete di guadagni a tutti i costi, la ricerca dell’ammirazione e del consenso, il potere sulle cose e sugli altri del quale diventiamo noi stessi, a nostra volta, servi. Come santa Giuseppina Bakhita, nata in Sudan nel 1869 circa e poi, dopo mille peripezie, religiosa canossiana in Italia: aveva conosciuto la schiavitù sotto molti, terribili, padroni ma, nel dialetto veneziano, aveva imparato a chiamare Paron, Padrone, unicamente quel Dio che non ci chiama servi, ma amici.
L’ultimo, terzo punto, ci chiama ancora più in causa: «il giusto deve amare». Qui si tratta di priorità stringente, non di remota possibilità; l’amore, sull’automobile del cristiano, è “di serie”, non è un optional. Nell’orazione colletta, che abbiamo pregato prima delle letture, abbiamo chiesto al Padre di sostenerci con «la forza e la pazienza del tuo amore». Cos’è l’amore, oggi? Al momento sono single, dovrei essere l’ultimo a parlare. Ma, attorno a me, anche se è tutto un furoreggiar di manine che si stringono, bacini e sguardi persi, riesco a vedere poca forza e ancor meno pazienza. Ci vuole pazienza per arrivare ai traguardi più importanti, la fretta porta solo a bruciare tappe che, se fossero state vissute al momento giusto, avrebbero avuto il colore brillante e luminoso dell’amore mentre, invece, rimangono stinte nel grigio della banalità, quando non affogano nel sangue della follia, che troppe volte macchia famiglie e relazioni sentimentali. Ci vuole forza perché il cammino a due, la messa in opera di un progetto che a poco a poco prende forma, l’attesa di vivere situazioni importanti, non si esprima solo nel sudore della fatica, ma anche nella gioia che solo i traguardi meritati sanno dare.
Lasciamoci cambiare. Proviamoci, almeno.
Continua la catechesi di Paolo ai cristiani di Roma. Ora parla non solo alle comunità da lui fondate o incontrate, ma rivolge il suo pensiero a tutti i cristiani, proprio da Roma, città che ha visto il compimento della sua professione di fede, proprio per questo città felice, come canta un antico inno, perché, con il sangue degli apostoli, ha accolto pure il loro messaggio, la loro predicazione.
È estate, siamo stanchi, non ce la facciamo più dopo undici mesi di lavoro, tutto di noi grida: “Vacanza!”. Eppure a me capita, una volta staccata la spina della quotidianità, dopo aver finalmente assaggiato il riposo, di sentire ben altra stanchezza, diversa da quella del corpo sballottato ogni giorno qua e là, diversa da quella della mente sempre accesa per pensare a questa o quella scadenza. C’è una «debolezza» – è lo stesso Paolo a chiamarla così – che nessuna vacanza può cancellare, che nessun integratore multivitaminico riesce a scacciare. È una «debolezza» molto particolare, che raramente ci fa ammalare, se portata all’eccesso magari ci deprime, ma a piccole dosi fa certamente parte del nostro essere persone, dell’essere umano. Ci coglie, quasi come dolore sordo, proprio mentre non stiamo facendo nulla, se ci svegliamo nel cuore della notte e cominciamo a pensare, oppure quando non abbiamo altra occupazione se non osservare le onde del mare che si infrangono sugli scogli. Ricordo, per esempio, che, una delle tante volte, mi colpì, quasi togliendomi il fiato, due anni fa, a Madrid, davanti al celebre Guernica di Pablo Picasso, fino ad allora ammirato solo sui libri di storia dell’arte. Di fronte alla grandezza della natura, alla bellezza di un’opera d’arte, perfino quando, rigirandoci nel letto alle tre di notte, siamo soli con la nostra piccolezza, è allora che ci assalgono domande più grandi di noi. Chi siamo veramente? Ha importanza il nostro fare, il nostro agitarci? La persona accanto a me è quella giusta? Io sono “giusto”? O sono “sbagliato”, c’è qualcosa che non va? Perché…?
Molto spesso è meglio cercare di riaddormentarsi, o programmare un’escursione, o passare al prossimo capolavoro del museo. Ma quelle domande, prima o poi, si riaffacceranno.
«Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza»: sembra una frase buttata lì, forse ad effetto, forse come i teoremi di algebra fatti apposta per risolvere problemi all’apparenza impossibili. Il nostro spirito, con la s minuscola, cioè il nostro essere, il nostro pensare, il nostro credere, ciò che, nel profondo, ci identifica, ci rende ai nostri ed altrui occhi quello che siamo, da solo, è tremendamente grande e tremendamente piccolo. Si dice che ognuno di noi, quando muore, pesa ventuno grammi di meno. Per questo motivo hanno intitolato così anche un film di qualche anno fa. Non so se ventuno grammi sia il peso dell’anima o dell’ultimo respiro, non l’ho ancora trovato scritto su nessun trattato di medicina. Se è così, però, pesiamo proprio poco!
Il nostro spirito, la nostra anima, pesa poco come pesano poco i motivi che ci portano a pregare. Un amico sacerdote mi diceva, tra il divertito e l’amaro: “Sai, non va più di moda accendere la candele!”. E ho capito che l’affermazione era sconsolata non perché questo prete fosse un fan sfegatato della cera che cola, quanto perché le bussole delle offerte erano sempre più vuote. Io, invece, provo a ragionare con l’ottimismo del Vangelo: non sarà che, forse, i cristiani non hanno più la “fede della candela”, perché questa ha lasciato spazio alla più grande “fede nel Signore”? Così, magari, si accende una candela in meno, ma si legge una pagina di Bibbia in più; ci sono meno lumini davanti alla Madonna, ma più Ave Maria che chiedono la sua intercessione.
A me piace pensare così. E, se è davvero così, questa è tutta opera di quello Spirito con la S maiuscola, infinitamente più grande del nostro spirito, dei nostri ventuno grammi! Pesando così poco, i ventuno grammi del nostro spirito sanno chiedere poco. Poco e, tante volte, male. «Non sappiamo come pregare in modo conveniente», dice Paolo: oggi, come ieri, c’è chi si rivolge al Signore solo perché la fidanzata torni sui suoi passi dopo aver rotto i piatti, perché l’esame vada bene, perché tutto fili liscio sul posto di lavoro, perché le analisi del sangue dicano che è tutto a posto. Tutti desideri sacrosanti, per carità: ma crediamo, forse, che Dio non sappia quello di cui abbiamo bisogno? Lui, che ci è Padre, non conosce il nostro desiderio di amare ed essere amati, la nostra fame di obiettivi, di traguardi, di successi, la voglia che abbiamo di star bene, nel corpo e nell’anima?
Ogni giorno di più sperimento quanto è bello inginocchiarsi davanti al tabernacolo, o semplicemente ritagliarmi un angolo di tranquillità in un posto silenzioso, farmi il segno della croce e poi non dire più nulla, soltanto: “Signore, sono qui, eccomi!”. Perché, come ci insegna l’apostolo, «lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili». I «gemiti inesprimibili» non sono versacci, pernacchie o lingue ormai morte e sepolte; se pensiamo alla pazzia o al miracolo siamo lontanissimi. Lo Spirito che il Signore ha messo nel nostro cuore parla al nostro posto, chiede per noi al Padre ciò che noi non sapremmo nemmeno come chiedere, quello che non sapremmo neppure chiamare per nome, tanto è inquieta e sfumata la domanda che ci portiamo dentro, quella «debolezza» di cui abbiamo parlato.
Lo Spirito Santo è per noi Paraclito, cioè “avvocato difensore”. Nell’antichità, il paraclito era colui che, semplicemente stando in piedi durante il processo accanto all’imputato, senza nemmeno aprir bocca, garantiva la sua innocenza. «Colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito», quel Paraclito che prega in noi e per noi. Stiamone certi, rimaniamo docili alla voce di quello Spirito che sa di cosa abbiamo bisogno e ci aiuta a camminare, giorno dopo giorno, sulla strada che il Signore ha tracciata per noi.
La pericope evangelica è, come la scorsa domenica, tratta dal capitolo 13 del vangelo di Matteo, capitolo che raccoglie il grande e bellissimo discorso in parabole. Ancora una volta il Maestro cerca di spiegarci cos’è il Regno di Dio, com’è il Regno di Dio. E, parlando a noi, piccoli, si fa Lui stesso piccolo: l’Eroico si fa quotidiano perché il quotidiano possa diventare eroico.
Così si apre, davanti a noi, un meraviglioso trittico. Proviamo a soffermarci su ogni pannello di questa ideale, triplice, opera d’arte.
Nella prima parabola si parla ancora di un seminatore, ma un po’ diverso da quello di domenica scorsa. È sempre generoso, anche qui sparge a piene mani del «buon seme», ma questa volta, fatto quasi inaudito domenica scorsa, «lo stelo crebbe e fece frutto». Evviva! Purtroppo la storia non finisce qui: «Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò». Quale profondità investiga il divino Catechista che è Gesù! Con questa parabola si addentra, addirittura, in un argomento che viene sempre sbattuto in faccia al credente: “Se Dio c’è, perché il male?”. Il male è, chiaramente, seminato dal «nemico». Un nemico così meschino che non vuole nemmeno combattere alla luce del sole, perché arriva di notte, «mentre tutti dormivano»; un nemico così vile da non preoccuparsi neppure più del suo seme cattivo, una volta che l’ha buttato nel campo, perché leggiamo che «se ne andò». Troppe volte, anche noi, diventiamo servi di questo nemico e, alla luce della verità e della coerenza, preferiamo la tenebra dell’errore, dell’inganno, della speculazione ai danni di qualcuno che, magari, nemmeno conosciamo. E, come lui, come il maligno, seminiamo «zizzania».
I servi, anche loro nostre controfigure, sempre pronti a puntare il dito, vanno dal buon Padrone di casa e, anziché complimentarsi perché del bellissimo grano biondeggia nei campi, sono solo capaci di dire: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». Il divino Padrone è categorico, ed esclama: «Un nemico ha fatto questo!». Se pensiamo di risolvere i nostri problemi facendo un processo a Dio, forse dobbiamo sederci un attimo a riflettere. Non sarà la nostra logica da “scaricabarile”, l’istinto che c’è in tutti noi di gettare a qualcun altro la patata bollente, a farci credere che il Signore è responsabile di ogni cosa che ci accade, buona o cattiva che sia? Facciamo attenzione, perché questa non è fede: è fatalismo. E il nostro Dio è sì il Signore della storia e dei cuori, ma non è un artista del circo che muove dei burattini altrimenti inerti: «Dio ci ha fatti dal nulla, ma non fa nulla senza di noi», ci ricorda il grande sant’Agostino.
Potremmo, però, incorrere in un altro pericolo, quello dell’attivismo fine a se stesso, come i servi che, angosciatissimi, chiedono, vedendo quant’è brutta la zizzania: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». «No» – rispose il Padrone – «perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano». Molto spesso, anche nel cristiano, si fa spazio la logica del pessimismo: ci accorgiamo solo della «zizzania», di ciò che ci sembra malvagio, sporco. Poco fa ho sentito una canzone alla radio: Black & gold, cioè Nero e oro, di Sam Sparro. Non conosco questo cantante, ma il testo della canzone è bellissimo, perché parla di un cielo nero e di stelle dorate. Sì, il male fa più rumore del bene, sembra vasto e smisurato come il cielo in una notte scura, ma non dobbiamo distogliere lo sguardo dalle stelle: più piccole, più fragili, un po’ tremolanti. Ma, come il bene, sanno illuminare anche la notte più nera, sanno vincere il male. E non dobbiamo dimenticare che esistono, che il bene c’è e che avrà l’ultima parola.
La seconda parabola parla di «un granello di senape». Mi viene in mente la senape degli hamburger o degli hot dog, quella salsa dal colore non molto invitante che, a me, nemmeno piace. Però Gesù si riferiva al «più piccolo di tutti i semi» che, «una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero». Chi sono io, chi sei tu? Un nome iscritto all’anagrafe del comune, un codice fiscale per i ministeri, un incarico presso il posto di lavoro, una matricola per la segreteria dell’università. Certo, per i nostri familiari e i nostri amici siamo un viso, un sorriso, dei sentimenti. Per il mondo siamo nulla, per alcuni siamo tanto, siamo tutto. Tra questi alcuni c’è anche il Qualcuno per eccellenza: siamo il «più piccolo di tutti i semi», con la nostra pochezza, i nostri limiti, la nostra finitudine, ma siamo anche nelle mani di Chi è capace di trasformarci in un grande e forte albero. Questo prodigio, questo miracolo, non viene dal nulla. C’è bisogno della nostra collaborazione, e non è un contratto part-time, non è un impegno da prendere per scherzo. Sono un seme: e il seme, per portare frutto, deve morire a se stesso, deve accettare di non essere più seme, di marcire, per diventare qualcos’altro, di più grande, di più vero, di più bello. C’è di mezzo l’offerta della propria vita, la capacità di dire sì, ogni giorno, qualunque cosa ci venga chiesta dal Signore. Non è facile. Ma non siamo soli, perché Lui è con noi, sempre.
La terza parabola è un solo versetto, e questa sua stringatezza è già paradigma di ciò che contiene: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finchè non fu tutta lievitata». Ricordo ciò che mi disse un saggio (e santo) sacerdote: “Vogliono farci credere che il problema della gente di oggi sia la mancanza di autostima. A mio parere, invece, di autostima ce n’è anche troppa: è questo il problema!”. Anche a me sembra che questa affermazione non si discosti tanto dalla realtà: sono bravo solo io, sono capace solo io, sono arrivato solo io. La modestia, l’umiltà, non ci fanno disprezzare noi stessi, anzi: ci fanno apprezzare per ciò che siamo, con i nostri slanci e i nostri limiti, ci aiutano a volerci bene senza esaltarci e senza giudicarci continuamente, ci fanno capire che Dio ci ama non perché siamo belli e bravi ma, anzi, siamo belli e bravi perché Dio ci ama. Solo così possiamo imparare ad essere lievito per quella povera e stanca farina che è il nostro mondo: il lievito non si impone sulla farina, nemmeno si confonde, ma le dà una mano a diventare ciò che è: una bella e buona pasta lievitata.
Ci aiuti e ci sostenga Maria, prima dei credenti, prima dei redenti. Da lei, da questa semplice ragazza di Nazaret, dobbiamo imparare tanto: dal suo silenzio carico di creatività, dal suo nascondimento ricco di concretezza, dall’ombra nella quale si può vivere portando tanta e tanta luce. A lei affidiamo questo pensiero di don Primo Mazzolari, perché ci ottenga di calarlo nel nostro quotidiano: «Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo. Per amare anche quello che non possiamo accettare, anche quello che non è amabile, anche quello che pare rifiutarsi all’amore, perché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è il volto e il cuore di Dio Amore».
Amen.
Ci sostenga sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore;
fruttifichi in noi la tua parola,
seme e lievito della Chiesa,
perché si ravvivi la speranza
di veder crescere l’umanità nuova,
che il Signore al suo ritorno
farà splendere come il sole nel tuo regno
prima lettura
Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore:«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,senza averla fecondata e fatta germogliare,perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare,così sarà della parola uscita dalla mia bocca:non ritornerà a me senza effetto,senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?». Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono.
E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: “Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani”.
Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!
Voi dunque intendete la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».
Parlò loro di molte cose con parabole
Ancora una volta il Signore ci chiama alla mensa della sua Parola che salva. Una Parola «più penetrante di una spada» che scende nel nostro intimo per rinnovarci e per farci assomigliare sempre più a Colui che è il Verbo di Dio.
La Parola di Dio che oggi si rivolge a noi parla… di se stessa. La prima lettura, infatti – due, poetici, versetti del profeta Isaia, noti ai più per aver ispirato un moderno e gioioso canto utilizzato nelle nostre assemblee liturgiche –, attraverso un sapiente e lirico linguaggio, dipinge un’icona meravigliosa della Parola.
Ho scritto Parola, con la P maiuscola: perché il messaggio della Scrittura è così importante da meritare l’iniziale dei nomi propri? È tra i libri più venduti al mondo – paradossalmente, se non ricordo male, il più tradotto è Pippi calzelunghe: divertirsi fa bene allo spirito, crescere leggendo libri adatti ai ragazzi anche, ma forse più del ridere umano avremmo bisogno del sorriso di Dio –: ma un dato di marketing non è adatto a misurare l’importanza; decine di mani l’hanno composto e sostanziato in diverse migliaia di pagine: ma queste sono pure le caratteristiche di un elenco telefonico, la cui lettura dalla prima all’ultima pagina, oltre che essere inutile, sarebbe di una noia mortale.
Vi sono tante parole, noi stessi ne usiamo a centinaia ogni minuto della nostra giornata, ma solo quella del Signore è Parola, è la Parola. Perché? Perché è più potente, efficace, grandiosa e solenne delle nostre parole? A me non sembra proprio. Vi sono pezzetti conosciuti a tutti di questa presunta Parola con la P maiuscola che dovrebbero scuotere le coscienze, convertire ai cuori, suggerire ad ognuno di noi una condotta di vita conforme a ciò che Dio desidera da noi e per noi: (sperabilmente) ci ricordiamo dal catechismo i dieci comandamenti e – senza arrivare a non uccidere – quanti fra noi accolgono e mettono in pratica l’invito a santificare la festa? Non mi sto scagliando contro chi non va a Messa la domenica (particolare, comunque, non trascurabile, perché è, per così dire, il sigillo della domenica, il vertice del giorno del riposo e l’origine di tutte le altre attività della Pasqua della settimana), ma soprattutto contro chi ci va e poi, per le altre ventitré ore della giornata, si comporta in maniera completamente opposta, “non santa”; non ha senso, infatti, andare a Messa e piantare a casa la fidanzata, o la moglie e i figli, per andare da soli allo stadio, o andare a Messa e trascurare di andare a trovare il nonno in casa di riposo, o andare a Messa e non giocare coi figli o con la sorellina più piccola, o andare a Messa e non dare una mano alla mamma con le faccende domestiche. Il Signore non ci ha detto: “Ricordati di andare a Messa la domenica”. Ci ha detto: “Ricordati di santificare le feste”.
Apro una piccola parentesi, con una digressione che può comunque fornirci un ulteriore spunto di riflessione. Raccontava mons. Mariano Magrassi, monaco benedettino e poi arcivescovo di Bari, vero uomo liturgico, di un novizio che si trovava in Francia. Questi, durante una lezione di catechismo, mentre dettava ai ragazzi il Padre nostro – il Nôtre Père, in francese – si accorse che una bambina, anziché scrivere: “Que ta volonté soit faite” – “Sia fatta la tua volontà”, aveva scarabocchiato nel suo bel corsivo: “Que ta volonté soit fête” – “Sia festa la tua volontà”. Bellissimo! Vivere nella volontà di Dio, accettare ciò che viene da Lui, anche se contrario ai nostri desideri, come dono, come migliore soluzione all’enigma del nostro vivere, significa rendere “festa” ogni nostra giornata. E non dobbiamo dimenticare di “santificare la festa”!
Tornando a bomba: forse che i comandamenti siano la parola più ascoltata e messa in pratica in assoluto e, quindi, meritino di essere definiti “Parola”? E non è forse “Parola del Signore” ogni pericope evangelica che così definiamo al termine della terza lettura di ogni Messa domenicale? Allora è quella del Vangelo la Parola potente, accolta, accettata, messa in pratica? Anche quella di Gesù, dove dice: «Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi»? Come sostenere che è Parola una parola bistrattata, disprezzata, ignorata e addirittura derisa, che non giustifica la durata brevissima delle relazioni matrimoniali, come quella delle vocazioni religiose o sacerdotali?
Ci sono parole molto più potenti della cosiddetta Parola! Un giudice emette una sentenza e questa è eseguita, con la relativa pena; il capo del governo approva una manovra finanziaria e giù una grandinata di tasse e provvedimenti. Scendendo un poco più in basso, se mando a stendere il fidanzato, quella sì che è una parola importante, perché ferisce, fa riflettere, a volte riesce persino ad essere la causa di gesti sconsiderati. Se do un consiglio sincero ad un amico, quella sì che è una parola risanatrice, perché illuminerà il suo dubbio e lo aiuterà ad agire di conseguenza. Queste sono Parole!
Isaia ci aiuta a riflettere meglio, a capire che, finché continueremo ad usare il metro di misura umano, la Parola di Dio continuerà ad occupare gli ultimi posti. Perché quella di cui stiamo parlando non è una Parola-bacchetta magica, venuta a risolvere ogni mio problema; non è una Parola-carta di credito che riempie ogni borsellino; non è una Parola-miracolo, che guarisce l’incurabile, aggiusta l’irreparabile, spiega l’irrazionale. Questa Parola è «come la pioggia e la neve» che, quasi impalpabili, scendono dal cielo quando vogliono, senza possibilità di essere comandate. E, in modo altrettanto “anarchico”, portano refrigerio, o catastrofe, o abbondanza di raccolto, o straripare di fiumi. È Parola contro e nonostante le numerosissime parole che cercano di soffocarla e prendere il suo posto.
Ma questo non è un problema: dobbiamo essere certi della consolante promessa del Signore: «non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». Ancora una volta, Dio ci ricorda che i suoi pensieri non sono i nostri, le sue vie non sono le nostre: anche quando la strada pare tortuosa, se quella è la via preparata per noi nella sua Provvidenza amorosa, Lui è capace di rendere saldi i nostri piedi, di non farci inciampare, di arrivare a destinazione.
Ora sta a noi decidere quale, tra le tante parole che, ogni giorno, stordiscono le nostre orecchie, è la Parola. L’unica bella, vera, che ha significato e da significato anche alla nostra vita.
Paolo continua a rivolgere la sua parola alla comunità cristiana di Roma ed anche a noi, chiamati a raccogliere attraverso una sequenza ininterrotta il testimone della fede nella grande staffetta della Chiesa. Leggiamo questa sua inusuale catechesi nel tempo dell’estate, in quei mesi tradizionalmente dedicati, almeno in parte, alla vacanza: al mare, in montagna, nelle città d’arte, in ogni luogo che eleggiamo quale meta di riposo e divertimento per il corpo e per lo spirito.
Penso ad alcuni miei coetanei che, in questi giorni, si trovano in Australia, per vivere a Sidney la giornata mondiale della gioventù: un’occasione in cui ascoltare le catechesi dei vescovi e del Papa, vivere la propria fede insieme a migliaia di altri ragazzi e ragazze di ogni parte del mondo, una “vacanza” diversa che, forse, lascerà un segno indelebile, avrà lo stesso effetto di un enorme ferro da stiro, facendo prendere una piega completamente inaspettata alla bellissima camicia della vita.
Gli esami universitari e la non facile e immediata consistenza economica che consentono un soggiorno dall’altra parte del pianeta non mi hanno reso possibile essere là, ma sto cercando di sintonizzarmi spiritualmente, con la preghiera, e pure un po’ più concretamente, attraverso televisione e giornali, con questo grande evento. Così riesco a “partecipare”, seppure “in differita”, a una catechesi che mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, ha tenuto ai “suoi” giovani, in questi giorni ospitati a Brisbane. Là, a Freaser Island, una grande isola di sabbia immersa nei mille riflessi dell’Oceano Indiano, avvolta dall’arcobaleno della barriera corallina, tra dingo e koala, eucalipti e canguri, è impossibile non cedere al fascino che il creato, da sempre e per sempre, esercita ed eserciterà su ognuno di noi.
Questo vescovo giovane e particolarmente dedito al ministero nel mondo dei giovani, anche quando era sacerdote, chiede a se stesso e ai ragazzi: «Tutto quello che ci circonda è frutto del caso oppure c’è una sapienza grandiosa, che ha pensato tutto e l’ha messo con cura e amore nelle mani dell’uomo?».
Non ci si può sottrarre a questa domanda. Non lo fa nemmeno Paolo, e l’apostolo vuole che anche noi ci soffermiamo a pensare su di essa. C’è una «creazione», così Paolo chiama tutto quello che ci circonda, il cosmo, questo spazio dalle grandezze tanto enormi e dalle bellezze così inafferrabili che non vi sono parole che riescano a descriverlo. Ma se chiamiamo il cosmo «creazione», questo implica che ci sia pure qualcuno che l’abbia creato, un Creatore. Continua mons. Sigalini: «La visione cristiana fa dell’uomo un pensiero di Dio, un palpito del cuore di Dio, una irrepetibile novità per il Signore. Cambia il modo stesso di accedere all’universo, perché il creato non è un caso, ma un dono di Qualcuno che dovremmo imparare a conoscere da quello che vediamo». Immerso nelle meraviglie della natura, un giovane – io stesso non avrei saputo resistere alla tentazione – da buon figlio della generazione dell’immagine, punta il cellulare con fotocamera integrata per scattare una foto di quel posto paradisiaco. E mons. Sigalini prende la palla al balzo: «La creazione resta sempre un grande mistero. La nostra mentalità resta un po’ frustrata perché allora non c’era nessuno che poteva mandarci un mms della sua visione in diretta della creazione».
Una creazione che, nata nel segno della bellezza e della perfezione, è irrimediabilmente sconvolta dal peccato, generato dalla libertà, dono di Dio all’uomo. Così, afferma Paolo, se l’uomo non cessa di piangere il dolore che, prima o poi, segna la vita di ognuno, se non si rassegna e non si da pace, scosso da una sete che non si estingue, da una nostalgia che si spegnerà solo arrivando a Dio, perfino la natura esprime questo anelito: «L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio». Una «ardente aspettativa» che si fa sofferenza, in maniera sua propria, diversa dalle modalità di esprimersi del genere umano, ma non per questo meno significativa: «tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi».
Come non pensare ai nostri tempi di sfruttamento ad ogni costo di ogni risorsa naturale, perfino quelle essenziali e non rigenerabili, come l’acqua e le foreste; alle barriere coralline che i giovani di tutto il mondo ammirano, in questi giorni, in Australia: un patrimonio generatosi nel corso dei millenni ed oggi minacciato dall’inquinamento e dalla logica della speculazione e del commercio. Mi guardo intorno, vado nell’orto a prendere gli odori per il pranzo, e avverto la fragranza meravigliosa del basilico: quel verde brillante, tra poche settimane, sarà foglia marcia e avvizzita. Ovunque è uno svolazzare di bianche farfalle cavolaie, paghe di infastidire tutto il giorno i cespugli di lavanda: una manciata di giorni e più non saranno.
Tutto questo però ha un senso, il cosmo intero e l’essere umano non sono frutto di un disegno tanto stupendo quanto perverso, ma di un pensiero d’amore, dal quale tutto trae uno slancio nuovo per approdare, ancora, nell’Amore che crea, nell’Amore che ama.
Così mi piace concludere con le parole di mons. Sigalini: «Quando Dio ha creato cielo e terra stava sognando e la visione dei suoi sogni che ogni giorno si facevano realtà gli strappava grida di gioia, fino alla realizzazione dell’ultimo sogno: l’uomo. L’ha fatto per specchiarsi, per incapacità di contenere l’amore. Ma ha continuato a sognare anche dopo aver fatto l’uomo. Il sesto sogno l’ha fatto “in stereo” con l’uomo, regalandogli la donna. Da allora Dio ha passato i suoi sogni all’uomo e alla donna. Ha detto loro: sognate alla grande, i vostri sogni devono diventare vita. Vi ho scritto dentro tutto quello che permette ai vostri sogni di realizzarsi».
La pericope evangelica si schiude davanti a noi come un immenso affresco dai toni leggeri e penetranti a un tempo, come sa essere solo il grande discorso in parabole raccolto per noi dall’evangelista Matteo. Quella odierna è la prima di queste parabole, ed una tra le più belle e cariche di significato. Definire il discorso in parabole come una “raccolta di racconti” sarebbe triste e avvilente: la parabola non è una favoletta. È molto meglio paragonare questo grandissimo capitolo della predicazione del Maestro a una “collana di perle”: una in fila all’altra, sapientemente scelte e raccolte dall’artigiano per formare un gioiello di rara bellezza. Qui si risveglia lo studente di medicina che è in me: ricordo dalla biologia che vi è un particolare stato di addensamento del dna in cui ciò che si vede al microscopio elettronico è stato definito proprio come aspetto a “collana di perle”, perché i filamenti di dna, ad intervalli regolari, si attorcigliano attorno a proteine di sostegno a forma di disco, chiamate istoni. Tutto questo mi induce a pensare che, nelle parabole – spiegazioni di come è e come dovrebbe essere il Regno di Dio, l’agire del Signore attraverso le nostre vite – riusciamo a trovare il dna di ogni cristiano, di ogni discepolo. Siamo noi ad essere chiamati, qui ed oggi, a rendere parte del nostro dna, cioè dell’inestimabile patrimonio della nostra vita, l’inesauribile ricchezza del Vangelo, la potenza misteriosa del Regno, perché tutto – noi stessi, le nostre vite, il cosmo intero – sia trasfigurato a immagine dell’Amore di Dio.
«Quel giorno Gesù uscì di casa», ci racconta Matteo. «Quel giorno» è l’oggi della storia, è il nostro oggi, un oggi che si concretizza proprio nello scorrere del tempo che è dato a noi, un tempo gravido di attesa perché, qui e oggi, c’è il Signore Gesù, che esce dalla casa del Padre per incontrarsi con noi, per stare con noi. Qui e oggi c’è Cristo, l’inviato del Padre, il Figlio di Dio, che non si accontenta di stare a casa sua per rivelarsi e parlare solo a quelli che, apertamente, sono i suoi discepoli, ma sale su una barca perché la folla intera, radunata sulla spiaggia del mondo, possa ascoltarlo, che lo voglia o no, indipendentemente dal risultato.
«Egli parlò loro di molte cose con parabole»: non sono pochi, nei vangeli, i miracoli, segni prodigiosi dell’operato del Messia, quasi dei sigilli che attestano la sua divinità. Ma, molto spesso, essi diventano voglia di sensazionale, fame di scoop e di gossip: avviene così che, se Cristo moltiplica i pani per mostrare alla folla che solo il Signore è in grado di saziare quella fame nel cuore dell’uomo che nemmeno il cibo riesce a spegnere, la gente considera unicamente l’aspetto materiale del fatto e scambia Gesù per il fondatore di una catena di Mc Donald’s.
Il Maestro prova un’altra strada – anche se forse già intuisce che sarà necessario arrivare al segno supremo, l’offerta di sé fino allo spargimento del proprio sangue, per amore, unicamente per amore –: così, non per niente è il Maestro, sfodera tutte le sue abilità di divino Catechista e si inventa le parabole. Ma non scordiamo che le parabole più belle sono quei segni umili e discreti attraverso i quali, ancora oggi, il Signore parla a noi, sì, proprio a noi! L’abbraccio di una persona cara, la lettera di un amico con una parola di incoraggiamento, perfino una manciata di caratteri come un sms che arriva, inaspettatamente, a dare un tocco di colore ad una giornata ingrigita dalla tristezza, sono le mille e mille parabole regalateci dal tesoro meraviglioso del Cuore di Cristo che, anche oggi, si dischiude gratuitamente davanti a noi.
«Ecco, il seminatore uscì a seminare»: c’è una ruvida bellezza in questo Contadino che, senza stancarsi, trova ogni giorno la forza per uscire da se stesso e spargere a piene mani il seme nel campo del mondo. Già: ogni giorno, siamo nell’oggi della storia, il Seminatore che è Dio continua a gettare nel campo dei nostri cuori i chicchi della sua Parola. Dei semi che, ridotti ai minimi termini, dicono a noi: “Ama, ama, ama, ama il Signore e ama i fratelli”. Semi che hanno in comune questa singolarissima specie e che poi, nel terreno di ognuno di noi, possiedono il misterioso potenziale di far crescere ora questo ora quell’albero, come è diversa la mia vita dalla tua, la tua vocazione dalla mia, pur con la medesima radice, la radice dell’Amore.
Questo Contadino, però, avrà pur le scarpe grosse, ma il cervello fino mica tanto, perché butta semi di qua e di là senza preoccuparsi di dove finiscano. Riappaiono i nostri interrogativi: questa Parola è poi così Parola con la P maiuscola? Mi sembra un tantino deboluccia se, come le altre mille e mille parole che ci frastornano, esige il «terreno buono». Se fosse davvero un seme divino, dovrebbe germogliare ovunque, nascere, crescere e dare frutti in ugual misura sui sassi, nel deserto, tra i rovi.
Quanto è saggio il Signore, quanto è buono, quanto è grande! A noi non è chiesto di valutare il raccolto, forse nemmeno di raccogliere. C’è una “r” di differenza: più che concentrarci sul raccogliere, dovremmo impegnarci nell’accogliere! Un accogliere che si tradurrà nel seminare, seminare, seminare: come fa il Signore.
Certo, le insidie sono tante: il seme caduto lungo la strada è la Parola scivolata sull’impermeabile dell’indifferenza, che tristemente è tanto alla moda, nella stagione del nostro tempo; il seme caduto sul terreno sassoso è la Parola del buontempo, una Parola ascoltata la domenica, ma con lo stesso trasporto con cui si ascoltano le previsioni del tempo, una Parola sussurrata nella preghiera, ma con lo stesso sentimento dello scolaro che recita la poesia imparata a memoria, una Parola che interessa, ma non coinvolge, che affascina, ma non scuote e non converte; il seme caduto sui rovi è la Parola creduta, ma messa in dubbio dall’ora della prova e del dolore, da un rovo che, con le sue spine, toglie il respiro e getta nel panico. È, quest’ultimo, un mancato raccolto che, da parte mia, non mi sento di giudicare: so bene che vera fede è la fede del Venerdì santo, ma bisogna anche provarlo sulla propria pelle. Così mi commuovo davanti a questa messe invisibile, e prego perché il Signore sappia trarre da questo seme soffocato dalle spine un albero maestoso e verdeggiante nel suo Paradiso.
Tanti sono i semi, sparsi a manciate, solo pochi, pochissimi cadono sul terreno buono: un terreno buono perché capitato buono, immeritatamente toccato a qualcuno nell’inesausta scienza d’amore di Dio? Un terreno buono perché reso tale da una preghiera insistente, da un lavoro umile e generoso, dalle lacrime? Una via di mezzo tra le due possibilità? Può essere: come non possiamo valutare il raccolto nella sua globalità, tirare le somme su un mondo che, agli occhi di tutti, appare senza fede, così non possiamo misurare nemmeno noi stessi. Sta a noi, però, cedere alla meravigliosa beatitudine rivoltaci dal Signore Gesù: «Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono». A noi vedere la Parola, i prodigi che è in grado di compiere, cioè guardare con l’attenzione carica di stupore del bambino, che su tutto posa lo sguardo con occhi nuovi; a noi sentire la Parola, che non è un semplice e meccanico udire, ma un ascoltare come si ascoltano le parole dell’amato, con l’impazienza che tutto assapora e gusta.
Maria, serva della Parola e Madre del Seminatore, sii tu il nostro aiuto in quest’ora in cui il Figlio tuo rivolge a noi la sua Parola che libera, salva, consola, chiama. Una frase del Talmud, libro della spiritualità ebraica, afferma: «Vicino ad ogni filo d’erba c’è un angelo che dice: “Cresci!”». Resta con noi, Madre amabile e ammirabile, e invita il filo d’erba della nostra fede a non spezzarsi, a crescere illuminato da Cristo, Sole di Pasqua, e rinvigorito dall’acqua della Parola. Facci diventare albero grande, sotto il quale tanti possano trovare riparo, ristoro, conforto, perché il povero seme della nostra vita possa cantare la misericordia del Signore portando i frutti saporosi del Regno che viene in mezzo a noi.
Amen.
Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito
la disponibilità ad accogliere il seme della tua parola,
che continui a seminare nei solchi dell’umanità,
perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace
e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno.
prima lettura
Dal libro del profeta Zaccaria
Così dice il Signore:«Esulta grandemente figlia di Sion,giubila, figlia di Gerusalemme!Ecco, a te viene il tuo re.Egli è giusto e vittorioso,umile, cavalca un asino,un puledro figlio d’asina.Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme,l’arco di guerra sarà spezzato,annunzierà la pace alle genti,il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra».
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».
Venite a me
Maggio e giugno parecchio piovosi, poi un caldo estivo ritardatario ci travolge; l’Italia campione del mondo che si fa scalzare come una dilettante agli europei, e le incredibili partite delle semifinali e della finale, imprevedibili fino all’ultimo secondo; la liberazione, tra le lacrime di commozione e di gioia, dei familiari e del mondo intero, di Ingrid Betancourt. Forse il nostro povero, stanco mondo sta riscoprendo uno dei sentimenti più alti: quello dello stupore. E anche il Signore Gesù, questa domenica, ha intenzione di stupirci.
La prima lettura è tratta dal penultimo dei libri profetici dell’Antico Testamento, quello che raccoglie la voce di Zaccaria, profeta che, secondo la tradizione, laverà nel sangue la sua testimonianza preziosa.
In un tempo simile al nostro, in cui la speranza di veder le cose migliorare andava spegnendosi, la voce del Signore suona forte e cerca di rianimare e di infondere coraggio nel popolo dei suoi figli. Sono parole di gioia, di felicità grande: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!». Un imperativo ad essere contenti. E come, quando siamo sepolti dalla spazzatura morale ed esistenziale, che ingombra i sentieri del nostro cuore più dell’immondizia materiale che abbruttisce alcune città italiane e la vita dei loro abitanti? Vi è perfino una preghiera, tra le più antiche e le più care al popolo cristiano, la Salve Regina, che così ci fa rivolgere alla Vergine: «A te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime».
Il nostro Dio è un Dio che vuole la nostra gioia: non una felicità a tutti i costi, una letizia passeggera e fugace, come quella dei saldi appena iniziati che riempiono di folla outlet e negozi, una contentezza che finisce col diventare, paradossalmente, triste e grigia, perché è un rincorrere l’effimero, che non può dare un senso al nostro vivere e al nostro sorridere. Il Signore vuole da noi la gioia, quella vera.
Alle rovine di una Gerusalemme depredata dai babilonesi e dai popoli che l’hanno saccheggiata, al nostro cuore troppe volte scosso e lacerato da quello che ci tormenta, il Signore annuncia: «Ecco, a te viene il tuo re». Quel Signore che, come ci dice il salmo 34, uno tra i più belli di tutta la Scrittura, «è vicino a chi ha il cuore ferito». Un re che non viene a dominare, ma a liberare; un re che non spadroneggia, anzi, riscatta; un re che, se esercita il suo potere, lo fa unicamente per salvarci, per redimerci.
Noi dobbiamo essere sicuri di questa parola, una buona notizia che non è più soltanto profezia, ma è cronaca di un fatto già accaduto: la venuta di Gesù Cristo. È Lui che possiamo scorgere tra le pieghe di queste parole incredibili. Non è un caso che, leggendo questi versetti, mi sia venuto in mente il canto delle profezie, che apre la liturgia della novena di Natale. Mentre scrivo, in canotta e pantaloni corti, con le temperature tropicali di questi giorni, il freddo dell’inverno – che io, peraltro, preferisco – mi sembra un sogno lontano. E pure le suggestive note delle profezie che, da secoli, i cristiani cantano nei giorni che precedono il Natale del Signore, alternando il registro di flauto che accompagna le strofe con i ripieni d’organo del notissimo ritornello: «Regem venturum Dominum, venite, adoremus» – «Ecco il Signore viene, venite adoriamo».
Sono parole bellissime, un collage tra la voce di alcuni profeti che, punteggiando come di stelle il Testamento Antico, annunciano la nascita del Messia. Mi piacerebbe ricordarne alcune, perfino citando le strofe in lingua latina, così musicale, così poetica; nelle comunità dove si mantiene questo canto nella lingua tradizionale della liturgia romana, perfino in quelle più giovani, sembra di pregare con tutti i credenti che ci hanno preceduti e che, prima di noi, hanno trovato negli accordi di un’armonia tanto solenne la gioia di cantare il Signore che viene. «Jucundare, filia Sion, et exulta satis, filia Jerusalem. Ecce Dominus veniet, et erit in die illa lux magna» – «Rallegrati, figlia di Sion, ed esulta di gioia, figlia di Gerusalemme. Ecco verrà il Signore e ci sarà grande luce in quel giorno»: sono le parole dell’odierna prima lettura. Ricordiamo ogni giorno che questa grande luce è già sorta, quel giorno santo è già spuntato per noi, la salvezza è già venuta. A noi resta soltanto l’atto semplice e grandioso di accoglierla. Infatti un’altra strofa così ci esorta: «Ecce apparebit Dominus, et non mentietur: si mora fecerit, expecta eum, quia veniet, et non tardabit» – «Ecco apparire il Signore: non mancherà alla parola data; se ancor non giunge, ravviva l’attesa, poiché certo verrà e non potrà tardare».
Sì: verrà e non potrà tardare. È venuto, non ha tardato, ci ha salvati. Questo re così lontano dai potenti di questo mondo, «giusto» perché ha compiuto sino in fondo il volere di Dio, suo Padre, «vittorioso», proprio in virtù di avere accettato anche la croce per spalancare a noi le porte della salvezza, «umile», perché reso grande dal Signore che ha posto la sua mano su di Lui, è il nostro Dio, fatto uomo per noi, è il Signore Gesù. Un Dio paradossale, che «cavalca un asino».
Noi possiamo rimanere solo stupefatti e ammirati davanti all’opera della salvezza, così umile e così magnifica. E, per rendere più prosaica la nostra adorazione nel concreto quotidiano, possiamo e dovremmo impegnarci ad essere quell’«asino» che porta il Signore, seguendo il monito dell’antica iscrizione che troviamo nelle catacombe: «Asinus portans mysteria». Un animale semplice, perfino deriso. Ma che ha il compito meraviglioso di mostrare a tutti Colui che dà un senso al nostro vivere, Colui nel quale troviamo gioia piena, gioia vera.
Nella catechesi teologica che è la bellissima lettera ai Romani, l’apostolo Paolo non cede al richiamo della cattedra, della disputa accademica. Ha il coraggio del paradossale, che sembra lontanissimo dal rigore dell’intellettuale. Già: perché, altrimenti, le parole infilate una dopo l’altra, per quanto pregevoli, sarebbero state lettera morta. Invece sono ravvivate e vivificate da Colui che, tutte le domeniche, nel Credo proclamiamo come «Dominus et vivificantem», Colui che è «Signore e dà la vita», lo Spirito Santo.
Così, lo stesso Dio che ci impone, quasi, di gioire contro ogni umana disperazione, ci dice anche, per bocca dell’apostolo Paolo: «se vivete secondo le opere della carne, morirete». Se il paradosso della prima lettura era, in certo senso, positivo – gioire contro tutto e nonostante tutto – questo potrebbe essere definito negativo: «se vivete… morirete».
Mi viene alla mente un aneddoto di un giovane sacerdote che, raccontandomi degli anni di seminario e delle adorazioni eucaristiche del giovedì, mi diceva che una sera toccò proprio a lui la meditazione e, preso dal discorso, esclamò: “Il Signore si è fatto uomo, carne della nostra carne, una carnaccia di peccato, una carnaccia schifosa come quella che stasera ci hanno cucinato le suore!”. Senza sapere che i microfoni erano pure collegati a una radio, in cucina, dove le abili cuoche ascoltavano la meditazione mentre lavavano i piatti.
L’apostolo Paolo ci rincuora: «voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito». E meno male: siamo “carnaccia schifosa”, ma come è schifoso il fango, come è ripugnante la melma con cui Dio ci ha impastati. Mai dimenticare, però, che il fango schifoso e la melma ripugnante sono impastati di cielo, di Spirito Santo, e diventano sostanza nuova, pur mantenendo le loro apparenze poco affascinanti. Non dobbiamo scandalizzarci se la voce della carne talvolta si fa sentire: siamo uomini, non angeli. Ma sta a noi ricordarci che la carne, l’istinto animalesco, il tarlo di prepotenza, violenza, egoismo, calcolo, eccesso, insito nella nostra natura, non può e non deve avere il sopravvento sulla voce dello Spirito, «dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi».
“Sono un verme di terra”: queste le parole di una mistica del nostro tempo. Era tanto più alto Abramo, un possidente terriero come ce n’erano molti nelle terre dei Caldei? Era poi così grande Maria, una ragazza analfabeta di uno sperduto villaggio di una provincia polverosa dell’impero romano? E cosa aveva di speciale quel pescatore galileo, quel Simone detto Pietro, dalle mani ruvide e dal carattere facile all’entusiasmo e facile allo scoramento? Siamo vermi di terra, certamente: ma vermi di terra salvati, redenti, fatti nuovi, rinnovati a immagine dell’Altissimo.
Come non ricordare le parole del salmo 8? «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?». Già: è l’obiezione di molti. Un’umanità che assomiglia a un brulichio di formiche, e di formiche cattive, bellicose, per giunta, può apparire la prova schiacciante che Dio non esista o che, se ci sia, assomigli a un perfido scienziato che ha creato un pugno di esseri viventi e poi si è messo seduto ben comodo per gustarsi lo spettacolo, fin che dura. Nello stesso salmo, le taglienti parole si sciolgono come la neve nel fuoco dello Spirito che è Amore: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato». Addirittura: l’umiltà dell’uomo paragonata allo splendore dell’angelo, la meschinità della nostra condizione ornata del diadema glorioso della dignità dei figli di Dio.
Tocca ripetermi: noi possiamo rimanere solo stupefatti e ammirati davanti all’opera della salvezza, così umile e così magnifica. Nello Spirito Santo anche l’uomo impastato di terra narra le meraviglie del cielo. Siamo polvere, ma polvere impastata dello Spirito del Vivente: così, se siamo grandi, se siamo forti, se siamo buoni, se siamo santi, tutto appare come opera del Signore perché noi, da soli, non ce l’avremmo mai fatta.
Mi piace ricordare che, domenica scorsa, solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, nella cattedrale di Biella, è stato ordinato il nuovo vescovo di Casale Monferrato, mons. Alceste Catella. Il nuovo presule ha scelto questo motto, tratto dal salmo 89: Misericordias Domini cantabo – Canterò la misericordia del Signore. Sarebbe bello fare nostro questo motto: cantare con la nostra vita l’Amore che ci ha creati, che ci ha amati, che ci ha redenti.
La sola pericope evangelica varrebbe tutte le nostre riflessioni. È così tremendamente bella e così tremendamente “estiva” – tra poco dirò il perché – che meriterebbe di guadagnarsi un posto d’onore tra la borsa che porteremo in spiaggia o in piscina, o tra le tasche dello zaino da trekking, o nel marsupio che ci accompagnerà tra musei e città d’arte. Perfino tra le parole crociate e il sudoku che ci terranno compagnia negli afosi pomeriggi di città – tanto, in televisione, non c’è nulla di interessante: val solo la pena di lasciarla spenta, accesa non fa che aumentare la temperatura della stanza.
Perché è un vangelo estivo, quello di oggi? Bello com’è, si meriterebbe il posto d’onore in una domenica invernale o di inizio primavera in cui le chiese traboccano. E invece lo leggiamo in luglio. È il Maestro stesso a darci le dritte per questo tempo di ferie: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». È Gesù a proporci la vacanza più bella della nostra vita, senza che ad essa segua la terapia di gruppo perché purtroppo è finita, come in una nota pubblicità di soggiorni in crociera. È la stanchezza degli undici mesi di lavoro, dipinta sui nostri volti – soprattutto sulle nostre occhiaie – a far sussurrare questo invito a Cristo, Lui che è il Pastore grande delle pecore e si carica sulle spalle la pecorella sperduta. Sa di che siamo fatti: ha lavorato nella bottega del padre Giuseppe, a Nazaret, tra i trucioli di legno e il sudore di quel clima così rovente; ha percorso in tre anni chilometri e chilometri sulle strade polverose della Palestina, per portare tra gli uomini il Vangelo della salvezza.
Anche Gesù andava in vacanza: a Betania, dagli amici Lazzaro, Marta e Maria, ce ne parlano i vangeli, possiamo starne sicuri. Là cessavano le dispute con i farisei, le polemiche che seguivano i miracoli, la voglia di sensazionale, le malattie, i problemi della gente, i dubbi degli apostoli, per lasciare il passo alle risate – Lazzaro doveva sicuramente avere un grande humour per far sorridere il Maestro, tutto preso com’era dall’ansia missionaria –, alla buona cucina – mi sembra di vedere Marta, tutta intenta a preparare i piatti che più piacevano all’amico Gesù –, a tutto quello che rappresentava quiete, riposo, svago.
Questa sorta di vacanza, però, è solo un trampolino verso un viaggio più alto: il ristoro in Cristo, nel suo Cuore che, lontano da essere immobile, è vivacissimo nei due principali movimenti di ogni muscolo cardiaco. Già, anche chi non studia medicina ricorda la sistole e la diastole, la contrazione e il rilasciamento, gli stessi due movimenti che oggi ci propone il Maestro: ci accoglie, ci chiede di andare a Lui, di trovare conforto tra le sue braccia; e poi ci manda, come ha fatto con i discepoli, perché possiamo annunciare a tutti che Dio c’è, esiste, io l’ho incontrato, mi ama e, sai, ama anche te.
Per fare questo non servono le palate di euro che chiedono le agenzie per i viaggi oltreoceano, né è necessario comprare mille accessori che poi non useremo più; non servono passaporti, né costose marche da bollo; non ci sono supplementi per adeguare le tariffe al costo del carburante, né scocciature al check-in. Bisogna solo rientrare in una categoria, il cui identikit è tracciato da Gesù stesso: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».
Cosa sono «queste cose»? È ciò che è venuto a dire Gesù: ama Dio, ama tutti quelli che incontri come fossero tuoi fratelli, come te stesso – quindi è implicito il comando di voler bene a noi stessi, non dimentichiamolo –, non rifiutare la croce, prendila come l’ho presa io, non preoccuparti di questo mondo, non affannarti per correre dietro a questa o quell’altra sciocchezza, solo così sarai felice, per davvero. Così scopriamo che «queste cose» sono le cose importanti, le cose vere della vita che, tutto sommato, si riducono a una cosa sola: aver trovato la felicità. È la cosa ultima, è la realtà ultima, non perché la incontriamo solo nei titoli di coda di questa vita, ma perché, necessariamente, ogni nostro cercare deve portarci lì. E quante cose penultime cercano di distrarci da questa nostra caccia al tesoro: la corsa all’ultimo paio di occhiali da sole visto su Vogue, o all’automobile in copertina su Quattroruote, o a quella camicia che tanto mi piace e che su E-Bay vendono per una scemata, se continuo così mi aggiudico l’asta e me la porto a casa. E poi c’è il weekend a Londra da organizzare, il corso di tennis a cui iscriversi, e oggi è già sabato, che si farà stasera? Per non parlare del grigio che appiattisce tutto e di chi non ha la “fortuna” di riempirsi la testa con tutte le amenità di cui sopra: il contratto con l’agenzia di lavoro interinale che scade a fine mese, il mutuo da pagare, i soldi che finiscono alla terza settimana del mese quando va bene – ho letto sul quotidiano di famiglie che contano gli spiccioli per comprare pasta e (l’eventuale) condimento: assurdo, sono questi i problemi su cui dovremmo riflettere, noi e i nostri governanti.
Meno male che c’è tutt’altro tipo di assurdità: la credenziale per far parte di questo Regno che il Maestro viene a portare è l’essere «piccoli», cioè umili, semplici, poveri non necessariamente nel portafoglio, poveri nel senso di essere genuini nel cuore, essenziali nello spirito, per avere, come Lui, la capacità di volare alto.
Maria, serva della Parola, Vergine dell’umiltà, aiutaci a comprendere le parole del Figlio tuo: «Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero». Come può un carico non ferirmi le spalle? Come possono i comandamenti non urtare la mia sensibilità? Come posso stare bene in una famiglia, la Chiesa, dentro la quale vi sono regole, senza perdere il mio io, la mia libertà? Tieni alto il nostro sguardo, facci vedere te, riempi i nostri occhi di stupore ammirato e riconoscente, di fronte alla tua semplicità, alla tua umiltà, alla tua povertà, alla tua piccolezza. E, senza trovare risposta ai nostri perché, capiremo che l’essenziale è seguire Lui, amare Lui, sforzarsi di fare ciò che, oggi, farebbe Lui. È paradossale, è inverosimile, ma solo allora il suo giogo ci sembrerà veramente dolce, il suo peso leggero, perché la legge dell’Amore che si dona avrà infranto le catene della nostra piccineria, rendendoci forse piccoli davanti al mondo, ma grandi agli occhi del Padre.
Amen.
O Dio, che ti riveli ai piccoli
e doni ai miti l’eredità del tuo regno,
rendici poveri, liberi ed esultanti,
a imitazione del Cristo tuo Figlio,
per portare con lui il giogo soave della croce
e annunciare agli uomini la gioia che viene da te.
prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli
In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi. Fattolo catturare, lo gettò in prigione, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua.Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui. E in quella notte, quando poi Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro piantonato da due soldati e legato con due catene stava dormendo, mentre davanti alla porta le sentinelle custodivano il carcere.Ed ecco gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Alzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. E l’angelo a lui: «Mettiti la cintura e legati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Avvolgiti il mantello, e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si era ancora accorto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva infatti di avere una visione.Essi oltrepassarono la prima guardia e la seconda e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città: la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si dileguò da lui.Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che si attendeva il popolo dei Giudei».
seconda lettura
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo
Figlio mio, quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone.Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
«Unità nella diversità»: è il motto dell’Unione Europea, lo sappiamo. Ma può adattarsi benissimo anche come sottotitolo dell’odierna solennità, che ci fa celebrare nel medesimo giorno Pietro e Paolo, entrambi apostoli, entrambi testimoni di Cristo nella vita e nella morte, eppure diversissimi. A noi resta solo la contemplazione di questa icona luminosissima che oggi la Chiesa mostra al mondo intero, ancora così bisognoso di essere raggiunto dal Vangelo di salvezza, e cantare le meraviglie di quel Signore che ha «voluto unire in gioiosa fraternità i due santi apostoli: Pietro che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo che illuminò le profondità del suo mistero; il pescatore di Galilea che costituì la prima comunità coi giusti di Israele, il maestro e dottore che annunciò la salvezza a tutte le genti».
È la prima volta che scrivo queste riflessioni in un luogo che non sia casa mia: e su quale alternativa sia caduta la scelta mi voglio soffermare, anche solo per un poco, perché ritengo possa regalarci un ulteriore spunto. Mi trovo nella mia chiesa parrocchiale, “inchiodato” qui perché questo pomeriggio ci sarà la celebrazione di un Matrimonio e, questa mattina, alcuni fioristi lavorano per addobbare l’aula liturgica. Ho davanti ai miei occhi una cascata di rose bianche, belle, fiere nel loro svettare sullo stelo, fronde che si intrecciano intorno alle colonne e che disegnano una “selva oscura” tra i banchi dei fedeli: la scenografia è grandiosa e solenne, non c’è che dire, in stile hollywoodiano. Senza malizia mi chiedo se gli sposi abbiano ornato tanto bene i loro cuori. È il mio augurio per loro.
Nella prima lettura siamo atterriti dall’orizzonte tragico che Luca dipinge per noi, in questo brano degli Atti degli Apostoli, il libro che narra la storia della Chiesa delle origini. Una storia che, già dopo pochi capitoli, si tinge del rosso sangue che oggi la Chiesa indossa nel paramento liturgico: il sangue del martire Stefano, il sangue dell’impetuoso «Giacomo, fratello di Giovanni», per così dire il primo vescovo di Gerusalemme. E poi sarà il turno di Paolo, più e più volte frustato – novantanove erano i colpi inflitti ogni volta – «per amore del nome di Gesù». Più che la storia della Chiesa, questo sembra un dramma bello e buono, addirittura una tragedia, sulla quale Shakespeare avrebbe versato fiumi di inchiostro.
Una tragedia che volge di male in peggio: «il re Erode fece arrestare anche Pietro». Già: ora che anche il primo testimone della risurrezione di Cristo sembra essere messo fuori combattimento, il potentato di allora pensa di aver annientato definitivamente quella setta nata in seno al giudaismo che andava predicando cose scomode, come l’amore vicendevole, l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, poveri o ricchi che siano, il primato di un Regno sovrannaturale sugli imperi di questo mondo. E, invece, «mentre Pietro era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui». Se, da un lato, abbiamo l’oscurità e l’incomprensione di quelle «tenebre» di cui Giovanni parla all’inizio del suo vangelo che, in modo ostinato, si rifiutano di accogliere Cristo, dall’altro abbiamo una splendida luce che, seppur ridotta ad esile fiammella, non cede al gelido soffio che vuole spegnerla in qualunque modo, lecito o meno che sia.
Avevano ucciso Stefano, Giacomo, avevano messo in carcere Pietro, la roccia su cui il Maestro aveva fondato la Chiesa: che fare? La storia sembra tornata indietro a quel sabato di alcuni anni prima, quando tutto taceva perché il Signore Gesù era morto. E, non a caso, lo scrupoloso medico Luca si premura di annotare nella sua cronaca che era «notte»: una notte del mondo dentro la quale, talvolta, pare di essere immersi noi pure, quando non capiamo il perché di troppe cose storte e il nostro credere ci sembra inutile, come un banale esercizio scolastico, fine solo a se stesso. È facile addobbare una chiesa; più difficile è contemplare la bellezza delle rose e spandere, con esse, un profumo soave, anche quando la nostra carne è ferita dalle spine.
Il nostro Dio è un Dio che ama la notte; la ama perché, di notte, ha fatto le cose più belle e più grandi: la notte della creazione, la notte del passaggio attraverso il Mar Rosso, la notte della risurrezione di Cristo. La notte è scura e, ognuno di noi, chi più, chi meno, ha paura del buio: è un istinto primordiale. Vera fede sarà la nostra quando, anche nella notte oscura del tradimento e dell’abbandono, della sofferenza e del dubbio, sapremo credere in quel Signore che squarcia la tenebra con la luce mirabile della sua potenza d’amore.
Così, questa notte di Pietro in carcere, lontanissima da essere il frutto di una ragazzata dei telefilm americani, ricorda ai cristiani quella notte in cui i loro “fratelli maggiori” sono stati liberati dalla schiavitù dell’Egitto: il principe degli apostoli è, infatti, invitato dall’angelo a mettersi la cintura, legarsi i sandali ed indossare il mantello, segni tutti che il libro dell’Esodo comandava per la celebrazione del Pesach, il passaggio dalla prigionia alla libertà, dalla morte alla vita, che il pio israelita avrebbe solennemente ricordato nell’annuale celebrazione della Pasqua.
Pietro non è migliore di noi: è uomo, non angelo. Infatti, per parecchio tempo «non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione». Perfino colui che è chiamato dallo stesso Gesù Cristo a confermare i fratelli nella fede attraversa uno dei più grandi miracoli di cui è protagonista nella sonnolenta confusione di un risveglio nel cuore della notte. Siamo abituati ad immaginare Pietro, gli altri apostoli e i santi in generale quasi fossero stati, anche nella loro vita terrena, dei superuomini, dotati di poteri miracolosi, dalla incredibile rettitudine morale e dalla condotta integerrima e perfetta. Certamente si sono sforzati su questa via, ma con gli inevitabili inciampi che la condizione umana si strascica dietro. Come noi. Come Pietro.
Da lui impariamo questa importante lezione, ricordataci da papa Benedetto XVI nella sua omelia di domenica 15 giugno a Brindisi: «gli apostoli non erano uomini perfetti, scelti per la loro irreprensibilità morale e religiosa. Erano credenti, sì, pieni di entusiasmo e di zelo, ma segnati nello stesso tempo dai loro limiti umani, talora anche gravi. Dunque, Gesù non li chiamò perché erano già santi, completi, perfetti, ma affinché lo diventassero, affinché fossero trasformati per trasformare così anche la storia».
La seconda lettura può essere considerata una sorta di testamento spirituale dell’apostolo delle genti, andando così a mostrarci la seconda parte di quel dittico che oggi la Chiesa pone alla nostra venerazione, quello degli apostoli Pietro e Paolo, «i due olivi e i due candelabri che splendono davanti al re dei secoli», davanti all’altare del Signore, come canta la liturgia ispirandosi alla visione dell’Apocalisse.
Anche scorrere queste righe, all’inizio, non è certo un esercizio di divertimento: Paolo è prigioniero, pronto a versare il suo sangue per la testimonianza ultima e suprema della fede e dell’amore per quel Signore che l’aveva braccato sulla via di Damasco. Ma, anche qui, il tormento dell’ultima ora sembra stemperato da un paragone che, per il grande apostolo, doveva essere ricco di senso. Forse amava lo sport, Saulo di Tarso, come molti dei suoi (e dei nostri!) contemporanei: c’era la lotta greco-romana (e, a chi si straccia le vesti, ricordo che era l’antesignana della boxe, sport nobilissimo, che esige ragionamento e coordinazione, e non delle volgari carnevalate in cui, sul ring, salgono dei mostri truccati che fingono di suonarsele di santa ragione), la corsa, altre discipline bisnonne dell’odierna atletica leggera.
In momenti tanto drammatici, con le catene che, se non gli stringono i polsi, di certo gli picchiano sulle tempie, Paolo rammenta ai propri occhi le scene di quegli sport che, magari, amava vedere nei rarissimi momenti di pausa dalle fatiche apostoliche (ce ne saranno pur stati: era un essere umano!), seduto sugli spalti dei bellissimi anfiteatri della Grecia o dell’Asia minore, e le paragona alla sua intensissima vita di cristiano e di apostolo: «ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede». Sarebbe bello per noi, poter dire o, almeno poter pregare per arrivare, un giorno, a proclamare davanti a Dio e agli uomini queste parole bellissime dell’apostolo Paolo.
«Ho combattuto la buona battaglia»: forse proveremmo più piacere nel paragonare la nostra esistenza a una bella passeggiata, o a una riposante crociera, o a un divertentissimo party modaiolo. Anzi, proviamo una certa e comprensibile sofferenza quando questa o quella difficoltà si pone sul nostro cammino come pesante e ingombrante masso erratico che non riusciamo ad aggirare. Eppure ciascuno di noi è chiamato a combattere: senza armi, anzi, proprio disarmato e disarmante; senza tattiche o diplomi di laurea in scienze strategiche, ma unicamente licenziati dall’università dello Spirito Santo; senza corazze per difenderci da chi incontriamo, ma con le braccia spalancate come il Crocifisso Risorto. Allora questa battaglia sarà buona, non perché facile, ma perché felice; non perché non ci farà sudare, ma perché potrà permetterci di seguire il Maestro più da vicino.
«Ho terminato la corsa»: qui sono preparatissimo, da buon maratoneta tra le risaie della bassa. Con l’afa estiva e le zanzare che insidiano i polpacci, a metà percorso si è fortemente tentati di tornare indietro, e quando, finalmente, dopo una bella sudata, si è sotto la doccia, si prova un sentimento a metà tra la soddisfazione, la felicità e il meritato riposo. La corsa della vita – a maggior ragione della vita che vuole correre nello stadio dei cristiani – è una fatica ben più grande, praticamente impossibile per le nostre sole forze. Se Paolo è arrivato a tagliare il traguardo, e una folla sterminata di atleti di Cristo dietro a lui, questo è stato possibile – ed è possibile anche per noi – solo grazie a due cose: alla grandezza dello sponsor e al tifo che arrivava dagli spalti. Lo Sponsor è Colui che per primo ci ha amati, ha dato se stesso per noi e ci dona la forza di imitarlo; il tifo è la preghiera della Chiesa, della Chiesa ancora militante, quella terrena, e di quella già trionfante, la Chiesa della Gerusalemme nuova, in Paradiso, la Chiesa dei santi a noi conosciuti e a noi ignoti che, senza stancarsi, pregano con noi e per noi.
Il termine ultimo è però quello centrale, il più importante: «ho conservato la fede». Senza aver serbato nel proprio cuore e nella propria anima l’inestimabile tesoro della fede, la battaglia della vita, la corsa dell’esistenza, sarebbero già state perse in partenza o, ancorché vinte agli occhi del mondo, non avrebbero avuto valore agli occhi del Signore. Un Signore che non si stanca di consolare, confortare e manifestare tutto il proprio amore, un amore smisurato, un amore senza limiti, al suo servo ed apostolo Paolo, in carcere, condotto in tribunale, abbandonato da tutto e da tutti: «il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza». Sia questa certezza il motore del nostro vivere e del nostro agire.
Veniamo ora alla pericope evangelica, bellissima nella sua scarna ed essenziale semplicità. Giunti a Cesarea di Filippo, dopo aver percorso parecchi chilometri dietro a quel Maestro che annunciava la novità del Regno dei cieli, gli apostoli si sentono porre una domanda tanto diretta e tagliente quanto strana e, a tratti, importuna: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». «La gente»: da quando al Maestro interessa il sentire comune, il pensiero di una folla anonima che, troppo spesso, vede in Lui il figlio del falegname, il Nazareno abitante di quella città dalla quale proverbialmente non può venire nulla di buono, oppure lo cerca solo per il bisogno di miracoli o di segni prodigiosi?
La gente di allora è la medesima gente di oggi: c’è chi in Gesù vede un grande personaggio storico, un profeta venuto ad annunciare l’amore e, come tutti i sognatori, morto ammazzato; c’è chi lo ritiene un riformatore politico, un agitatore di piazze che, già duemila anni fa, seppe tormentare lo strapotere dell’impero romano con la pulce di una sorta di socialismo; c’è chi lo reputa l’ennesimo farabutto che, nella migliore delle ipotesi, si è divertito a prendere in giro un pugno di persone e, nella peggiore, inganna tuttora con le sue favole più di un miliardo di uomini e donne.
Tutto ciò è la pura e semplice normalità in un mondo in cui, ormai, è auspicabile che ciascuno di noi sia dotato di quella grande virtù che è il senso critico. Ma, troppo spesso, la figura di Cristo si presta, come tutti i volti noti, a una strumentalizzazione da parte del gossip o del rotocalco che, davanti alla figura del Figlio di Dio, stendono impietosamente la melassa dei miracoli – meglio: del sensazionale, del miracoloso a tutti i costi – o la carta igienica del pettegolezzo.
Per questo la risposta della gente non soddisfa Gesù che, pur intravedendo la bontà di alcuni, si accorge della mancanza di senso degli altri. E, allora, quel Maestro dagli occhi penetranti, dallo sguardo che sa amare e incendiare, si pone davanti a Pietro, davanti ad ogni apostolo, davanti a te, davanti a me, e dice in un soffio: «Ma voi, chi dite che io sia?», tracciando un interrogativo enorme, tanto che ci sentiamo soffocare dalla franchezza di un Messia che, almeno da parte sua, ci tiene a mettere le carte in tavola.
Gesù sembra dire a ciascuno di noi: “Ascoltami bene: di me dicono tante cose. Dicono che sono un profeta, che sono un rabbì, che parlo come uno che insegna con autorità e non come gli scribi, che dicono e non fanno. Dicono che faccio miracoli, che risuscito i morti, che sfamo cinquemila uomini con cinque pani e due pesci, che restituisco la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, la salute ai malati. Tutto vero, non c’è dubbio. Ma per te, io, chi sono? Ti servo solo quando hai fame, quando sei malato, quando hai bisogno? O posso dire qualcosa in più alla tua vita, diventare per te Qualcuno di importante? Tu, chi dici che io sia?”.
Simone risponde, anche a nome nostro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». «Sei il Cristo», cioè l’Eletto, il Messia, Colui che chiama anche me ad essere prescelto e amato da Dio; ma non basta. «Sei il Figlio del Dio vivente», Colui che porta in sé la vita, la vita vera, la vita offerta, la vita donata in abbondanza, la vita in pienezza, non sopravvissuta, non scivolata addosso, non accarezzata e poi appallottolata e buttata nel cestino.
«Beato sei tu», dice Cristo a Simone: lo chiama innanzitutto «beato», cioè felice, realizzato. Ma non è sufficiente: arriva anche un nome nuovo. «Tu sei Pietro», sei la pietra sulla quale sorgerà la città sul monte, la Chiesa che splenderà davanti alle genti, sei la roccia alla quale si aggrapperanno gli incerti, sei il fondamento di quanti, come te, vorranno vivere in modo nuovo e rinnovato.
Maria, Regina degli Apostoli, aiutaci a comprendere fino in fondo le parole del Figlio tuo: noi riconosciamo in Lui il Cristo, il Vivente e, in cambio, non riceviamo una vita facile o un bonus per il Paradiso, ma la Chiesa. Bella forza, bel premio, la Chiesa! Tu, che della Chiesa sei Madre, Immagine e Modello, facci sentire vivi dentro questo edificio spirituale costruito con le pietre che siamo noi, perché è in questa Chiesa, santa per vocazione e, talvolta, imperfetta per la condizione dei suoi membri, poveri peccatori come noi, e solo nella Chiesa, che possiamo trovare «le chiavi» della nostra gioia, «le chiavi del regno dei cieli» affidate a Pietro, a Paolo, a ciascuno di noi.
Amen.
O Padre, che hai fondato la tua Chiesa
sulla fede e sul nome di Pietro
e gli hai associato Paolo
perché predicasse la tua gloria alle genti,
arricchisci di grazie quanti oggi
ne celebrano la gioiosa memoria.

Prima lettura
Dal libro del profeta Geremia
Sentivo le insinuazioni di molti:«Terrore all’intorno!Denunciatelo e lo denunceremo».Tutti i miei amici spiavano la mia caduta:«Forse si lascerà trarre in inganno,così noi prevarremo su di lui,ci prenderemo la nostra vendetta».Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere;saranno molto confusi perché non riusciranno,la loro vergogna sarà eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto e scruti il cuore e la mente,possa io vedere la tua vendetta su di essi;poiché a te ho affidato la mia causa!Cantate inni al Signore, lodate il Signore,perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato.Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Il prezzo del petrolio aumenta. L’Italia campione del mondo fa cilecca agli europei (modo scaramantico per dire… non lo diciamo). La macchina, la vacanza o il televisore che compri oggi e paghi tra due anni quando non sai se il mese prossimo lavorerai – nello stesso posto assolutamente no, altrove magari. L’erba del vicino e il vicino di Erba. Insomma: motivi per stare allegri ce ne sono pochi, per stare sereni ancora meno. C’è Qualcuno, però, che contro tutto e nonostante tutto ha coraggio. Un bel coraggio, se ci dice: «Non abbiate paura». Vogliamo provare a crederci?
La prima lettura ci offre una fra le meditazione più amare dell’ancor più amaro libro del profeta Geremia. Geremia: un nome dal quale ci separano i secoli, avvolto nell’alone di santità che circonfonde i personaggi veterotestamentari. Se provassimo ad approfondire un poco la figura di questo profeta, ci accorgeremmo che può benissimo essere paradigma della condizione dell’uomo, di ciascuno di noi.
Molti ricordano con più facilità Giobbe e la sua biblica pazienza, icona del giusto sofferente. Forse Geremia ci è ancora più vicino perché è sofferente e basta (senza nulla togliere alla sua virtù). Vive cinquecento anni prima di Cristo, in un momento drammatico nella geografia politica della Palestina di allora, con il regno di Giuda che crolla e, con esso, molte delle certezze dello stesso Geremia e del popolo. In un frangente così drammatico, quando il desiderio di chiunque – lui stesso compreso – sarebbe stato unicamente quello di fuggire e riciclarsi in altro modo per rifarsi una vita, il Signore chiama Geremia a compiere il compito scomodo e ingrato di profeta.
Una riflessione può sicuramente essere questa: la nostra risposta nei confronti della chiamata di Dio. Ho volutamente usato il termine chiamata quando avrei potuto benissimo utilizzare un sinonimo più elegante: vocazione. Ma quest’ultima parola fa un po’ venire l’orticaria perché è associata soltanto alla missione di preti, frati e suore. Niente di più sbagliato: esistono certamente una vocazione sacerdotale, una vocazione religiosa, una vocazione claustrale, ma al pari di chiamate altrettanto nobili, come la vocazione matrimoniale.
Penso che, per un giovane della mia età, ma non solo, questo discorso si faccia particolarmente pressante e stringente: che senso dare alla propria vita? Come dare un seguito a certi interrogativi che, nei momenti di silenzio, nascono senza prendere forma particolare facendosi sentire come “moti dell’anima” o, molto più prosaicamente, come “farfalle nella pancia”? Mi piace, a questo proposito, citare ampi stralci del catechismo dei giovani «Io ho scelto voi», che la cei ha indicato come riferimento nell’età compresa fra i 14 e i 18 anni (io lo trovo utilissimo a prescindere dall’anagrafe): «Capacità di interpretare la realtà e lucidità nello scegliere sono lo zaino che occorre sempre portare in spalla quando si intraprende con decisione il cammino della vita. Ma soprattutto occorre avere una spiritualità centrata sull’amore di Gesù, vero ed unico Signore della vita; una spiritualità fatta di ricerca, disponibilità e paziente attesa.
È necessario un costante desiderio di realizzare la presenza di Gesù nella nostra vita. Egli, oggi, qui, con queste situazioni umane e con questi uomini, come si comporterebbe? Cosa sceglierebbe? Porsi queste domande servirà a vivere con gli stessi sentimenti ed atteggiamenti di lui e garantire così al nostro agire la stessa pura intenzione di Gesù. Egli non farebbe mai scelte di donazione di sé con animo polemico o cattivo verso qualcuno: soffrirebbe, certo, ma agirebbe sempre e comunque con amore. Non cercherebbe la frenesia dell’azione, tanto per sentirsi utile o importante: agirebbe sempre e comunque solo per amore.
Comprendere lo stile di vita di Gesù ci farà scoprire la responsabilità di scegliere e di agire. La semplicità e la massima disponibilità a tutto sono la trama indispensabile per ogni disegno. Ci farà capire anche il senso della croce: il sacrificio di sé per il regno di Dio non è un cammino facile. Scopriremo che occorre serietà e costanza per liberarci da ogni legame che impedisce il dono di noi stessi. Il Signore sa trovare il tempo e il modo per chiedere ad un uomo o ad una donna di consacrargli la vita con totale libertà; sa anche guidare la ricerca della persona con cui condividere la nostra esistenza, senza impazienze o scelte affrettate. Può essere duro, in alcuni momenti avere questa disponibilità: certo, non è facile vivere la solitudine con dignità e serenamente in attesa del giorno più vero e responsabilizzante, ma non c’è nulla di più dolce e sorprendente che lasciarsi guidare dal Signore, rispettando i suoi tempi, in attesa che la nostra maturità ci permetta di accogliere le sue proposte, anche le più impegnative».
Geremia non era confortato nella sua difficile missione da legioni di angeli, né aveva ricevuto una platinum card che gli garantisse il Paradiso qui e dopo. Oppressione e violenza sono sotto i nostri occhi anche oggi e, se anche non li patiamo sulla nostra pelle, purtroppo abbiamo spesso il modo di sperimentare la tragicità della sofferenza o la debolezza dell’abbandono. Perfino il tradimento di coloro che ritenevamo amici ci accomuna a quest’uomo vissuto più di duemila anni fa.
Gli inevitabili momenti di sconforto, però, se anche ci atterriscono, non devono però privarci della speranza, quell’unicum cristiano che deve caratterizzare la nostra fede, una fede che alimenta la speranza contro ogni speranza: quella della giustizia di Dio che, se appare lontana, rimane comunque una delle nostre (poche) certezze. «Il Signore è al mio fianco»: quando sono felice e quando sono triste, nella notte oscura del dolore e nel meriggio della soddisfazione piena. È vicino a noi, è con noi.
L’inesauribile ricchezza che viene a noi dalla Scrittura è una meraviglia che mi lascia incredibilmente stupefatto ogni volta che ho l’occasione di leggerne e meditarne anche solo un piccolo passo. Ciò che lascia senza parole è rendersi conto che la Bibbia non è un libro piovuto dal cielo o donatoci dagli angeli (diciamoci la verità: forse non crederemmo ad un origine del genere, che ha più del mitologico che del divino): è certamente ispirato, ma scritto da mani d’uomo; viene dallo Spirito Santo, ma ha avuto bisogno di fattiva collaborazione, di una penna, di una mente; ha, per così dire, il copyright della Trinità santissima, ma fa capo ad autori carnalissimi, con un nome, un volto, una vita. Scrivendo ai cristiani di Tessalonica, l’apostolo Paolo si esprime così: «noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete».
Questa «parola di Dio», dunque, nella mente e nel cuore di Paolo, prende forma in maniera mirabile nella stesura delle famosissime lettere – ben sette autentiche e altre sei a lui attribuite – attraverso le quali anche a noi giungono parole confortanti e pungenti, esortazioni e moniti, preghiere e vere e proprie lezioni di teologia.
La seconda lettura di quest’oggi può rappresentare un ottimo campione del vastissimo epistolario paolino e del suo stile: in soli quattro versetti il grande apostolo è capace di condurre un’analisi attenta ed accurata su un tema tanto spinoso quanto centrale per la vita del cristiano, quello del peccato e della grazia, della storia dell’umanità e della storia della salvezza.
Paolo parte da lontano, “da Adamo ed Eva”, come si suol dire, anche se, nel nostro caso, quest’espressione ha valenza letterale: «a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo». “Ecco: sempre la solita storia, trita e ritrita, del peccato originale! Come se tutto dipendesse da una mela e da un serpente!”: è facile immaginare un commento del genere. Ed è un commento che, in sé, non è nemmeno sbagliato: non dobbiamo scomodare le prime pagine della Scrittura – prime perché della Genesi ma ultime, in verità, ad essere state scritte tra quelle dell’Antico Testamento – per parlare di peccato. Un peccato che la Chiesa definisce giustamente originale non tanto perché esso sia tramandato di generazione in generazione come macchia che solo il Battesimo può cancellare dai tempi, appunto di Adamo ed Eva, quanto piuttosto perché all’origine di tutto il male che, tristemente, possiamo contemplare. Infatti, cos’è questo peccato? Credere in quella maligna affermazione di colui che è il principe della menzogna: «Sareste come Dio».
«In tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato»: questo tutti ci coinvolge, ci rende partecipi, nostro malgrado, di questa grande storia, storia tragica e sconfortante, storia dell’umanità, appunto. Ma la constatazione penosa del peccato e della morte come comune denominatore dell’uomo non deve occupare l’intera scena della nostra storia che, è anche e soprattutto, una storia di salvezza: «molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti».
Già: in poche righe Paolo ci mette davanti a una storia di errore e di gloria, di luce e di tenebra; una storia che non occupa solo le mensole delle biblioteche, ma della quale siamo noi stessi protagonisti, nell’oggi che stiamo vivendo; una storia che, forse lontana da quella dei trattati, è importante, unica e preziosa, solo perché è la nostra.
Anche se non possiamo posare il nostro sguardo sull’intero disegno, dobbiamo possedere la certezza che la vita di ognuno è come la tessera di un mosaico: in sé e per sé non ha nulla che possa attirare l’attenzione, ma è fondamentale nella completezza dell’opera. Questo significa collaborare: prestare il nostro aiuto a quel progetto del quale molte volte ci sfugge il senso e il fine ultimo ma che esige il nostro esserci.
Allora la nostra storia, intessuta anche di fili ingrigiti e infeltriti dal peccato, riesce comunque a disegnare una trama bellissima ed accurata se ci lasciamo plasmare da quella grazia che sovrabbonda dove ha abbondato l’errore. È la logica di quel Signore della messe da noi incontrato domenica scorsa, che mostra tutta la sua compassione ma che esige pure da noi la preghiera per il campo del mondo che racchiude prezioso frumento ma anche mortifera gramigna: tutto è nelle sue mani. A noi resta la semplicità di confessarci incapaci di tutto fuorché di essere zero, meno di zero. Siamo in grado, da soli, di “firmarci” unicamente così: zero zero zero zero… Ma con altrettanta convinzione dobbiamo affidarci a quel Signore che può metterci davanti un bell’uno: io valgo zero, meno di zero, ma credo in quel Dio che prende lo zero, una fila di zero, ed è capace di farlo diventare un miliardo.
Veniamo alla pericope evangelica, al solito di impatto travolgente. I (primi) caldi estivi non facilitano la comprensione e la meditazione di letture così impegnative, che parlano di persecuzione, peccato, perfino di morte. Ma tutte queste realtà così pesanti – talmente pesanti che, a torto, il nostro tempo cerca di nascondere, tutto preso com’è dalla frenesia della bellezza e dell’efficienza a tutti costi – vivono di nuova luce se illuminate dalle consolanti parole del Maestro: «Non abbiate paura»! Gesù lo ripete per ben tre volte, quasi a confermare questa certezza negli animi dubbiosi degli apostoli.
Non facciamo fatica a rivederci nei panni di questi discepoli che, nel senso più scarno e crudo del termine, hanno lasciato tutto per seguire Gesù: chi la moglie, chi la casa, chi i parenti, chi un lavoro sicuro, chi il benessere economico, chi il vantaggio di una vita senza troppe pretese ma senza nemmeno troppi scossoni. E, in cambio, ci domandiamo, cosa avrà mai promesso loro il divino Amministratore Delegato del Regno? È, certamente, un Signore poco furbo un Dio che, ai suoi (pochi numericamente, ancora) seguaci, parla di persecuzione, di martirio, di fedeltà fino allo spargimento del sangue o, comunque, limpida e cristallina all’interno delle intime e tranquille mura domestiche come all’esterno di ciò che è lo strettissimo privato, fino a contagiare gli spazi della propria vita sociale, lavorativa, comunitaria.
Nel contratto di adesione a Cristo – quel Credo che troppe volte recitiamo la domenica come fossimo dei dischi rotti – non ci sono righe piccole e illeggibili che riportano le magagne; anzi, forse Gesù parla anche troppo chiaramente delle eventuali difficoltà che potrebbero presentarsi a chi crede in Lui.
«Non abbiate paura degli uomini», ci dice il Signore Gesù, perché conosce benissimo i risolini ironici che si sorbiranno quanti si faranno un segno della croce davanti a una chiesa, chi non avrà timore di evitare, in mensa, la carne il venerdì, quelli che, candidamente, arriveranno in piscina un attimo dopo o scapperanno un poco prima degli altri perché la domenica c’è la Messa (e, se no, che domenica sarebbe mai?). Ma, probabilmente, il Maestro desidera metterci in guardia da un rischio ancora più infido: ostentare quello che è un apparato fastoso e solenne – perfino le manifestazioni esteriori di cui sopra – senza però farlo poggiare sul fondamento sicuro di quella fede nel Dio che guarda con amore chi fa tutto questo senza che la propria destra sappia ciò che fa la sinistra. In altre parole: se Gesù non vuole da noi una fede fatta di compromessi, ancor meno desidera una fede fatta di apparenze.
C’è, nei miei occhi, un’immagine bellissima: quella del sagrato. Un luogo che, nelle nostre città, sta sparendo: forse non è più nemmeno contemplato dagli architetti del sacro, chiamati a progettare le nuove chiese; o, se esiste ancora, è ridotto a piazzetta striminzita o disimpegno per iniziativi benefiche e sagre del dolce. Una chiesa parrocchiale di un paese vicino al mio non lo possiede: si affaccia direttamente sulla strada statale; la mia (bellissima) chiesa parrocchiale, invece, ne possiede uno semplice ed elegante, in selciato di blocchetti di porfido scuri e candidi, alternati, a cui fanno parentesi dei tigli maestosi, in queste settimane profumatissimi. Tutte le comunità, però, devono possedere un sagrato, a prescindere da quello materiale: è quel sagrato sul quale usciamo al termine della Messa, carichi della potenza della Parola e della forza dell’Eucaristia, luogo dell’incontro tra i discepoli di Gesù, i “cristiani della soglia” e chi non consuma con le proprie suole l’ingresso dei nostri templi. È il luogo dal quale, con uno slancio rinnovato, deve partire, in questo tempo difficile e meraviglioso che stiamo vivendo, il nostro essere cristiani per davvero. Se non ci spaventiamo troppo a sentire parole strane e inusuali, possiamo dire che il sagrato del mondo è quel teatro calcato dai missionari: non pensiamo a Brasile e Zaire, pensiamo a noi stessi, al nostro quartiere, ai banchi di scuola e alle corsie della piscina. Lì il Signore vuole che il suo Vangelo esca dalle tenebre del nostro intimo verso la luce del quotidiano, delle amicizie, delle passioni, della vita concreta e tangibilissima: «quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze».
Maria, Madre ammirabile nel coraggio di una vita tutta spesa, senza incertezze, all’insegna di quel sì che ha cambiato la tua esistenza e quella di ciascuno di noi, aiutaci a non scendere a patti con un tempo che esige da noi indifferenza e mediocrità, “piattitudini” lontanissime dalle sterminate altitudini dove il tuo Gesù vuole che si posi il nostro sguardo. Donaci di rinnovare, di ritrovare, di cercare senza stancarci quella fede in un Dio che conosce perfino il numero di capelli del nostro capo, tanto ci capisce e ci ama, e un’inguaribile serenità che, senza negare il martirio della fedeltà, lo accetti e lo porti sino alle più piccole pieghe del quotidiano, come segno di luce dallo splendore incomparabile.
Amen.
O Dio, che affidi alla nostra debolezza
l’annuncio profetico della tua parola,
sostienici con la forza del tuo Spirito,
perché non ci vergogniamo mai della nostra fede,
ma confessiamo con tutta franchezza
il tuo nome davanti agli uomini,
per essere riconosciuti da te nel giorno della tua venuta.

prima lettura
Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, gli Israeliti, levate le tende da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”».
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, quando eravamo ancora deboli, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità.I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì.Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Salvati mediante la sua vita
Se c’è un giorno diverso dagli altri, questo è proprio la domenica: non solo perché la sveglia non disturba il mio sonno, perché c’è più tempo per pranzare, perché posso approfittare del pomeriggio per la piscina, la scampagnata o lo shopping (poveri i malcapitati che, invece, ci lavorano, la domenica, nei negozi!). La domenica è diversa dal lunedì o dal giovedì perché un popolo si ritrova in una casa comune: la casa di Dio, la casa dell’uomo, di tutti gli uomini. Qui, in questo luogo scelto in mezzo alle nostre dimore, assolviamo il compito stupendo di farci voce di ogni creatura, perché quel grande miracolo che è il cosmo possa cantare al Signore quanto è buono, quanto è bello, quanto è santo.
Apriamo ancora una volta il libro dell’Esodo, da cui è tratta l’odierna prima lettura, per trovarci davanti una pagina di rara bellezza e di grandezza sconvolgente. Il popolo di Israele è uscito dall’Egitto o, meglio, è il Signore che, con braccio potente, ha aperto per loro una strada nel deserto e ha diviso le acque del Mar Rosso, facendo passare illesi i suoi figli e sommergendo nei flutti l’esercito del faraone.
Pur essendo infrante le catene della schiavitù, il progetto di Dio non corrisponde ad una libertà di fare quel che passa per la testa; la nostra mediocrità si accontenterebbe di questo, tant’è che il valore della libertà viene ritenuto da molti il più importante, un diritto insindacabile e non negoziabile. Troppo spesso, però, non riusciamo a capire che la libertà non è il fine del nostro cercare, di quel vagare inquieto che non trova pace alla caccia di questa o di quell’altra esperienza che possano appagare i nostri desideri, ma deve piuttosto essere un mezzo che ci consenta di arrivare a vette ben più alte. Quella che il Signore dona al suo popolo non è la libertà di; è la libertà per meglio seguire le aspirazioni del nostro cuore, per percorrere quelli che saranno i sentieri che più riterremo opportuni nell’assolvere le responsabilità affidateci, per misurarci con quanto di più infinitamente bello e vero vorremo inseguire. Sciogliere le catene inique della schiavitù e dire: “Ora andate!”, sarebbe servito a poco o a nulla. Il popolo dell’antica alleanza ha ben altra méta, promessa dal Signore: la terra promessa, eredità che Dio concede al suo popolo.
Anche noi ci troviamo, in questa vita, nella medesima situazione degli Israeliti di questa prima lettura: la condizione del già e non ancora, dell’essere potenzialmente liberi dalla schiavitù senza aver ancora preso possesso di quella terra promessa che esiste ma alla quale ci sembra di non giungere mai, camminando e camminando per quarant’anni tra le rocce e le sabbie di un deserto inospitale.
Quanto fin qui detto potrebbe farci seriamente pensare di convertirci ad un’altra religione o di diventare atei: abbiamo sbagliato tutto, infatti, se poniamo la nostra fiducia in un signore che ci dona la libertà e, poi, ci lascia al nostro peregrinare stanco e malfermo. Sarebbe un dio meschino e becero, che mette al mondo i suoi figli solo per divertirsi nel vederli angustiati dalle noie del tragico quotidiano.
Non è così, e la chiave di lettura sta tutta in quella libertà per. Perché la libertà, da sola, non basta a realizzare qualcosa di bello, di grande, che faccia stare davvero bene. La libertà esige di compiere un passo in più: quello dell’impegno verso la relazione. Non è un caso che la prima delle tre domande che il celebrante rivolge agli sposi durante il rito del Matrimonio sia proprio quella riguardante la libertà: «Siete venuti a contrarre matrimonio in piena libertà, senza alcuna costrizione, pienamente consapevoli del significato della vostra decisione?». C’è da augurarsi che la risposta non sia un semplice sì da copione, ma un assenso maturato, accolto, capito ed accettato. In questo senso la libertà per diventa il valore irrinunciabile: perché, senza di essa, non esiste una vita di vere relazioni. E la vita è relazione, checché ne dicano i misantropi: siamo voluti e pensati all’interno di un progetto d’amore, verso il quale noi pure tendiamo e al quale possiamo contribuire.
Quanto fin qui detto è ancor più valido nella nostra vita di relazione con Dio. Non a caso il popolo degli Israeliti, popolo, in verità, fino a questo momento tale solo nel nome, accomunato per lo più dalla disgrazia di essere schiavi in un paese straniero, diventa veramente popolo, cioè comunità che si affratella nel raggiungere uno scopo comune, nel momento in cui stringe un’alleanza con il Signore. E cos’è l’alleanza, se non il riconoscimento di un patto che impegna i due contraenti? Che impegna, già: un’amicizia è fondata solo sulle bevute all’osteria? Una storia d’amore è soltanto un ritrovarsi tra le lenzuola?
Il nostro essere “impegnati” con Dio non significa solamente adempiere con fedeltà ai suoi Comandamenti, ma vuol dire ancor di più accettare il progetto che il Signore ha per ciascuno di noi: non ha liberato gli Ebrei dall’Egitto per farli di nuovo schiavi, in questo caso addirittura di un Padrone invincibile, come non ha liberato noi dal peccato per farci schiavi della sua legge.
«Voi sarete per me una proprietà particolare» dice Dio a Mosè, a ciascuno di noi. Nella Scrittura il termine segullah, qui tradotto con proprietà, significa ricchezza, patrimonio, tesoro: la ricchezza di Dio, il tesoro di Dio, siamo noi!
«Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa»: questo tesoro, questo patrimonio del Signore è quello di un popolo consacrato, questo significa sacerdote; ed è utile ricordare che sacro significa, letteralmente, separato. In termini molto banali e approssimativi, possiamo affermare che credere non è più alla moda, che a Dio non è mai stata dedicata una copertina del Times. Al massimo, c’è un ritorno di fiamma verso una spiritualità che molto poco ha da spartire con la fede, a cavallo tra filosofie orientaleggianti – mi chiedo se, a questo punto, in India non ci sia qualche guru che si inventa una mistica occidentalizzante! – e svariate mode, che mescolano reincarnazione, spiriti guida e altre amenità che il ragionier Fantozzi avrebbe saputo definire molto meglio con uno dei suoi tormentoni.
Quando si è in relazione con Dio, si diventa “sacri” perché, con Lui, ci si differenzia da tutto il resto: alla sua presenza l’amore e l’amicizia, il dolore e la gioia, la speranza e l’angoscia, perfino la vita e la morte si trasfigurano nella sua Luce, in cui tutti i perché trovano risposta, tutti i dubbi svaniscono.
Non dobbiamo avere paura se il Signore ci ha chiamati ad essere suoi, completamente suoi, in tutto e nonostante tutto suoi. Benedetto XVI, nell’omelia per la Messa Crismale del 20 marzo 2008, ricordando un passo della preghiera eucaristica II – astare coram te et tibi ministrare – così diceva del sacerdote, tratteggiando un ritratto che ben si adatta ad ogni cristiano, a ciascuno di noi: deve «tener sveglio il mondo per Dio. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno per il bene. Lo stare davanti al Signore deve essere sempre, nel più profondo, anche un farsi carico degli uomini presso il Signore che, a sua volta, si fa carico di tutti noi presso il Padre».
L’apostolo Paolo, scrivendo ai Romani, rivolgendosi a noi, non vuole solo parlare astrattamente dell’amore di Dio: vuole, ancor di più, descriverlo, raccontarlo, farci capire che è un amore concreto, tangibilissimo, sperimentabile. Vuole, in altre parole, spiegare quel concetto che è il perno del vangelo di Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito».
E questo Dio che ama tanto, così tanto da dare a noi il Figlio unico, il Figlio amato, il Figlio nel quale ha posto tutte le sue compiacenze, viene a noi «quando eravamo ancora deboli». La debolezza di cui parla l’apostolo Paolo è la miseria della condizione umana, quella miseria che vediamo al telegiornale, ma perfino nelle assemblee condominiali, nelle aule scolastiche, nell’ufficio o al supermercato. Se nel mio quotidiano non trovo chi lascia il posto a sedere sull’autobus alla persona anziana o chi fa passare avanti la signora incinta in una delle tante code che un disegno misterioso pone sul nostro cammino ad ogni incombenza quotidiana, come posso anche solo immaginare di trovare «qualcuno disposto a morire per un giusto»? Figure del genere si trovano solo nella storia della santità o della solidarietà umana: penso a Massimiliano Kolbe, a Salvo D’Acquisto, ma anche ai troppi morti negli incidenti sul lavoro, strappati alla vita mentre adempivano ai propri doveri professionali, cioè mentre amavano i loro cari guadagnando il pane per se stessi e per loro.
«Quando eravamo ancora deboli Cristo morì per gli empi», per noi poveri, per noi miserevoli, per noi malati di una malattia che i medici non sanno guarire: la solitudine, l’incomprensione, la morte dell’anima. Il mistero della debolezza umana è tanto grande quanto sconfortante: perché vivere, se dobbiamo morire? Perché il male? Perché la sofferenza? Tutte domande alle quali non sappiamo rispondere. E non sappiamo rispondere perché siamo deboli. E, nella nostra debolezza, vorremmo che quell’Hágios ischyrós, il Santo forte invocato il Venerdì santo appeso alla croce, replicasse a questi nostri perché cancellando il dolore, il male, la morte.
Il Signore non ha fatto questo. Ha fatto di più: è venuto sulla terra, si è fatto uomo, è morto per noi. Non ci ha lasciati in balia delle potenze del maligno anzi, salendo sulla croce, affrontando la morte, è riuscito addirittura a confonderlo, come insegnano i Padri della Chiesa: pensava, l’eterno nemico dell’uomo, di aver sconfitto Colui che è il Bene supremo, ma è stato lui ad essere stato vinto dal Signore della vita che «morendo ha distrutto la morte».
Sarebbe inesatto, infatti, dire che Cristo ci ha salvati con la sua morte; ci ha salvati con la sua morte e con la sua risurrezione. Così l’apostolo Paolo può descrivere ancor meglio ciascuno di noi, chiamandoci «salvati mediante la sua vita». Un mistero di vita, appunto, perché, se la morte rimane come evento biologico nel nostro percorso terreno – e, forse da studente in medicina, ancora non riesco a vedere la morte come un qualcosa di inevitabile, ma troppo spesso la vedo come un errore, un errore della natura, un errore del medico, un errore di Dio – essa non è la fine, ma una porta, un passaggio verso il fine, verso una vita oltre la vita.
Così cambia tutto: non dobbiamo vivere temendo la morte o, ancor peggio, aspettando la morte come il termine inevitabile di tutte le cose, ma dobbiamo vivere da «salvati». Il Signore, che ci chiama ad essere sua «proprietà particolare», suo «popolo di sacerdoti», sua «nazione santa», non ci chiede di essere salvatori di questa nostra umanità debole e sofferente. E, d’altra parte, come potremmo? Quello, però, che possiamo e dovremmo fare, è di ricordare a noi stessi e agli altri che siamo già salvati, che dobbiamo vivere da salvati!
Il popolo sacerdotale, la Chiesa, in tutte le sue articolazioni, dal Papa al “cristiano della domenica”, attraverso il suo parlare ma ancor di più con il suo vivere e il suo agire deve svelare che la salvezza è già entrata nel mondo, che ha un nome, Gesù Cristo, e che, in Lui, tutto diventa diverso. In modo assai lirico un prefazio del tempo natalizio ci ricorda che «in lui risplende in piena luce il misterioso scambio che ci ha redenti: la nostra debolezza è assunta dal Verbo, l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne e noi, uniti a te in comunione mirabile, condividiamo la tua vita immortale». Sta a noi, adesso, tradurre il tutto nel più prosaico e concreto quotidiano.
La pericope evangelica, da sola, meriterebbe lo spargimento di fiumi di inchiostro. E chissà quanti e quanti esegeti, padri spirituali, parroci di campagna e cardinali avranno da essa preso spunto per omelie, esercizi spirituali, lectio divine, meditazioni o preghiere! Proviamo a farne una sintesi, a coglierne alcuni aspetti. Ma trovo assai utile portare con noi questi undici versetti lungo l’estate per assimilarli pian piano, interiorizzarli e cercare un riscontro da parte nostra alle parole e all’operato del Maestro.
Capiamo che il Signore Gesù è veramente Uomo – seppur con la U maiuscola: in tutto simile a noi, fuorché nel peccato – proprio nella prima riga di questa pericope quando, «vedendo le folle, ne sentì compassione». L’originale greco usa un verbo tragico e carnalissimo, splanchnìzomai, che allo studente in medicina ricorda l’amata-odiata splancnologia, cioè la parte dell’anatomia che studia (in modo assai complesso, talvolta rasentando l’impossibile) i visceri dell’organismo. Il Maestro ha in faccia la gente, i volti di persone comuni, come noi. Ce li ha sotto gli occhi come ce li abbiamo sotto gli occhi noi, ogni giorno, camminando verso l’ufficio, nei negozi, in mensa, ovunque. Noi raramente ci badiamo e, se gettiamo uno sguardo in più verso qualcuno, è perché qualcosa – un dettaglio fisico, of course – ci ha piacevolmente colpito. Mediamente, quindi, la nostra reazione al “vedere le folle” è l’indifferenza. Gesù no! Non solo ne prova compassione, ma gli si torce lo stomaco, si sente le farfalle nella pancia, è talmente partecipe della vita di questa gente, della nostra vita, da sentire sulla propria pelle le nostre ansie, i nostri dolori, le nostre preoccupazioni.
«Le folle erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore»: ahi, qui il Maestro casca male. Finalmente avevamo trovato Uno che capisce realmente le nostre difficoltà, che comprende cosa significa sentirsi soli o diversi o stare male senza riuscire a trovare parole che ne spieghino la motivazione, e adesso Questo ci paragona a dei pecoroni smarriti che non hanno trovato nessuno da seguire!
E dire che, anche nella Palestina di duemila anni fa, volendo, di pastori ce n’erano. Possiamo facilmente immaginare incarnassero questo ruolo i rabbini, i sacerdoti, i dottori della legge. Tutta quella gente che, domenica scorsa, si è sentita dire: «Imparate che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrificio”», rimediando una gran bella figura. Anche oggi il campionario di pastori sul mercato è abbastanza vasto e altrettanto disgraziato: c’è il pastore della moda, che guida sui sentieri del trendy e del fashion, procacciando per le sue pecorelle vestiti e accessori del colore dell’estate 2008 e l’ultimo cappottino per cani che impazza a Londra e che qui non ha ancora nessuno (vuoi mettere l’invidia degli altri?!). C’è il pastore del successo, che spalanca i recinti dei riflettori e del palcoscenico, promettendo ingaggi e salotti televisivi della domenica pomeriggio, senza disdegnare la copertina di qualche rotocalco. Ma ci sono pastori che si accontentano ancora di meno e che spingono il proprio gregge su piste meno sbriluccicanti, dal pastore del lavoro precario sotto le cui grinfie si trovano moltissimi malcapitati, al pastore di una sessualità fine a se stessa, da consumare come un surgelato da portare in tavola in quattro minuti, a quel pastore nebuloso e misterioso, le cui pecore nemmeno si accorgono di essere in suo potere, che disorienta il suo gregge facendolo camminare in mezzo alle nebbie di una vita mediocre e senza aspirazioni, che si trascina da un weekend all’altro, in attesa perenne di un qualcosa che non arriverà mai, perché nulla succede a chi si lascia sopravvivere e mette tra parentesi le domande alte della nostra vita (che non chiedono quale ne sia il senso ma, molto più prosaicamente, cosa si possa fare di concreto per stare bene, per essere felici, per davvero).
Il Signore Gesù non vede in noi delle pecore-pecoroni, il paragone è posto entro altri orizzonti: siamo pecore perché non siamo capaci di essere pastori nemmeno di noi stessi. E Cristo se ne dispiace fino a provare compassione immensa perché, in noi, non vede un gregge di sbandati, ma uno splendido e ricchissimo raccolto: «La messe è abbondante». È bello per me riflettere su questa pagina vedendo, oltre la finestra della mia camera, un bellissimo campo d’orzo, le cui spighe ormai biondeggiano sotto un sole che, quest’anno, si sta facendo parecchio desiderare. È venuta (tanta) pioggia, sono maturate in fretta: spesso, la sera, corro tra questi campi e sento le spighe mormorare al vento, mentre promanano bagliori dorati. Forse le bisnonne e le trisavole di queste spighe erano sotto gli occhi di Gesù, frammiste alla gente dell’odierna pericope evangelica. Così, osservando persone e spighe, il Maestro esce in un’esclamazione che non possiamo dimenticare, che dovrebbe continuare a risuonare in noi: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Non è un semplice invito a pregare per le vocazioni sacerdotali, e soprattutto perché siano buone, numerose e perseveranti. Di più: è un impegno a riflettere sul nostro essere Chiesa, cioè famiglia dei rinati nel Battesimo, sacramento che tutti ci ha investiti di quel sacerdozio comune. È poi sacrosanto sottolineare che, all’interno di questa famiglia, alcuni sono scelti per esercitare un sacerdozio ministeriale: ed è bellissimo vedere che il sacerdozio nasce dalla compassione di Dio, un Dio che si sente chiudere lo stomaco a vederci smarriti e spaventati di fronte alle amarezze della vita.
La compassione del Signore, però, non è sufficiente. È lui stesso a dircelo: «Pregate». Il cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica di san Pietro in Vaticano, così commenta questo versetto: «Sì, è necessaria anche la preghiera, altrimenti la misericordia di Dio diventa sofferenza di Dio, perché non trova ascolto nel cuore degli uomini». Ed è significativo che, proprio dopo questo pugno di parole belle come un tramonto e pesanti come la grandine, l’evangelista riferisca i nomi dei dodici apostoli.
«Primo, Simone, chiamato Pietro»: un primato sottolineato dall’occupare il posto numero uno perfino nell’elenco, un primato che continua nei successori di questo apostolo, i papi, senza dimenticare che il vicario di Cristo sulla terra è un uomo, non un angelo, cioè un essere mortale e peccatore come noi, chiamato ad essere anzitutto servus servorum Dei, servo del Signore e servo dei fratelli. Seguono, poi, i nomi di altri sette apostoli che, per un motivo o per un altro, saranno particolarmente citati nei vangeli: «Andrea fratello [di Simone]; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano». E, a questo punto, verrebbe da commentare che Gesù non era un buon responsabile delle risorse umane. Chi sceglie per l’annuncio del Vangelo? Un gruppo variegato, eterogeneo al massimo, di larghissima estrazione. Come potranno andare d’accordo e fare bene il proprio mestiere il pescatore Andrea, quei due irascibili ed emotivissimi di Giacomo e Giovanni, lo scaltro Filippo che chiederà, ingenuamente, di vedere il Padre, il giusto e fedele Bartolomeo, il razionale Tommaso, quel ladro di Matteo?
Senza contare che l’elenco prosegue con quattro nomi che non verranno più menzionati tranne, purtroppo, l’ultimo: «Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì». Questi tre apostoli “anonimi” rappresentano ciascuno di noi, la nostra personalissima sequela del Maestro. Anche noi dovremo andare d’accordo con i nostri fratelli discepoli, più fragili o più forti di noi, più testardi o più deboli di noi, più impavidi o più timorosi di noi, più acculturati o più ignoranti di noi. E, anche noi, dovremo sempre ricordare che, quando Dio chiama, non si circonda di angeli, ma di uomini che, come tali, nel dono supremo della libertà, dispongono anche dell’eventualità di tradire il Signore.
Ognuno di noi è chiamato, direttamente da Cristo Gesù, a portare a tutti la buona notizia «che il regno dei cieli è vicino». Dio non ci chiede di far maturare le spighe: il signore della messe è lui, noi dobbiamo soltanto ricordare a tutti che la salvezza è qui, è presente, è Cristo. Avremo fatto il nostro dovere di servi inutili, di operai nella vigna del Signore, quando ne avremo annunciato la presenza, semplicemente, discretamente.
Ci aiuti e ci sostenga Maria, Madre dolcissima del Buon Pastore e di tutte «le pecore perdute»: non permetta mai che i nostri piedi si stanchino o la nostra voce diventi muta lungo le strade del nostro quotidiano, perché chiunque ci incontri possa vedere nei nostri occhi lo sguardo di quel Signore che ci ama fino a dare la vita per noi.
Amen.
O Padre, che hai fatto di noi un popolo profetico e sacerdotale,
chiamato ad essere segno visibile
della nuova realtà del tuo regno,
donaci di vivere in piena comunione con te
nel sacrificio di lode e nel servizio dei fratelli,
per diventare missionari e testimoni del Vangelo.
prima lettura
Dal libro del profeta Osea
Affrettiamoci a conoscere il Signore,la sua venuta è sicura come l’aurora.Verrà a noi come la pioggia di autunno,come la pioggia di primavera, che feconda la terra.Che dovrò fare per te, Efraim,che dovrò fare per te, Giuda?Il vostro amore è come una nube del mattino,come la rugiada che all’alba svanisce.Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti,li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce:poiché voglio l’amore e non il sacrificio,la conoscenza di Dio più degli olocausti.
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, Abramo credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza».Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia.E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà egualmente accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, mentre andava via, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrificio”. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Nella speranza contro ogni speranza
«Domenica è sempre domenica»: una trasmissione televisiva del sabato, nel salutare i suoi ascoltatori, sfumava su questo motivetto di parecchi anni fa. Menomale che c’è la domenica: così organizziamo la gita fuori porta e se, finalmente, arriva l’estate, si può andare in piscina! Menomale che c’è la domenica: così posso dormire qualche ora in più e fare la notte brava con gli amici il sabato! Menomale che c’è la domenica: così si può andare a fare shopping per outlets e centri commerciali, ora aperti sette giorni su sette!
Immagino il riso dei cherubini e il volto ironico dei martiri di Abitene che, secoli fa, davanti ai carnefici, esclamavano: «Sine dominicus non possumus!», «Senza la domenica non possiamo vivere!». Già: anche noi senza la domenica non riusciremmo a vivere, così soffocati come siamo dal turbinio monotono del quotidiano, dall’asfissiante ferialità. Forse i martiri di Abitene sono “roba da archeologia del sacro”, qualcuno potrebbe commentare. Ma la loro confessione eroica rimane attualissima in un mondo che gongola al vedere gli striscioni “Domenica siamo aperti” affissi alle pareti degli ipermercati e non ricorda che, ogni istante della nostra vita, sono sempre aperte, anzi spalancate, le braccia del Padre delle misericordie.
Aprendo le pagine del profeta Osea, libro biblico tanto bello quanto dimenticato, possiamo trarne meditazioni da calare nella vita di ciascuno di noi; questo personaggio misterioso, dal nome ancora più oscuro, Osea, del quale sappiamo poco o nulla, nemmeno gli anni esatti della nascita e della morte, i luoghi da lui abitati, la sua professione, ha tanto, tantissimo da dirci. Perfino l’arcano di questa figura sembra suggerirci che egli, attraverso le sue parole che ci giungono dalla tenebra di quasi tremila anni fa, può avvicinarsi anche a noi come presenza discreta e fidata, come amico saggio e sincero, come consigliere attento e sapiente.
Questi quattro versetti, scarni come un telegramma e pesanti come la grandine, vogliono lasciare in noi un segno, vogliono trasmetterci un messaggio importante. E mi piace pensare che abbiano qualcosa da dire a te credente, a te ateo, a te dubbioso, a te con mille domande, a te che non riesci a deciderti, a te che sei saldo nella tue posizioni e nemmeno i tormenti di Giobbe potrebbero schiodarti dallo scranno di fedeltà sul quale ti senti arroccato.
«Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra»: non è difficile, con il tempo atmosferico di questi giorni, simile a tutto fuorché a una cartolina estiva, immaginare un arrivo così dirompente come quello di un acquazzone. A te, che sei tormentato da una fede che vacilla, da una fede stanca, da una fede che non riesci nemmeno a chiamare fede, Osea dice: «Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora»! Coraggio: Dio c’è, esiste. E ha un nome: Amore. Amore che comprende, Amore che desidera, Amore che non fa sconti, Amore fedele, Amore esigente, Amore smisurato, Amore che salva.
A te che presumi di essere arrivato, che collezioni Messe come fossero bollini per il Paradiso, che ti fai bello in parrocchia perché leggi, canti, suoni e fai l’animatore in oratorio, il Signore dice, per bocca del profeta: «Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti». Con questo non si vuole e non si deve sostenere che le celebrazioni liturgiche non siano gradite al Signore, o siano solo mera cornice attorno al più vasto quadro del quotidiano trascorso al di fuori delle mura ecclesiastiche. In un contesto come quello di Osea – parliamo di otto secoli circa prima della venuta di Cristo – il popolo dell’antica alleanza sembra aver dimenticato cosa lo leghi al Signore, quel Dio potente che lo ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto, che lo ha sfamato nel deserto con il cibo degli angeli e ha placato la sua sete con l’acqua sgorgata dalla roccia. Così anche i sacrifici offerti nel tempio, le liturgie del sabato nella sinagoga, la preghiera individuale che scandisce la giornata dell’ebreo osservante, sono un inutile sciacquarsi la bocca con il nome di un Dio nel quale, in verità, non si crede sul serio.
Troppo comodo, anche per noi, andare a Messa per inginocchiarci davanti al super-mega-direttore, come il povero ragionier Fantozzi, pregando perché “tutto vada bene”: chiediamo, sì, «liberaci dal male», ma molto prima dobbiamo confessare con altrettanta fede «sia fatta la tua volontà». Troppo comodo credere in un Signore del do ut des, divinità piccola e meschina che fa l’appello per annotarsi presenti ed assenti, e distribuire doni agli uni e castighi agli altri. Troppo comodo, e troppo ingiusto. Questo non è il Dio di Gesù Cristo, non è il Dio che il Maestro è venuto ad annunciare.
«Voglio l’amore e non il sacrificio»; “Voglio l’amore e non un’asta del sacro a chi offre più rosari recitati al giorno, voglio l’amore e non una gara a chi sa meglio sacramenti, comandamenti e nomi di apostoli, voglio l’amore e non una parodia di tribunale in cui i buoni segnano alla lavagna i cattivi”: queste sono le parole che Osea sembra suggerirci, facendoci intravedere il volto di un Dio diverso da come erroneamente ce lo immaginavamo, da come, forse, lo desideravamo nella nostra visione bieca e perversa della legge del taglione.
Ci rivolgiamo a te, Signore della vita e della storia, dell’universo e dei cuori, perché, spesso, le nostre labbra sanno soltanto balbettare il tuo vero nome, Amore, e le nostre menti non sanno capire che Tu sei l’Amore che perdona. Purifica questo nostro peccato e a noi tutti, credenti e praticanti, operosi e pigri, dubbiosi e impavidi, intrepidi e incerti, dona l’amore, un amore «forte come la morte», bello come le parole di quel Cantico che lo esalta, perché impariamo ad amare noi stessi e gli altri, e ad amare Te nostro creatore, Te presente nei nostri cuori, Te nel volto dei nostri fratelli.
Scrivendo ai cristiani di Roma – e, idealmente, ai loro fratelli ed eredi, noi, cattolici che abitiamo questo suolo glorioso che tra i primi accolse il Vangelo – l’apostolo Paolo vuole proporre un’icona che sveli in pienezza la fede, quella fede capace di generare nel cuore di ogni credente i frutti meravigliosi delle altre due virtù definite teologali, la speranza e l’amore: si tratta di Abramo, patriarca biblico ritenuto alla radice delle tre grandi confessioni monoteistiche, ebraica, cristiana ed islamica.
Abramo: sentiamo parlare di questo patriarca dell’Antico Testamento nelle domande dei quiz televisivi o nella seconda lettura della Veglia di Pasqua. Eppure Paolo lo dipinge ai nostri occhi con i tratti vividi e luminosi di colui che «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza». Cos’è questa speranza che si fa la guerra da sola, questa speranza che si guarda nello specchio e si combatte?
Fossi stato nel calamaio di quel grande apostolo, avrei solo cambiato l’iniziale, in un caso elevandola a maiuscola: «nella Speranza contro ogni speranza», come a dire che chi crede confida in una Speranza viva, luminosa, indefettibile, ardente, serena, sicura, contro quelle altre speranze che vogliono farsi chiamare così ma che, essendo tristemente abitanti di questo mondo, finiscono tutte col naufragare e col lasciare al loro posto solo lo scoramento e la disillusione.
Abramo diventa, così, nostro amico e modello, nostro esempio nel quotidiano e nostro intercessore al cospetto di Dio, perché anche noi possiamo credere, saldi «nella speranza contro ogni speranza». C’è così bisogno di sperare, in questo tempo che vorrebbe negare ogni sentimento, coprendo e abbruttendo ancor di più le immondizie morali con reale e tangibilissima spazzatura, negando ciò che di bello e di buono accade giustificando l’operato di chi rema contro la verità e la bellezza o circondando il tutto di un pessimismo cosmico che propone l’indifferenza come l’unica soluzione all’umano agitarsi e soffrire!
Un recente intervento del cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della cei, così sapientemente tratteggiava il momento presente: «Per i credenti la storia non è mai una sequenza più o meno casuale di fatti; è sempre una storia di salvezza, la quale dà senso e prospettiva ad ogni azione che viene compiuta. Noi sappiamo che, con l’Incarnazione del Verbo, il tempo è stato rivisitato e, gravido di eterno, ha una destinazione prima impensabile. Kairòs, non più solo krònos, dunque. E di tutti i tempi, poi, quello che viviamo è il migliore perché è quello che il Padre, nella sua inesausta scienza d’amore, ha stabilito per noi, e per la misura dei doni che ci ha affidato, chiamandoci al rischio della vita. Questa, in altre parole, è per noi l’ora non del fato ma della Provvidenza, la quale ha un volto e un cuore, quello di Cristo. Un tempo dunque per il quale vogliamo esprimere non il lamento per le difficoltà, ma il ringraziamento perché meraviglioso. Magari è anche meravigliosamente arduo, ma pur sempre accostabile coi nostri passi e con la grazia dello Spirito».
Parole ispirate, verrebbe subito da commentare. C’è questo rischio, denunciato da questo intervento e dai moti della nostra coscienza, meno raffinati, meno filosofici, ma altrettanto urgenti e pressanti il nostro vivere: il «rischio della fenomenologia del peggio», di pensare che tutto stia andando male e che andrà sempre più degenerando, che non possiamo farci niente se non rassegnarci al brutto che avanza inesorabile.
Non è così, il cristiano lo sa bene, perché, come Abramo, «pur vedendo già come morto il proprio corpo», pur avendo sotto gli occhi notte e giorno le brutture e le insipienze di questo povero e stanco mondo, sa che l’ultima parola non è quella del male, del dolore, della morte.
Anche se, attorno a noi, le persone sembrano aver perso la fiducia nel futuro, in un futuro che tende sempre più ad appiattirsi in un grigio e tragico presente, sforziamoci di spalancare gli occhi davanti al vero e al bello che, ancora, vogliono fiorire e trionfare. Assisto, in questi giorni, allo sbocciare di un sentimento nuovo in famiglia, di un nuovo amore che investe e travolge e dolcemente scompiglia la mia carissima sorella, che già più volte ha pagato il suo debito con la sofferenza e che ora ci riempie di gioia con la sua felicità. Proviamo ad osservare gli innamorati, per strada, sull’autobus, nei luoghi di studio o di lavoro; scorgiamone gli sguardi trepidi, lo sfiorarsi carico di emozione, un tenersi per mano che sa di sicurezza, serenità, calore. E, da loro, impariamo a credere di nuovo nel futuro, un futuro che, per chi ama, si dilata negli spazi infiniti del progetto, dell’ideale, della meta, nel campo strettamente affettivo come in quello degli studi, delle passioni, di ciò che ci caratterizza e che ci fa sentire veramente noi stessi.
E se anche non abbiamo il fidanzato o la fidanzata, se pensiamo di essere troppo vecchi o che il nostro cuore sia invecchiato precocemente sotto il peso delle batoste della vita, liberiamoci di questi nostri pregiudizi e osiamo l’amore. Sì: come tutte le grandi cose, l’amore è da osare. E, ancor di più, l’amore per Cristo, l’Amore che è Cristo.
Ieri sera ho visto un film tanto carino quanto leggero, una moderna commedia italiana, Voce del verbo amore, e ho sentito il bisogno di annotare una frase detta da un’amica del protagonista, Ugo, architetto rampante in piena crisi con la moglie: «La differenza tra voler bene ed amare è che se vuoi bene a qualcuno puoi anche farne a meno, ma se lo ami non puoi vivere senza».
Già: se ami non puoi vivere senza. Senza Cristo, nostra speranza, cosa saremmo? Se non riusciamo a rispondere a questa domanda, significa che siamo sulla buona strada per amarlo davvero.
Venendo alla meravigliosa pericope evangelica, non possiamo far altro che notare gli effetti di una vita che si accorge dell’esistenza di Dio che è Amore e che, in Lui, spera contro ogni speranza: Matteo, autore e protagonista di questo brano, attesta e scrive ciò che lo riguarda in prima persona, quale radicale sconvolgimento abbia operato nella sua vita l’incontro con il Maestro.
Come può una vita avvolta dall’oscura tenebra del peccato e dalla lontananza dal Signore essere investita e travolta dalla luce meravigliosa del perdono e dell’amore? Questo è il capolavoro di grazia che Gesù, Buon Pastore, ha operato nel suo servo e apostolo Matteo, invitato a risorgere dal banco delle imposte a cui era inchiodata la sua vita piccola e meschina, una chiamata immortalata da molti capolavori e, in modo particolarmente sublime e magistrale, dal grande Caravaggio, che non manco mai di ammirare nella sua Vocazione di san Matteo ogni volta che mi trovo a Roma e che riesco a fare una scappata nella bella chiesa di san Luigi dei Francesi.
In quest’opera, il buio di una mediocritas nemmeno troppo aurea fugge di fronte alla Luce che rende la notte dell’errore più chiara del meriggio: e beato Matteo, che sa staccarsi da quanto di piccolo e inutile lo trattiene in quel tragico sopravvivere, e si getta con coraggio e con gioia verso quella via nuova che il Maestro ha tracciata per lui!
Mi piace immaginare quell’incontro, rimasto indelebilmente impresso nella vita dell’evangelista tanto da riportare con dovizia di particolari la cronaca di quel momento così intimo e personale. Matteo era un pubblicano, cioè un esattore delle tasse, professione che, in quel contesto storico, si identificava in un collaborazionismo con il tirannico impero romano che, affidando questo incarico in appalto, esigeva la riscossione di una certa somma da ogni villaggio, senza controllare come e quanto fosse effettivamente chiesto alla cittadinanza, creando così una situazione a dir poco spiacevole e permettendo, di fatto, di esercitare un furto legalizzato da parte di questa categoria professionale.
Non sappiamo, Matteo, cosa ti abbia spinto a svolgere questa professione scomoda ed ingrata, che ti arricchiva, certamente, ma a danno dei tuoi concittadini, che ti permetteva di condurre un certo tenore di vita, ma che attirava su di te il disprezzo perfino di coloro che ti erano stati amici, che riempiva le tue tasche, ma che svuotava il tuo cuore, stanco di ricevere lo scherno e l’odio da tutti quelli che, passando per strada e vedendoti seduto al banco delle imposte, sputavano per terra verso di te.
Tante volte, Matteo, siamo proprio uguali a te: senza un motivo particolare, senza un perché, ci cacciamo in situazioni dalle quali fatichiamo ad uscire, soffriamo il giudizio degli altri desiderando inutilmente la loro pazienza e comprensione, vorremmo tanto amare ed essere amati, ma lo squallore e la meschinità che ci circondano prosciugano la nostra voglia di bene.
Poi, un giorno, vedesti venire verso te quell’Uomo famoso, di Nazaret, che molti chiamavano profeta e alcuni, addirittura, Messia. Tu non udivi da tempo tali parole, giacché ti era vietato perfino di entrare nella sinagoga. Si avvicina, questo Gesù: da buon rabbì, vorrà anche lui dare una bella sputacchiata alla tua scrivania improvvisata sul selciato e far sfoggio davanti a tutti di quanto, al contrario di te, sporco e lurido peccatore, sia bello, bravo e santo. Lui è davvero Bello, è davvero Santo: e, proprio per questo, viene verso di te, ti guarda, ti fissa, ti ama. E, senza troppe ciance, ti dice solo: «Seguimi».
E tu, senza sapere il perché, provi un solo sentimento, che nemmeno riuscivi a ricordare tanto è bello quanto la tua vita era diventata orribile: libertà. La libertà di Cristo nessuno la può dare: non l’impero della politica, con i suoi giochi di potere e le sue divergenze parallele, non una religione miope nel suo rubricismo fine a se stesso, non una liturgia che si compiace unicamente di udire la propria voce, non le persone che sputano sentenze ed emettono giudizi sentendosi grandi solo perché fanno tante cose per il Signore, dimenticando poi l’Unico indimenticabile, il Signore delle cose.
Matteo, per noi e per tutti i figli del nostro tempo, ti chiediamo la misericordia, la comprensione, il perdono. Non è sufficiente la tolleranza, e nemmeno il rispetto: e pensa che, già questi, ci sembrano traguardi utopistici. Attraverso le parole dei successori tuoi e dei tuoi colleghi apostoli, attraverso la Parola delle parole, aiutaci a non dimenticare mai che, prima di giudicare, dobbiamo anche e soprattutto amare; che, dietro ai volti e alle storie, ci sono delle persone, in tutto simili a noi, con le loro fragilità, i loro talenti, le loro ansie, i loro perché.
Maria, Madre del Medico che cura i corpi e le anime, che rende pure le labbra, forti le mani e intrepidi i cuori, ricordaci che, ora, il tuo Figlio ha bisogno di noi, con i nostri limiti ma anche con la nostra straordinaria capacità di amare, per essere, oggi, nel nostro ambiente di vita, il suo volto di Amico, il suo Cuore misericordioso, la sua presenza di pace e consolazione. Non permettere che le difficoltà spengano la nostra speranza, ma rendici capaci di dire, ogni giorno, come la beata Teresa di Calcutta: «Il mio volto è sempre sorridente perché le mie mani asciugano tante lacrime».
Amen.
O Padre, che preferisci la misericordia al sacrificio
e accogli anche i peccatori alla tua mensa,
fa’ che la nostra vita,
trasformata dal tuo amore,
si apra con totale dedizione a te e ai fratelli.
prima lettura
Dal libro del Deuteronomio
Mosè parlò al popolo dicendo: «Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi.
Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dei stranieri, che voi non avete conosciuti.
Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che oggi io pongo dinanzi a voi».
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ora, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono.
E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue.
Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”. Io però dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».
Nel cuore e nell’anima
Dopo i cinquanta giorni di gioia del tempo pasquale, dopo le grandi feste che celebrano con adorazione immensa e riconoscente stupore l’amore di Dio Trinità e del Signore Gesù che arriva a donarsi nel mistero del suo Corpo e del suo Sangue, la Chiesa torna a vestire il paramento verde, quello della ferialità, quello del tempo cosiddetto ordinario. Non basterà una vita per capire la straordinarietà di questo tempo: potremmo paragonarlo a quei trent’anni di vita nascosta che il Maestro passò a Nazaret, lavorando nella bottega di Giuseppe il falegname, andando a fare la spesa per la madre Maria, salutando i compaesani che incontrava per la strada, intrattenendosi con gli amici, pregando nella sinagoga. È un mistero così grande e così bello, quello di Dio che sceglie di abitare un umanissimo quotidiano che, tante volte, mi capita di sostituirlo a qualche mistero del Rosario. Anche noi, ormai alle porte dell’estate, non cediamo alla tentazione di credere che anche la vita di fede possa andare in vacanza: fermiamoci, anzi, in compagnia del Signore. Sarà il riposo migliore per la nostra anima.
La prima lettura ci invita ad aprire il libro del Deuteronomio, testo che, secondo la tradizione ebraica, è considerato una sorta di testamento di Mosè, contenente una summa della rivelazione divina al popolo dell’antica alleanza. Il brano che oggi ci è stato proposto è la conclusione del capitolo 11, con il quale termina una parte del libro, cui seguiranno capitoli potremmo dire “rubricistici”, in quanto risultano essere più o meno costituiti da un elenco di precetti, norme, usi.
In questo pungo di versetti, però, vi sono delle parole straordinarie, meravigliose, che potrebbero diventare il programma di vita di ogni credente: «Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi». Forse gli ebrei, gente più pratica e meno filosofica di me, pensarono di far contento il Signore tralasciando la prima parte di questo versetto 18 e concentrandosi più sulla seconda: essi, infatti, ancora oggi, durante la preghiera, pubblica o privata che sia, utilizzano i filatteri, cioè piccole scatolette contenenti minuscole pergamene con passi della Torah, che, attraverso laccetti di cuoio, usano legarsi agli avambracci e sulla fronte.
È un uso, in verità, che mi ha sempre colpito molto, intendo in senso positivo: come tutte le manifestazioni esteriori di appartenenza a un credo religioso, soprattutto in un mondo come quello attuale, implica un certo coraggio. Ad esempio, stimo molto i sacerdoti che utilizzano la veste talare o, per lo meno, la camicia con il colletto bianco – il clergyman – ben visibile (pur ammettendo che “l’abito non fa il monaco”): è un dato di fatto, vestire sempre e soltanto in altro modo, con abiti civili, potrebbe indurre a pensare che ci si vergogna di essere preti, tutto qui.
Ma c’è un grosso ma, che vale per i filatteri e per i clergyman, per i veli e le croci da appendere al collo: prima e anzitutto la parola del Signore va posta «nel cuore e nell’anima», centro e cardine di tutto. Una parola che non amiamo a sufficienza anzi, una parola che proprio non ci piace, perché i libri del catechismo ce l’hanno fatta detestare propinandocela sotto il titolo di “Dieci comandamenti”: e sappiamo bene quanto il popolo italico, fanciulli in testa, sia soggetto all’orticaria anche solo a sentir parlare di regole e divieti.
I buoni cristiani o i pii israeliti non devono mostrare la loro fede legandosi in varie parti anatomiche post-it biblici. I buoni cristiani o i pii israeliti o le brave persone mostrano il loro essere credenti o più semplicemente uomini e donne giusti, integri, corretti, onesti, cercando di rispondere sempre a quel supremo tribunale che è la coscienza, una voce troppo spesso zittita, imbavagliata, costretta all’omertà da un tempo in cui valgono soltanto le logiche del tornaconto, del guadagno a tutti i costi, dell’arrampicata verso scalini di riconoscimento sociale od economico che, anziché gratificare, impongono poi altri obiettivi da raggiungere, attraverso calcoli ancora più biechi e mezzi sempre più iniqui.
Sappiamo bene, dovremmo averlo capito, ormai, che la strategia del Signore è completamente diversa: arrivare alla vita attraversando la morte, giungere alla salvezza dalla via della croce, cercare sempre e solo il bene dell’Altro e dell’altro, anche se questo significa mettere in ombra me stesso. Non è la logica dei fachiri, lo stile di vita dei masochisti; è il metodo che, da sempre, utilizza Dio, quel Dio che «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi», quel Dio che sceglie la croce, anche se a noi non piace, anche se non ci va proprio giù, anche se non riusciamo a capire il perché di questa scelta, che deve pur essere la migliore, se è la scelta dell’Onnipotente.
«Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione», ci propone molto realisticamente il Signore, che parla per bocca di Mosè. Senza mezzi termini, ci viene detto che è una questione di scegliere. E di scegliere senza possibilità di part-time, di ma, di però, di forse. Ai miei ragazzi del catechismo (e, primariamente, al loro catechista, che ne ha bisogno più di loro) ho sempre proposto un’impegnativa ma stupenda pagina della Didachè, un antico manoscritto greco trovato in maniera fortuita e singolare da un archeologo una cinquantina anni fa, che potremmo tradurre con il titolo di Dottrina dei dodici apostoli, tale da essere considerato l’antenato di ogni testo di catechismo. In esso troviamo scritto: «Vi sono due vie: una della vita e una della morte; ma grande è la differenza tra queste due vie. La via della vita è questa: in primo luogo, ama Dio che ti ha creato, in secondo luogo, ama il prossimo tuo come te stesso; non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. La via della morte invece è questa: anzitutto è una via cattiva e piena di maledizioni; pronti al male, mai al bene, lontani dalla gentilezza e dalla pazienza, la percorrono quanti perseguitano i buoni e non hanno compassione per chi soffre, odiano la verità e amano la menzogna». Una descrizione limpida e cristallina, alla quale aggiungere qualcosa sarebbe superfluo.
«Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole»: «nel cuore e nell’anima», cioè al centro del vostro essere e del vostro agire, dei vostri sentimenti e dei vostri ragionamenti, la domenica in parrocchia come il lunedì in ufficio, durante la cena in famiglia come in palestra con gli amici, come con i colleghi del turno. Non facile. Ma felice.
Scorrendo le righe di questa seconda lettura, un brano di quella lezione di teologia che è la lettera indirizzata da Paolo alla Chiesa di Roma, cercavo di riflettere su due termini apparentemente antitetici, agli antipodi, che si respingono come quando cerchiamo di avvicinare i poli identici di due calamite (legge fisica che, di tanto in tanto, alla bella età di ventidue anni, voglio ancora verificare giocando alcuni minuti con le calamite appiccicate al frigorifero): giustizia e fede. Sembra un tema da apertura dell’anno giudiziario della Sacra Rota. Eppure è di una stringenza estrema nella vita di ciascuno di noi.
Giustizia: parola grossa, grossissima, dalla portata colossale, soprattutto davanti ai numerosi casi di cronaca nera, nerissima, come la pece, che la televisione ogni giorno vuole sbatterci in faccia. I sedici anni che quella mamma dovrà scontare in prigione sono stati davvero comminati all’esecutore dell’omicidio del figlio di questa donna? E trent’anni di reclusione, o addirittura l’ergastolo, sono una pena proporzionata all’assassinio di un piccolino di quasi due anni, ucciso senza perché da chi voleva spillare un po’ di soldi al padre? E che dire, poi, di fronte a quei programmi televisivi (solitamente trasmessi ad orari assurdi o in contemporanea con altri appuntamenti tanto seguiti quanto banali) che vogliono denunciare le ingiustizie, dalla vendita truffaldina per corrispondenza, ai danni nei confronti del cittadino, alla cattiva gestione della cosa pubblica, alla malasanità (tema, quest’ultimo, che per vicinanza professionale mi tocca moltissimo e per il quale ho perso ore di sonno non riuscendo a far tacere quelle vite che urlano dopo essere state strappate per negligenza, incuria, noncuranza).
Una recentissima fiction televisiva sulla figura di don Zeno Saltini, sacerdote fondatore della comunità di Nomadelfia – la cui figura di cristiano e prete esemplare invito tutti ad approfondire perché carica di contenuto e testimonianza anche per i nostri giorni – è stata per me fonte di tante e tante riflessioni. Non so quanto ci fosse di vero e quanto di romanzato, ma in una scena don Zeno, dal pulpito, interrogava un parrocchiano: “Cos’è la giustizia?”. E quello rispondeva, dopo qualche attimo di smarrimento: “La giustizia è… per fare un esempio: se ho due paia di scarpe e viene da me uno che non ce le ha, io gliene regalo un paio, così ne abbiamo tutti e due”. Una risposta che mi faceva venire in mente quanto Giovanni il Battista diceva alle folle che lo interrogavano presso il fiume Giordano. Don Zeno disse a quell’uomo: “Bravo. Ma c’è di più. Se io ho due paia di scarpe e vengono da me due che sono scalzi, io gliele do tutte e due!”. Questa è una giustizia che si lascia illuminare dall’amore. E, come tutte le cose trasfigurate da quell’Amore che ha creato il mondo e, da sempre, lo ha voluto e desiderato in un disegno di bene immenso e duraturo, diventa perfetta, vera, bella, santa.
«Ora» – sottolinea l’apostolo Paolo – «ora si è manifestata la giustizia di Dio: giustizia di Dio per mezzo della fede in Cristo Gesù». È «quella vecchietta cieca» della poesia di Trilussa, la fede, la «fede in Cristo Gesù» a trasformare una giustizia umana miope e zoppicante nella giustizia di Dio, una giustizia, cioè, che non si chiude nella logica della pena e della ricompensa, dei diritti e dei doveri ma che, pur nella misura di un doveroso impegno e di una scelta radicale da parte dell’uomo, vuole e desidera sempre e comunque amare e salvare.
«Ora», ci grida Paolo, «ora», adesso, non in un domani fumoso, in un futuro che assomiglia sempre all’anno del mai, al mese del poi. Questo è il momento in cui i cristiani devono mostrare a tutti di esserlo per davvero, di essere stati trasfigurati da quel Messia che ci ha fatti partecipi del suo corpo mistico, la Chiesa, non comunità dei perfetti, ma comunità dei salvati, dei perdonati, dei riconciliati. E si mostra di essere cristiani assomigliando a Cristo, a Cristo «che Dio ha stabilito come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue». Gesù non ha salvato il mondo annunciando che Dio c’è, esiste, è Amore, raccontando parabole e operando miracoli. Avrebbe potuto, ma non è bastato. Anche i cristiani possono assomigliare a Gesù attraverso le loro parole e le loro scelte, nella preghiera e nella carità operosa, armandosi di quella speranza che spera e continua a sperare contro ogni umana delusione. Ma non è detto che basti. I secoli passati, anche e soprattutto il secolo appena trascorso, raccontano una storia della Chiesa che spesso si colora con le vivide tonalità del sangue: è una storia d’amore, una storia di fede, una storia di martirio.
Forse a noi non verrà chiesta la vita. Ma non possiamo e non dobbiamo scordarci che «sine sanguinis effusionem non fit remissio», senza lo spargimento del sangue sulla croce del Calvario e sulle tante croci dell’umanità sofferente, non ci sarebbe stata la salvezza, non avremmo ricevuto il perdono dei peccati. Un martirio incruento, invece, è richiesto a tutti: quello della fedeltà. Fedeltà a un Vangelo che ci è stato trasmesso e che dobbiamo a nostra volta trasmettere. A chi? A tutti! «Il mondo ha sete di voi», troviamo scritto in un murale nel tendone da circo che ospita le riunioni e le feste a Nomadelfia, e che più volte campeggiava durante la fiction. Che lo voglia ammettere oppure che preferisca crepare di sete, il mondo ha sete di Cristo, ha sete di Cristo che, oggi, mostra il suo volto nei cristiani. Missione grande, missione stupenda, spessissimo grandemente difficile e stupendamente impegnativa. Ma, chi crede, non è mai solo.
La pericope evangelica è una sorta di corona, di prezioso diadema posto a conclusione del famosissimo discorso della montagna, in cui il Cuore di Gesù si apre svelandoci i tesori delle beatitudini e la preghiera che nasce direttamente dall’amore del Figlio per il Padre, il Padre nostro. Il congedo a quanti hanno ascoltato l’insegnamento del Maestro non è un “grazie e arrivederci”, banale quanto quello dei tristi scontrini fiscali, ma è costituito da quest’ultimo insegnamento e da una parabola. Proviamo a soffermarci su questo dittico.
C’è, anzitutto, un monito secco, un’istruzione chiarissima: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». E ci sono questi due verbi: dire e fare. Viene spontaneo pensare che, tra essi, c’è il proverbiale mare: ed è proprio così.
Tra una fede “detta”, che ha soltanto il sapore monotono di Messa della domenica, e fede vissuta, che sa calarsi in un quotidiano fatto di dubbio e di testimonianza, c’è il mare dell’indifferenza e dell’abitudine dentro il quale troppo spesso rischiamo di affogare. Tra una fede che sa i salmi a memoria e cita la Bibbia e si getta in dispute di argomento teologico o liturgico o morale, e una fede che, con tatto, umiltà, discrezione, si propone anche e soprattutto nell’accoglienza cordiale, nell’aiuto a chi soffre, nella vicinanza concreta ai poveri, agli ultimi, agli infelici, agli sfiduciati, c’è un mare oscuro e limaccioso, quel mare cui basta cambiare una consonante per darne un identikit molto più dettagliato, il male, il male seminato da quel maligno che, tentando Gesù, cita lui stesso la Scrittura e, nell’Eden, si presenta come salvatore dell’uomo dalla dispotica tirannia del Padre.
Occhio: non chi dice, ma chi fa. Non a caso l’apostolo Giacomo nella sua lettera scriveva: «Con le mie opere ti mostrerò la mia fede». Opere, queste, che hanno quel sapore delizioso di quotidiano operoso, di cucina, di casa, di ufficio, di banchi di scuola, di lezioni in facoltà, di jogging serale, di cinque minuti in preghiera mentre si stendono i panni, così lontano dal sapore artificiale di opere che non ci sono nemmeno richieste e con le quali finiamo per soffocare la fede onesta e genuina, una fede che non si traveste da Superman o Wonderwoman, ma che macina chilometri nello spirito del mediano che, contro tutti e nonostante tutto, corre da una parte all’altra del campo da calcio. Chi ci chiede di profetare, di scacciare demòni, di operare prodigi, addirittura «molti», si vantano quelli che poi il Maestro dirà di non conoscere? Certamente non Gesù Cristo.
Il Signore non ci chiede di salvare il mondo. Ci chiede di vivere da salvati, che è ben diverso. Cioè ci chiede di seminare, nella concretezza, nella semplicità, con una vita bella, vera, santa, briciole di Vangelo sulle strade del mondo.
La piccola parabola, poi, ci suggerisce di costruire la nostra casa, la casa della nostra vita, la casa dell’anima che, con il Battesimo, è divenuta tempio dello Spirito Santo, sulla roccia che è Cristo. Non dobbiamo trasformarci in piccoli speculatori edilizi, non dobbiamo restituire al Signore un castello, una villa con piscina o la reggia di Versailles. Ciò che conta non è la costruzione, ma dove viene costruita. I nostri calcoli potrebbero ingannarci, farci apparire le sabbie del ragionare comune, del pensiero dominante, della logica dell’egoismo, come il luogo più sicuro dove costruire qualcosa di decente. Eppure anche una casupola sulla roccia dell’insegnamento della Scrittura e del magistero della Chiesa, sulla roccia di una fede che piega le ginocchia davanti al Signore e si china a «fasciare le piaghe dei cuori spezzati» di tutti coloro che incontreremo con le lacrime agli occhi, avrà più valore di una cattedrale sulla sabbia della superbia, dell’orgoglio, della presunzione, di una bellezza modaiola a tutti i costi, di un’efficienza che emargina il diverso e il malato, di una lucentezza solo apparente che punta ad abbagliare senza illuminare, a stupire senza convincere.
Maria, vera Regina della casa, che hai saputo ospitare Colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere nel tuo grembo e sotto il tetto di Nazaret, aiutaci a diventare architetti dotati della fantasia gioiosa del Vangelo, muratori infaticabili nella costruzione del Regno, carpentieri di un mondo rinnovato dal tuo Figlio, operai che mai si stancano di trovare una dimora per Cristo presente nel sacramento dell’uomo malato, anziano, povero, solo, abbandonato. Tu, che le litanie invocano come Casa d’oro dentro la quale ha trovato una dimora l’Onnipotente, aiutaci a trasformare le nostre anime in tempio vivo della gloria di Dio e i nostri cuori in ardenti fornaci che sappiano amare senza misura.
Amen.
O Dio, che edifichi la nostra vita
sulla roccia della tua parola,
fa’ che essa diventi il fondamento
dei nostri giudizi e delle nostre scelte,
perché non siamo travolti dai venti delle opinioni umane,
ma restiamo saldi nella fede.
prima lettura
Dal libro del Deuteronomio
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».
seconda lettura
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Colui che mangia me vivrà per me
Veniamo alla seconda, grande solennità che inframmezza, per così dire, la festosa celebrazione del tempo di Pasqua alla ferialità del tempo ordinario: adoriamo il santissimo Corpo e Sangue di Cristo, celebriamo la solennità del Corpus Domini, come veniva chiamata un tempo questa festa ora trasferita in domenica ma che, dal 1264 – quando Urbano IV la estese a tutta la Chiesa latina –, cadeva il secondo giovedì dopo la Pentecoste. Giovedì: proprio come il giorno dell’ultima cena, proprio come il giovedì santo, che ha visto compiersi quel grande mistero – mistero di amore e di donazione, mistero di sofferenza e di tradimento, mistero di una vita che non muore – che oggi si compie nelle nostre chiese e nei nostri cuori, come si compì nel cenacolo quella sera di due millenni fa.
Attraverso il libro del Deuteronomio abbiamo ascoltato una parte di quello che gli studiosi della Scrittura chiamano “testamento di Mosè”: un riassunto, cioè, un compendio, un memorandum che Mosè desidera lasciare al suo popolo riguardo a tutto ciò che il Signore aveva detto ed operato in quei quarant’anni di pellegrinaggio nel deserto.
C’è un verbo che ricorre e che imprime una forza dirompente a queste parole: «Ricordati». In questo modo, un discorso genericamente rivolto alla folla del popolo diventa monito personalissimo che si staglia sul mio orizzonte, che chiama in causa il mio vivere, che si cala con profondità nel mio quotidiano. Ricordare è estremamente importante: perché senza memoria non c’è passato, e senza passato su cosa si può costruire il futuro? Leggendo un saggio di storia della medicina – materia oggi prevista nelle discipline che ogni futuro medico deve studiare – l’autore sottolineava l’importanza di questo insegnamento interpretandolo nella prospettiva della “storia dell’errore in medicina”. Già: uno dei capisaldi dello studio della storia è proprio quello di conoscerla per non commettere più gli errori che hanno segnato i destini di chi ha vissuto prima di noi.
Se, quindi, la memoria è parte caratterizzante della vita di ciascuno di noi, ancor più lo è per il cristiano: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere». Sia stato agevole o faticoso, segnato da gioie e da sofferenze, il nostro cammino è importante agli occhi del Signore e, anche noi, dobbiamo scoprire il suo valore inestimabile: siamo ciò che abbiamo vissuto.
Qualche tempo fa leggevo sul quotidiano la notizia sorprendente di un uomo dalla memoria sconfinata: dicendogli una data qualsiasi del calendario, riesce a ricordare che giorno della settimana era, alcuni avvenimenti di cronaca e perfino cosa fece quel giorno. Un nuovo Pico della Mirandola, verrebbe da commentare. E, pensandoci un poco di più, mi chiedevo: “Ma se mi chiedessero di pensare, che ne so, al 13 ottobre 2002, come risponderei? Quella data non mi fa venire in mente nulla”. E così vale per tante altre date che, per usare un’espressione di David Maria Turoldo nella sua riscrittura del salmo 23, costituiscono un semplice e banale «migrare dei giorni».
Troppo spesso ci lamentiamo della noiosità della routine quotidiana, dell’incedere pigro delle ore, dei giorni della settimana e del mese, salvo poi lamentarci: “Ma siamo già a metà di quest’anno?”. Abbiamo paura del tempo che scorre inesorabilmente, del tempo che passa e non ritorna. Non possiamo farci niente, e lasciarsi sopravvivere non mi sembra la mossa giusta.
Nel tempo vi è un potenziale tanto nascosto quanto immenso: ogni istante può essere pieno, vivo, veramente colmo di senso e di bellezza, se sono consapevole che quell’attimo è in sé unico, inimitabile, come se fosse il primo o l’ultimo che mi è concesso di vivere.
Mosè ricorda al suo popolo e a ciascuno di noi che, agli occhi di Dio, tutto ha un senso e nulla, ma proprio nulla, del nostro esistere può dirsi sprecato o inutile: davanti al Signore sono preziosi i «quarant’anni nel deserto», un tempo che, prima o poi, ognuno di noi vive nella sofferenza, nell’incomprensione, nella solitudine, nell’amarezza; tempo di umiliazione, tempo di prova, tempo di fame. Non vergogniamoci di ricordare il tempo del dolore e dell’attesa: a volte solo le lacrime sono in grado di far fiorire il giardino del nostro cuore.
Ma sarebbe ingiusto conservare nel patrimonio della memoria solo il ricordo dei giorni tristi: «Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna». Quante volte la «roccia durissima» di un problema che sembrava insormontabile e che ci toglieva il sonno si è spaccata per far scaturire in modo inaspettato e quasi miracoloso una sorgente di acqua pura e limpida? Quante volte la fame di amicizia, di amore, di comprensione, di soddisfazione, di riconciliazione, è stata saziata dalla manna, da un qualcosa letteralmente piovuto dal cielo, che mai ci saremmo aspettati e, quasi come i figli dell’antica alleanza, ci ha fatto esclamare: «Man hu», «Che cos’è»?
La profezia racchiusa nelle pagine dell’Antico Testamento è svelata nel cenacolo, quando il Signore Gesù offre se stesso sancendo con me, con te, con noi la nuova ed eterna alleanza nel suo Corpo e nel suo Sangue. Facciamo sì che non scorra stancamente ogni Messa da noi partecipata, anzi, cerchiamo di sgomitare per conquistarci almeno uno sgabello alla tavola del Maestro, oppure accontentiamoci di fare come quell’ignoto padrone di casa che, come immaginato in una preghiera ascoltata tempo fa in un’omelia nella basilica vaticana, assiste alla Cena da una fessura della porta di quella sala preparata dagli apostoli con tanta cura per il rito pasquale.
Non dimentichiamo i prodigi che, anche nella nostra vita, dicono la gloria di Dio; non dimentichiamo le meraviglie che il Signore ha fatte per noi; non dimentichiamo quanto, nel segreto del cuore, il Pastore Buono e Bello ci ha rivelato; non dimentichiamo che, davanti all’altare, obbediamo al comando felice e grave che Gesù ci ha lasciato nel cenacolo: «Fate questo in memoria di me». Una memoria che, lontana da essere un banale resoconto dei fatti o un documentario con tanto di scenografia curata da History Channel, diventa presenza reale di Gesù, qui ed ora, in mezzo a noi. La Messa, ce lo ricorda l’odierna solennità, non è assolvere un precetto, ma gustare la compagnia di un Amico.
L’apostolo Paolo scrive alla Chiesa di Corinto una delle lettere più belle e, al tempo stesso, una tra le più travagliate, perché rivolta ad una comunità vivace, giovane, ricca di idee ma anche di complessità che spesso sfociano in scontri. I cristiani di Corinto, infatti, vengono dal mondo greco pagano e, da questo, alcuni continuano ad attingere abitudini e stili di vita, come il banchetto consumato con la carne sacrificata agli idoli. Prendendo spunto da ciò e per affermare che questa abitudine non è del tutto consona alla vita cristiana, Paolo tratteggia in due soli versetti l’identikit di un altro banchetto, quello dell’Eucaristia, che diventa icona e modello non solo della convivialità tra i credenti, ma anche e soprattutto di un modo nuovo e diverso di vivere, all’insegna della comunione.
Mi piace affrontare questo aspetto partendo apparentemente da lontano. Ognuno di noi possiede delle peculiarità che lo contraddistinguono: modi di dire o intercalare “speciali”, che noi stessi abbiamo inventato oppure che semplicemente usiamo, anche involontariamente; gesti, segni, espressioni che sono nostre e che si trovano disseminate molte e molte volte lungo tutto quel che facciamo durante l’arco della giornata. Spesso ignoriamo questi nostri piccoli segni particolari, mentre notiamo molto di più quelli che appartengono agli amici. Se poi vogliamo veramente tanto bene a questi amici, alcuni di questi loro segni diventano pure nostri, li “copiamo”, li facciamo nostri, per sentirci ancora più uniti.
Anche l’Amico per eccellenza, il Signore Gesù, aveva questa caratteristica. Il suo segno – i teologi più raffinati lo chiamerebbero actio emblematica – più caratterizzante fu proprio quella cena narrata dai vangeli e ripresa più volte in questa lettera che Paolo scrive alla Chiesa di Corinto. Alla faccia del segno peculiare, della caratteristica personale! Chi di noi non ha mai invitato gli amici a cena? Chi di noi non condivide la mensa con quanti sono a lui cari?
Eppure per Gesù questo segno diventa un vero e proprio distintivo. Ce lo ricorda Luca, narrandoci gli eventi del giorno di Pasqua: i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù «nello spezzare il pane», tanto era “speciale” il modo in cui lo faceva Lui, le parole che diceva Lui, lo sguardo con cui fissava Lui mentre condivideva il pane, mentre offriva il suo Corpo.
Allora le parole della consacrazione, pronunciate sul pane e sul vino dal sacerdote in persona Christi, cioè proprio come quel giorno lontano quando il Sacerdote sommo ed eterno celebrò la prima Messa alla presenza dei suoi discepoli, diventano un vero e proprio testamento di Gesù, un segno che l’Amico lascia ai suoi amici. Non a caso, un sinonimo stretto di segno è proprio sacramento: e l’Eucaristia non è forse il santo sacramento, il grande sacramento?
Il segno che Gesù ci ha lasciato è, dunque, la celebrazione della Messa. Un segno attraverso il quale si rende vivo, presente e operante in mezzo a noi ogni volta che abbiamo bisogno di Lui, ogni volta che vogliamo condividere con Lui un pezzetto della nostra vita. Un segno così efficace da trasmetterci la vita stessa, la forza stessa di Cristo. Un segno che non si esaurisce nello sterile adempimento del precetto domenicale, ma che va oltre, pervadendo non solo la domenica ma l’intera settimana del cristiano. Un segno che mi rende cristiano per davvero, alter Christus nel senso più forte e reale del termine: la mia vita è la sua vita, il mio agire il suo agire. Questo è fare comunione. Questo è essere completamente uniti a Lui. E, in Lui, ognuno di noi scopre che chi crede non è mai solo: mai solo perché continuamente accompagnato dalla presenza di Dio, mai solo perché parte di una grande famiglia, la Chiesa.
Riscopriamo questa insolita e meravigliosa parentela fra di noi, laici, resi fratelli nel sacerdozio comune del Battesimo, fra noi e i preti delle nostre comunità, segno visibile del Maestro che cammina in mezzo a noi, fra noi e i vescovi, in particolare il vescovo di Roma, il Papa, fondamento di una fede da coltivare, custodire e testimoniare anche e soprattutto a chi fa fatica a credere e a chi si sente solo e dimenticato. Ecco perché la sequenza della solennità odierna ci ha fatto cantare quel Panis angelorum diventato Cibus viatorum: per ricordarci che, nel Pane degli angeli fattosi Cibo dei pellegrini quaggiù, «noi siamo, benché molti, un solo corpo».
Riflettendo sulla pericope evangelica che la liturgia ci offre per l’odierna solennità, ritornavano alla mia mente le immagini della celebrazione dello scorso giovedì, durante la quale la Chiesa di Novara si è radunata attorno al suo vescovo per la Messa e la processione con il santissimo Sacramento per le vie del centro storico. Al termine di questa, nella basilica di san Gaudenzio, si è compiuto il tradizionale rito della rosatio: una cascata di petali di rosa è piovuta dalla cupola sull’altare dove l’Eucaristia era esposta per la solenne adorazione. Al di là del trasporto e dell’emozione che questo rito contiene, mentre fissavo quasi estasiato il prezioso ostensorio che conteneva, pur celato nell’umile segno del pane, il Signore della storia e dei cuori, e sul quale si riversavano migliaia di petali colorati, avvolto dall’intenso profumo di questi, pregavo perché tutto non si esaurisse in quel momento, pur bello ed emozionante che fosse.
Anche fare sport estremi come il parapendio provoca emozioni uniche, ed è altrettanto vero che l’adrenalina che si ha in corpo durante un esame, magari pure coronato da un’ottima votazione, dà a quel momento un peso ed un valore unici ed indimenticabili. Ma altro è l’Eucaristia: un mistero che si sottrae agli occhi e alle menti, eppure nascosto in un normalissimo pugnetto di acqua e farina; una verità tanto sconvolgente da cambiare la vita, eppure resa manifesta ogni secondo, se pensiamo che, in questo momento, da qualche parte nel mondo, qualcuno starà sicuramente celebrando oppure adorando l’Eucaristia. Certamente ascoltare Gesù che a me, a te, ai suoi apostoli, a quanti lo deridono, a quanti lo cercano perché aspettano un miracolo, a quanti lo vogliono uccidere, dice: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno», può provocare molteplici reazioni. La più comune è certamente quella di chi ha avuto il coraggio di dire: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
In questa domenica del Corpus Domini siamo chiamati ad accorgerci di questo mistero che contiene in sé la forza di cambiare la nostra vita. Il cristiano che si mette in fila per ricevere la Comunione – consentitemi la riflessione! – più che cantare uno dei non pochi inni stucchevoli e dolciastri proposti dalla devozione, forse interpreta meglio le parole di una canzone di Vasco: «Voglio trovare un senso a questa vita… Anche se questa vita un senso non ce l’ha». Tornato al proprio posto, ricevuto il Corpo del suo Signore, la vita stessa di Gesù, il segno più grande del suo amore e della sua amicizia nei confronti di ognuno di noi, forse quell’uomo stanco un senso alla vita l’ha trovato. Un senso che gli dà addirittura la forza di ringraziare un Dio così vicino da celarsi nel segno del pane e del vino. Un Dio che si è fatto bambino, giovane, uomo e, senza risparmiare nemmeno un angolo del proprio corpo o una goccia del suo sangue, si fa Pane «per la vita del mondo».
E la bellezza di questo parlare così duro, tanto da suscitare l’abbandono di molti quel giorno lontano, a Cafarnao, promana una luce incredibile in quanti accettano di credere in questo mistero che si dona a ciascuno di noi, come fecero gli apostoli, non perché capirono più degli altri, ma perché furono travolti da quell’Amore che ama senza misura, che ama da offrirsi continuamente, che ama così tanto da far esclamare a Gesù: «Chi mangia me vivrà per me».
Orrore: il medico che è in me atterrisce davanti a quest’affermazione che stravolge la biochimica degli alimenti! Ogni cosa che introduciamo nel nostro organismo, dal panino al prosciutto al gelato alla fragola, si sminuzza in particelle piccolissime che l’organismo utilizza per rinnovarsi e per costruire tutto ciò di cui ha bisogno, dalle cellule della nostra pelle ai globuli rossi che nuotano nelle nostre arterie. L’Eucaristia, invece, «vero cibo», fa tutto il contrario: non siamo noi ad assimilare quel Pane, ma è lo stesso Cristo Gesù ad assimilarci a Lui, a renderci vivi in Lui, a vivere di Lui, per Lui, come Lui.
Almeno una volta all’anno, la Chiesa ci fa mettere in marcia dietro a quel pezzetto di Pane, attraverso la processione che, nei secoli, rivela la pietà e il rendimento di grazie di tutti coloro che hanno ritrovato la forza di camminare perché contagiati dalla forza del Maestro. Vorrei dunque proporre le parole che Paolo VI pose a conclusione della celebrazione del Corpus Domini a Ostia Lido, nel 1968. Preghiamo Maria, nel cui grembo il Signore ha preso corpo e sangue come ogni uomo che vive sulla terra, di fare nostra questa meditazione, per avere ogni giorno il coraggio di «diventare un ostensorio dell’amore di Dio», come ci ha lasciato scritto don Primo Mazzolari.
«Che cosa vuol dire il rito insolito e solenne che stiamo compiendo? Noi togliamo dal segreto silenzio dei nostri Tabernacoli la santissima Eucaristia; e la portiamo fuori, in faccia alla società laica e profana, in mezzo alle piazze, alle vie, alle case, dove si svolge la vita terrena, affannata nelle sue faccende temporali, arrestiamo per un momento il ritmo febbrile della circolazione civile, e professiamo con un certo sforzo e con un certo sfarzo di pubblicità questa straordinaria e quasi impensabile verità: Egli è qui! Gesù è fra noi! Cristo è presente! E proclamiamo con enfasi e con gaudio questa misteriosa realtà, per portare fino all’entusiasmo e all’ebbrezza il nostro atto di fede, con gesti e con canti che sembrano non solo diffondersi dall’interno all’esterno delle nostre chiese, ma traboccare piuttosto dai nostri animi, invasi da una incontenibile pienezza interiore, che vuole, sì, una volta, annunciarsi al mondo. È però necessario che il nostro culto eucaristico, pieno di inni festanti ed espresso in forma quanto mai comunitaria e pubblica, non si concluda con la fine di questa cerimonia, ma perseveri, e da esterno ritorni interno, da sociale diventi personale, da esuberante ed attivo si faccia più intensamente adorante, quasi estatico, tutto assorbito dal senso profondo del mistero eucaristico».
Amen.
Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre,
ravviva in noi il desiderio di te,
fonte inesauribile di ogni bene:
fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo,
compiamo il viaggio della nostra vita,
fino ad entrare nella gioia dei santi,
tuoi convitati alla mensa del Regno.
prima lettura
Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano.Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà».Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».
seconda lettura
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.
Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, disse Gesù a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
Dio ha tanto amato
Riprendiamo il ciclo delle domeniche del tempo ordinario, dopo aver spento una settimana fa il cero pasquale che ci ha accompagnati per cinquanta giorni con la presenza gioiosa del Signore risorto. Prima, però, la Chiesa pone sul nostro cammino due grandi solennità. La prima è la festa odierna, quella della Santissima Trinità, quasi un compendio della storia della salvezza rivissuta nella Pasqua: rappresenta la professione di fede al Padre da parte della Chiesa, radunata dal Figlio nello Spirito Santo. È apertura del nostro cuore nei confronti di un mistero: non dimostrabile come il teorema di Pitagora, non accessibile alla ragione come il bilancio di una multinazionale, bensì visibile solo agli occhi della fede, l’unica che riesce a credere all’invisibile e a sperare contro ogni speranza.
L’odierna prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, svela l’incontro unico e personalissimo tra Mosè e Dio. Ne ignoro la motivazione precisa, ma scorrendo le righe di questo brano così intenso, mi è venuta alla mente una tra le più belle canzoni di Gianna Nannini, Sei nell’anima, e vorrei che siano proprio le parole a tratti sussurrate e a tratti gridate di questa grande cantautrice, che mette in musica una storia d’amore, a guidare e completare questa riflessione che parla anch’essa di una relazione appassionata, quella tra il Creatore e l’umanità, quella tra me e il Signore, tra te e il Signore.
«Sei nell’anima, e lì ti lascio per sempre, sospeso, immobile, fermo immagine, un segno che non passa mai». Che ci piaccia o no, che ci crediamo o no, c’è in tutti noi qualcosa che rende la vita biologica, fatta di un cuore che pulsa ritmicamente, un centro nervoso che controlla il respiro e un’infinità di altre trattazioni da manuale di fisiologia, diversissima dalla vita anagrafica, fatta di pensieri, parole, sentimenti, relazioni. Potremmo, timidamente, chiamare questa differenza con la parola anima? Credo di sì. E, sempre in punta di piedi, con il rispetto che si deve alle cose più grandi e più fragili, come le ali di una farfalla spesso irrimediabilmente rovinate soltanto dopo il tocco più leggero, c’è nell’anima qualcosa di misterioso e meraviglioso, «un segno che non passa mai» e che ci rinvia continuamente a qualcosa di più bello, di più vero, di grandioso, di eterno. Un qualcosa, o forse un Qualcuno. Sì: Dio, che l’uomo delle caverne intravedeva nelle manifestazioni misteriose del creato, nel fulmine, nell’oceano, nel sole e nella luna, Colui che è al tempo stesso tremendus et fascinans, lascia che l’uomo lo conosca. Di più: vuole, desidera ardentemente che l’uomo lo conosca.
E, in questa meravigliosa storia d’amore, la più bella tra quelle mai narrate o vissute, riusciamo a scorgere i particolari di questo grandioso rendez-vous, che l’autore dell’Esodo non fa mistero di raccontare: «Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai». C’è l’ora dell’appuntamento, c’è il luogo dell’appuntamento: un incontro al quale il Signore vuole che nessuno di noi manchi, un incontro che, in questo o quel momento, in questa o quella opportunità, Dio vive con ciascuno di noi.
«Il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore»: Dio scende, tocca i nostri orizzonti, si avvicina e si china su di noi come Padre premuroso, e si ferma, cioè si intrattiene con me, vuole la mia compagnia. «Sei nell’anima, e lì ti lascio per sempre, sei in ogni parte di me, ti sento scendere, fra respiro e battito». Quando Gesù svela ai discepoli che «nell’ora che non pensate viene il Figlio dell’uomo», vuole rimandare anche alla dimensione intima e personalissima dell’incontro con il Signore, che può avvenire nella partita di calcetto all’oratorio, nella visita fugace alla chiesa proprio accanto all’ufficio, nell’ascolto dello sfogo del collega di lavoro. Un Dio che rivela il proprio nome a Mosè, presentandosi come «il Signore» con l’articolo determinativo, perché unico, esclusivo, ineguagliabile, ma che è anche e soprattutto «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà». Leggendo il biglietto da visita del Signore ci aspetteremmo aggettivi e qualifiche che ne esaltino la giustizia, l’efficienza, la potenza. E invece Dio si preoccupa di lasciar trasparire dal suo ritratto i colori della misericordia e dell’amore.
Il saggio padre David Maria Turoldo, scriveva: «Neanche Dio può stare solo». Soltanto quando avremo compreso questa verità, potremo veramente dire di credere in Dio Trinità, in quel Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Un mistero, all’apparenza, lontano dalle nostre vite e dal nostro modo di pensare: come può Dio essere uno solo e, al tempo stesso, tre persone? Inutile la speculazione filosofica, inutile il simposio teologico: la fede dei semplici, di quei piccoli chiamati da Gesù «benedetti dal Padre mio», capirà molto meglio un Dio Trinità proprio perché è Lui stesso amore, comunione, abbraccio. Non c’è niente di più bello che amare. Non c’è niente che procuri tanta sofferenza che amare. Nostra forza e consolazione sia sapere che il Dio in cui crediamo è un Dio Trinità d’Amore. Allora tutto, la vita e la morte, l’amore ricambiato e l’amore non corrisposto, la pace e l’inquietudine, la serenità e la sofferenza, troveranno il proprio compimento in quell’Amore in cui osiamo credere e sperare, in quell’Amore che scende «fra respiro e battito».
«Sei nell’anima, in questo spazio indifeso, inizia tutto con te, non ci serve un perché, siamo carne e fiato»: sì, o Signore, che abiti lo spazio indifeso della nostra anima, troppe volte violentata da noi stessi o da chi cosifica anche i valori e i sentimenti più belli, anche noi, come il tuo servo Mosè, ti chiediamo di camminare in mezzo al tuo popolo, in mezzo a noi. Tu, che hai preso «carne e fiato» di uomo e sei nato dove mangiano gli animali, «perdona la nostra colpa e il nostro peccato» contro quell’anima che giorno e notte anela a Te, e donaci di godere fin d’ora l’eredità della tua amicizia.
Raramente le letture ci propongono la conclusione di un libro della Scrittura; quest’oggi, invece, ci è offerta la conclusione della seconda lettera che l’apostolo Paolo scrisse alla Chiesa di Corinto, una comunità che gli aveva regalato tante gioie e tante sofferenze, tante angosce e tante soddisfazioni. È incredibile come tre soli versetti possono offrire tante considerazioni, tanto che mi piacerebbe portare dietro di noi questa brevissima lettura per l’intera settimana e tornare ogni tanto a considerarla, per i sette giorni che ci stanno davanti e, magari, per i sette giorni che verranno dopo e per quelli che verranno dopo ancora. Già: perché questi, più che dei saluti, costituiscono un vero e proprio programma di vita. Non un programma all’insegna del “meno tasse per tutti” o del “si può fare” che stempera la realtà nelle nebbie della politica promettendo il tutto e il niente, realizzando il poco o il nulla, ma costituito dalla visione di quello che è un’ideale di vita, piuttosto che una vita ideale.
Paolo ha davanti agli occhi i fratelli e le sorelle di quella Chiesa, così simili a noi, che viviamo in un mondo, per certi versi, simile alla Corinto di allora, città cosmopolita e commerciale, rappresentante di una filosofia global che assomiglia tanto a quella del ventunesimo secolo. E, nemmeno troppo in fondo, i corinzi di ieri sono gli italiani, i francesi, gli americani di oggi. Non gente strana anzi, paradossalmente l’aspetto grave è proprio questo: lasciarsi abbruttire dalla mediocrità ed appiattire dall’indifferenza, perché è in un terreno grigio di apatia e disinteresse che possono germogliare i sentimenti più abietti e meschini.
Proprio per questo Paolo non raccomanda ai suoi amici, a noi, una lista della spesa di avvertimenti e prescrizioni, di limitazioni e di precetti: i consigli dell’apostolo sono di una normalità e di una semplicità uniche ed insolite al nostro tempo che vive di un nulla altero e complicato, travestito nelle forme più complesse, avvolto da mille e mille stupidaggini, ma che è sempre nulla di nulla. Allora non è scontato dire e sentirsi dire «siate gioiosi, fatevi coraggio a vicenda, vivete in pace»: norme di buon vicinato, di quieto vivere, forse. No, c’è di più: sono le istantanee di un quotidiano colorato dalla voglia di vivere, dalla gioia di esserci e di regalarsi e regalare non una di quelle bestie di “fuoristrada da città” – siamo nell’epoca delle contraddizioni, no? – che fanno pure il caffè, non un viaggio coast-to-coast negli Stati Uniti, non un attico nella capitale, ma la bellezza semplice e stupenda di un sorriso, di un abbraccio, di un bacio, di una lacrima.
Mi vengono in mente canzoni su canzoni, forse perché la Trinità è come l’armonia di un accordo percepito come singolo ma costituito da tre note ben distinte. Tra le tante ce n’è una di Claudio Chieffo, imparata come animatore in un campo-scuola in montagna, nella bella Aprica, che descrive ognuno di noi, perché parla di «un uomo cattivo, ma cattivo cattivo cattivo». “Non ho ammazzato nessuno, non ho rubato neppure un centesimo, né tradito la fidanzata”, potrei dire. Ma la cattiveria non ha solo i volti dell’odio, della violenza e della furia che distrugge; si è cattivi quando si pensa solo a se stessi, quando si vede e si fa finta di non vedere, quando non si fa tutto ciò che si potrebbe fare, quando si butta via il tempo. E noi, perennemente stanchi e insoddisfatti, assomigliamo tanto a quell’uomo cattivo: «quando si alzava la mattina, tutto gli dava fastidio, a cominciare dalla luce, perfino il latte col caffè». Potremmo immaginare, a mo’ di giustificazione, un’infanzia difficile, un’adolescenza da incompreso, tutti i guai di questo mondo: in fondo, mica tutti hanno la fortuna di incontrare san Paolo che ti spiega come vivere, no?!
«“Chi se ne frega della vita, chi se ne frega dell’amore”: lui ripeteva queste cose, ma gli faceva male il cuore. Ed il Signore dal cielo tanti regali gli mandava; lui li guardava appena, anzi alle volte poi si lamentava»: ci ricorda qualcuno, vero? Qualcuno che parla con Dio per chiedere e di Dio per criticare, che accende la candela alla Madonna perché l’esame vada bene, ma non vuole lasciare spazio alla luce della carità nei rapporti con se stesso e con gli altri, che afferma di rimettere i debiti ai debitori e poi centellina col contagocce il tempo per gli altri, la pazienza, la misericordia (che non vuol dire avere l’aureola o interpretare sempre il ruolo del fesso, ma più semplicemente lasciar correre lo sgarbo o la parola cattiva detta dietro le spalle).
Come continua la storia? «Poi un giorno vide un bambino che gli sorrideva, vide il colore dell’uva e la sua nonna che pregava». Parlando di Trinità è inevitabile parlare di mistero; un mistero è tale proprio perché inaccessibile alla nostra conoscenza, incomprensibile alla nostra ragione: non esistono parole che lo descrivano in maniera sufficientemente chiara, che ne svelino le profondità estreme. Il Dio Trinità si compiace di abitare con noi ponendo nel nostro mondo i segni della sua infinita bellezza. Per questo l’insegnamento della Chiesa afferma che «l’uomo è capace di Dio»: proprio perché esiste una vocazione primordiale, una chiamata che nessuno di noi può rifiutarsi di ascoltare verso Dio, verso il suo mistero d’Amore. Chi di noi non rimane affascinato davanti al silenzio del deserto, al calore abbacinante del tramonto, alla potenza di un temporale, alla perfezione di una foglia osservata alla luce del sole? È il creato che canta la sua preghiera incessante al Creatore. A noi il compito felice e grave di riconoscere questi segni dell’esistenza e dell’amore di Dio: gli occhi della fede si possono spalancare improvvisamente anche davanti alla danza di un’ape, al profumo delle erbe aromatiche del mio giardino, alla vastità del cielo stellato di una serata d’estate.
La bellezza cede il passo allo stupore, e lo stupore chiama accanto a sé il confronto: l’uomo della canzone «vide che era cattivo, e tutto sporco di nero: mise una mano sul cuore e pianse quasi tutto un giorno intero. E Dio lo vide e sorrise: gli tolse quel suo dolore, poi gli donò ancor più vita, poi gli donò ancor più amore». Così capiamo il senso del saluto di Paolo: vivere di gioia, di solidarietà, di pace, realizza noi stessi e dà senso al nostro esistere. Ma non solo: ci porta dritti dritti a quel Dio che si fa Trinità per amarci ancora di più.
La pericope evangelica è anch’essa costituita da tre soli versetti ma, come in ogni brano del quarto vangelo, sono belle, profonde e sconvolgenti anche le virgole.
Abbiamo già rilevato si somigliare a quell’«uomo cattivo» e, probabilmente, assomigliamo anche a Nicodemo, un importante membro del sinedrio che, conosciuto Gesù, avverte nell’intimo che qualcosa, da quel momento in poi, è cambiato. Ma la paura della novità, di quello che non si conosce, del giudizio degli altri, ha la meglio, e la sua adesione a Cristo rimane in sordina, tanto che si reca dal Maestro la notte. Molte volte ho immaginato queste notti di dialogo tra Nicodemo e Gesù, tra l’uomo meschinamente, testardamente, terribilmente uomo e l’Uomo mirabilmente, sconvolgentemente, terribilmente Dio: botta e risposta incalzanti eppure interrotti da lunghi silenzi dove non si spezzava il colloquio del cuore, sinfonie di “ma, forse, però” che segnano quel combattimento amoroso tra la creatura e il suo Creatore iniziato tanti secoli prima, magari concluse dalla recita di uno dei Salmi che ogni pio israelita conosceva e portava nella mente, nel cuore e sulla labbra, quelle preghiere fondate sulla sicurezza che «se dovessi camminare per una valle oscura, non temerei alcun male, perché Tu sei con me».
La rivelazione è sconcertante, squarcia il buio della notte rendendola più luminosa del giorno: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque creda in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Dio ha amato; di più: ha amato tanto. Ha amato di quell’amore folle e pazzo della parabola dei vignaioli omicidi, affittuari meschini che occupano il terreno del Padrone senza dargli niente in cambio. Il divino Proprietario manda alcuni servi a riscuotere che vengono, però, picchiati ed uccisi dai contadini. Lascio parlare il cardinale Biffi perché più bravo di me a considerare in modo sintetico e brillante alcuni particolari: «E fin qui, secondo me, è un racconto un po’ esagerato: come si fa a pensare di uccidere così la gente e cavarsela senza problemi? Ma a questo punto la parabola diventa addirittura una cosa da matti. Il padrone dice: “Ah, ho un figlio unico, manderò lui, perché avranno timore di mio figlio”. Ma chi è quel padre che sapendo di avere in casa dei briganti arrischia il suo unico figlio? E infatti i vignaioli decidono di uccidere anche lui, in modo da ereditare la proprietà del padrone (chissà in quale codice sta scritto che l’eredità passa agli assassini dell’unico erede!). Eppure si è verificata alla lettera: infatti, Gesù verrà ucciso fuori della vigna, fuori delle mura di Gerusalemme. Ed è stato il Padre a mandarlo».
Dio ci ama: quanto ci metteremo a capirlo? Quando ce ne convinceremo fino in fondo? Quando intuiremo che il Signore non ama fino a togliere le difficoltà e le sofferenze sul nostro cammino, ma ama tanto da condividerle, subirle sulla sua pelle, affrontarle accanto a noi e vincerle? Il senso di tutto sta proprio qui: sapere che Dio ci ama, ci ama tanto. E non è finita: questo implica di prendere, una volta per tutte, la decisione più grande della nostra vita: amare Lui, amare con Lui, amare come ama Lui.
Non è facile parlare di amore – parlare della Trinità, cioè dell’Amore – senza scendere nella zuccherosa banalità delle frasi da cioccolatino. Senza improvvisarmi ordinario di filosofia, ricordo che i greci dividevano l’amore in tre tipi: quello per ciò che si desidera afferrare e consumare immediatamente, un amore passionale fino alla violenza, l’eros; quello dello sposo per la sposa, quello dell’amico per l’amico che, nella forma più pura, arriva fino all’offerta di sé, l’agape o philia, al quale si riferiscono i Vangeli e gli altri scritti del Nuovo Testamento; ma c’è un altro amore, pothos, proprio il nome di quella pianta che non riesce ad attecchire da nessuna parte e che orna le mensole del mio salotto, una sensazione di incompletezza e di solitudine, di voglia di conoscere e di raggiungere una metà che abbiamo perduta ancor prima di trovare, qualcosa che ci fa desiderare fino allo struggimento una perfezione che ci faccia sentire completi e perfetti pure noi stessi.
Chi crede sa che il Signore è l’Amico più grande che si possa trovare. I santi riescono addirittura ad amarlo, Dio. Ma l’amore che non si consola e non si arrende, pothos, sarà appagato solo nella beatitudine eterna, quando vedremo il Signore «faccia a faccia». Ci basti questa fede, semplice, piccola, povera, ma capace di dare corpo alla speranza e che ci chiama ad amare.
A Maria, docile alla parola del Padre, sede della Sapienza che è Cristo Gesù, ricolma dello Spirito di Pentecoste, affidiamo le nostre preghiere: chiediamole una fede granitica, sconfinata, perché la nostra vita sia un inno a lode e gloria della beata Trinità.
Amen.
Padre, fedele e misericordioso,
che ci hai rivelato il mistero della tua vita
donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore,
sostieni la nostra fede
e ispiraci sentimenti di pace e di speranza,
perché riuniti nella comunione della tua Chiesa
benediciamo il tuo nome glorioso e santo.prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli
Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.
Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».
seconda lettura
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, nessuno può dire «Gesù è Signore!» se non sotto l’azione dello Spirito Santo.
Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune.
Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito.
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Colmati di Spirito Santo
«Senza lo Spirito Santo Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità una dominazione, la missione una propaganda, il culto un’evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma nello Spirito Santo: il cosmo si solleva e geme nelle doglie del Regno, il Cristo risuscitato è presente, il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa significa comunione trinitaria, l’autorità è servizio liberatore, la missione è Pentecoste, la liturgia è memoriale e anticipazione, l’agire umano è deificato». Con le parole del metropolita Ignatios di Latakia, rivolte ai membri del Consiglio Ecumenico delle Chiese, a Uppsala, nel 1968, vorrei aprire questa riflessione sul grande mistero della festa odierna: il dono dello Spirito Santo, che assicura la presenza del Signore risorto nella Chiesa, oggi come duemila anni fa.
Ascoltiamo pieni di stupore riconoscente la narrazione che il libro degli Atti riporta, dipingendo ad ampie e vivide pennellate proprio quel giorno lontano in cui si avverò la consolante promessa del Maestro: la venuta di quello Spirito che fa da “rianimatore” degli apostoli, non più increduli e timorosi come il sabato santo, ma ancora bisognosi di coraggio, fortezza e decisione per percorrere a passi più spediti le strade del mondo, verso le quali Cristo li aveva mandati per portare a tutti la buona notizia del Vangelo.
Nel suo vangelo il medico Luca dà una descrizione dettagliatissima e allo stesso tempo stringata della prima comunità cristiana, costituita da Maria e dai discepoli, dopo la dipartita definitiva di Gesù da questo mondo, che abbiamo celebrata una settimana fa nella solennità dell’Ascensione: «Stavano sempre nel tempio lodando Dio».
È un’indicazione, questa, non tanto o non solamente di una presenza fisica, quanto piuttosto di una comunione autentica e di un ascolto disponibile e sincero nei confronti di Chi ci ama e vuole il nostro bene. Questo desiderio di “compagnia del Signore” deve essere l’elemento costitutivo di quella che noi chiamiamo preghiera e che, raramente, ci immaginiamo così; abbiamo una visione distorta della preghiera cristiana, che ce la fa ritenere simile alla recita di una lista della spesa imparata a memoria per compiacere un divino burattinaio che, felice di sentirsi sempre ed ovunque acclamato, elargisce qua e là grazie e favori. «Stare sempre nel tempio» è cosa ben diversa: un «sempre» che non significa sacrificare tempo, lavoro, affetti e svaghi al culto o al servizio nella propria parrocchia, errore in cui cadono molti “attivisti” che, inspiegabilmente, se cercati a casa, con i loro cari, non vengono mai trovati, ma è sufficiente spalancare la porta dell’ufficio parrocchiale o dell’oratorio e sono sempre lì, in mille faccende affaccendati. «Stare sempre nel tempio» vuol dire rendere senza interruzione od eccezione ogni luogo che abitiamo un tempio per il Signore. Con un sorriso aperto e sincero, un abbraccio caloroso, un fazzoletto pronto ad asciugare le poche o tante lacrime che rigano i volti di chi incontriamo, sapremo essere veramente oranti, veramente abitanti e cittadini a tutti gli effetti di quel tempio che non ha mura né confini e che è il Regno annunciato dal Maestro. Già: perché la preghiera è, appunto, dialogo, e mai monologo; prevede sempre una controparte, siano essi gli altri o l’Altro. Così preghiera significa certamente parlare, sussurrare, fare, agire; ma anche saper restare in silenzio, ascoltare, fermarsi, rimanere quieti: perché anche gli altri, anche l’Altro, possano parlare, sussurrare, fare, agire.
Lo Spirito della Pentecoste viene a bruciare le scorie della nostra visione distorta della preghiera e ci rende capaci di credere che essa non deve esprimersi solo nei quarantacinque minuti della Messa domenicale: beati noi se saremo capaci ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, di vivere nell’Amore di Cristo, quell’Amore che è lo Spirito effuso oggi nei nostri cuori.
A questo proposito, mi piace ricordare nella solennità odierna le parole di un grande uomo e grande papa che fu sempre animato da una fede ardente e da un agire coerente e libero, spesso dimenticato ma che, sono certo, ha ancora tanto da dire ai cristiani del terzo millennio: Paolo VI. Vorrei citare un breve passo della sua omelia per la Pentecoste del 1975: «Noi ora, annunciando il mistero di Pentecoste, sostiamo sulle sue soglie: come, come possiamo a noi procurarlo? La preparazione non è superflua anche se il grande Dono dello Spirito è gratuito, e può in noi trasfondersi con l’impeto del suo vento e con l’improvvisa accensione del suo fuoco, come accadde in quel giorno unico e storico della nostra prima Pentecoste. Anch’esso del resto, quel giorno prodigioso, ebbe la sua preparazione. Preparazione del silenzio interiore, in cui la coscienza ha maturato la sua conversione, la sua purificazione. Noi moderni siamo troppo estroflessi, viviamo fuori di casa nostra, e forse, come ebbe a dire un noto filosofo, uscendo di casa noi abbiamo perduto la chiave per rientrarvi. L’incontro con lo Spirito Santo e santificante, se pur sparge le sue tracce dappertutto nella scena delle cose esteriori (“niente è senza voce” per chi sa ascoltare), avviene nel segreto del cuore, dov’è custodita la parola del Signore, là dove l’uomo è se stesso, nella solitudine della sua personalità».
Sì, stiamone certi: lo Spirito soffia ancora su di noi, forse non nel turbinio dell’uragano ma sicuramente nel mormorio di una brezza leggera. Un soffio che, per quanto delicato, spirando nei nostri cuori riesce a sconvolgere i pensieri, le angosce, le aspettative e i pregiudizi, per infondervi la pace che da Lui solo può venire. Dipende unicamente da noi lasciarci sfiorare da questo fresco e dolce respiro, aumentando nel nostro quotidiano i momenti di silenzio e di ascolto perché, soltanto facendo tacere il brusio del mondo circostante, posso mettere tutto me stesso, l’essere e l’agire, nelle mani dello Spirito del Signore, lo Spirito che ci fa esultare in Lui, come Maria, perché possiamo anche noi dire con lei: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».
Riferendomi alla figura di Paolo VI, constato come per il mondo e i libri di storia sia facile dimenticarsi di grandi personaggi senza i quali, forse, tutto sarebbe molto diverso. Anche i battezzati, però, devono spesso fare ammenda e chiedere scusa al grande Dimenticato, lo Spirito Santo, nominato solo nel segno della croce e ricevendo l’assoluzione o una benedizione. Eppure Paolo lo ricorda bene, senza mezzi termini, ai cristiani di Corinto e ai cristiani di ogni tempo e di ogni luogo: «Nessuno può dire: “Gesù è Signore!”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo».
Non lo vediamo: ma c’è. Non abbiamo la fortuna del papa san Gregorio Magno, vissuto a cavallo tra il IV e il V secolo, che la tradizione raffigura con la colomba dello Spirito Santo all’orecchio destro: ma lo Spirito divino non manca di consigliare, confortare, ispirare anche il nostro pensiero e il nostro agire. D’altra parte, io non sono mai stato a New York e, quindi, non ho mai potuto vedere la famosa statua della libertà: ma so che c’è, che esiste. Così è per lo Spirito Santo, “dito della mano destra di Dio” che ne rende manifesto il volere e ci colma della pienezza del suo dono, per essere capaci, anche noi, di portare Dio nella nostra vita, di portare Dio sulle strade che percorriamo, di portare Dio a chi ha più bisogno della sua presenza di Padre e di Amico, a chi ancora non lo conosce o non vuole conoscerlo.
Lo dice Gesù a Nicodemo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». Il vento, infatti, non si può vedere – ai miei ragazzi del catechismo dico: non si può disegnare – ma, non per questo, non possiamo sentire il suo spirare o vederne gli effetti: le cime degli alberi che ondeggiano, le nuvole che migrano nel cielo, le tegole cadere se esso diventa bufera. Lo Spirito Santo è come l’amore, è l’Amore: non possiamo disegnare l’amore, ma quando vediamo i fidanzati mano nella mano o una mamma che stringe al petto il suo bambino, vediamo l’amore. E, come il vento, che «soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va», così lo Spirito agisce secondo una varietà estrema di opzioni. La storia della salvezza, narrata dalla Scrittura, ce lo conferma: il ricco possidente Abramo che, da Ur dei caldei, è chiamato a lasciare tutto per seguire la promessa di essere padre nella fede di un popolo nuovo; Mosè, salvato dalle acque e cresciuto alla corte del faraone che, pur potendo vivere comodamente tra le mura di palazzo, si fa guida di un popolo dalla testa dura per condurlo nella terra promessa; Davide, pastore e suonatore di cetra umile e mingherlino, che diviene re d’Israele e al quale è garantito che, dalla sua discendenza, «nascerà nel tempo colui che è l’Eterno». E poi c’è Maria, adolescente normalissima della più modesta normalità che, docile alla voce dello Spirito, accetta la missione di Madre del Signore e della moltitudine dei fratelli. E poi c’è la storia dei santi, dei giganti della fede, di quelli venerati dalla Chiesa e di quelli che nessuno conosce ma che già vedono il volto di Dio faccia a faccia. E poi ci sei tu, ci sono io, ci siamo noi, noi Chiesa del Risorto, dotati di «diversi carismi, diversi ministeri, diverse attività», ma tutti uniti, coordinati, ispirati, dall’unico Spirito Santo che, avendo a disposizione un dito insensibile, un braccio immobile, una gamba flaccida, un occhio cieco, riesce a creare un corpo bello, sano, forte, efficiente, il corpo mistico di Cristo, la santa Chiesa del Signore.
Ancora Paolo VI proclamava nella solennità di Pentecoste del 1970: «La Pentecoste tutti ci prende, e tutti ci fa pensosi e commossi, mentre splende nelle nostre anime qualche bagliore d’una chiarezza nuova, la “luce dei cuori”, piena di amore e di verità. È la festa dello Spirito Santo, è la festa della Chiesa nascente e imperitura, è la festa delle anime accese dalla interiore divina presenza. È la festa della sapienza, la festa della carità, della consolazione, del gaudio, della speranza, della santità. È la inaugurazione della civiltà cristiana, la Pentecoste».
Queste belle parole non sono solo un foglietto negli sterminati volumi del magistero dei sommi pontefici; non solo sbiadito ricordo di una domenica di maggio in cui, nelle ore vespertine che si tingono della luce del tramonto – e, a Roma, anche il tramonto ha un certo valore aggiunto rispetto al resto dell’orbe! – il Papa di allora ricordava l’anniversario dell’ordinazione sacerdotale e, al tempo stesso, elevava ben 278 diaconi provenienti da ogni parte del mondo al presbiterato. Siano anche il nostro biglietto augurale a quella Chiesa che, proprio oggi, come del resto tutti gli anni nel giorno di Pentecoste, sono solito dire “festeggia il suo compleanno”. Senza lo Spirito Santo non ci sarebbe la Chiesa; senza la Chiesa i credenti non costituirebbero quella grande famiglia che è la famiglia dei figli di Dio. Amiamo questa Chiesa, che Gesù ha amata per primo e ha affidata alle nostre fragili mani: santa per vocazione, peccatrice perché formata da poveri peccatori, dal semplice fedele laico ai più alti ordini gerarchici. Amiamola perché solo in essa anche noi diveniamo tempio dello Spirito di Dio. Amiamola perché, guidati da quello Spirito che ci rende figli adottivi, possiamo contribuire a renderla sempre più bella e più santa. Amiamola perché, solo con lei e in lei, possiamo gridare insieme allo Spirito: «Vieni, Signore Gesù!». Sono tra le ultime parole dell’Apocalisse. Saranno le ultime parole della storia quando noi, insieme alla Chiesa, saremo definitivamente salvati e vivremo di quella Pasqua della quale, nello Spirito Santo, abbiamo già ricevuto la caparra nei nostri cuori.
La pericope evangelica ci riporta ancora nel cenacolo, ma non cinquanta giorni dopo la Pasqua, bensì «la sera di quel giorno, il primo della settimana», quando gli apostoli, udita la testimonianza di Pietro e di Giovanni che videro il sepolcro vuoto, e di Maria Maddalena, alla quale apparì il Maestro vivo, erano ancora turbati e non credevano alla risurrezione del Signore Gesù. «Per timore dei Giudei», ci riferisce il discepolo prediletto, si erano rinchiusi tra le mura amiche del luogo che vide la celebrazione della prima Messa, presieduta dal Pastore bello; e, quante volte, anche noi, preferiamo rifugiarci tra le quattro mura del nostro intimo – non della nostra coscienza, perché essa troverebbe sempre qualcosa da ridire – per paura. Paura di soffrire, paura di sbagliare, paura di essere giudicati, paura di amare perché, inevitabilmente, chi ama soffre. Così la paura ci paralizza, ci fa tracciare per bene i confini delle nostre acque territoriali e ci consente di vivere, in santa pace, soli con noi stessi. E con la nostra paura! E questa vogliamo chiamarla vita?
Anche a noi, timorosi, incostanti, incoerenti, incapaci di un discepolato vero ed autentico, appare il Risorto e soffia su di noi l’alito della sua vita, il suo respiro divino, lo Spirito dell’Amore. Perché è così importante la presenza dello Spirito Santo nella mia vita, nella nostra vita, nella vita della Chiesa? È venuto Gesù Cristo, ha predicato il comandamento dell’amore: in Lui abbiamo riconosciuto veramente Dio come nostro Padre che è nei cieli. Chi è dunque questo Spirito Santo che è a noi comunicato dal Padre e dal Figlio, e a cosa serve?
Ci aiutano le parole della sequenza ascoltata dopo le letture: «Sine tuo numine, nihil est in hominum, nihil est innoxium» – «Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla è senza colpa». Lo Spirito di Dio è il vento che spazza via le nubi scure che si affacciano minacciose all’orizzonte della vita di ogni giorno, quando ciascuno di noi sente la presenza prepotente dello spirito del male, attraverso la malattia, la paura, l’ingiustizia, il dubbio, il dolore, la morte. Lo Spirito di Dio è il fuoco capace di fare un rogo solo di tutto ciò che ci appesantisce durante il cammino: superficialità, egocentrismo, superbia, rancore, indifferenza. Se, da parte nostra, metteremo l’olio delle nostre energie, del nostro tempo, della nostra volontà, delle nostre capacità, lo Spirito Santo sarà “l’accendino” capace di dare vita a una lampada che arderà per tutta la vita, una lampada diversa per ognuno di noi, a seconda dei carismi, dei doni che lo Spirito vorrà concederci: ci saranno la lampada dell’amicizia, la lampada del servizio al prossimo, la lampada della ricerca attraverso lo studio, la lampada della gioia, la lampada della pace, la lampada dell’ospitalità, e mille altre lampade. E così ripeteremo il miracolo proclamato la notte di Pasqua nel canto dell’Exsultet: pur divisa in tante fiammelle continueranno i prodigi della colonna di fuoco che guidava il popolo di Israele nel deserto, perché anche noi diventiamo presenza amica e guida sicura sulle strade della vita, per tutti i fratelli che ne avranno bisogno.
Ebbe a dire ancora Paolo VI, durante la Pentecoste del 1972: «La Pentecoste è permanente? É attuale? Sì, è permanente, è attuale. Questo noi vorremmo che voi aveste sempre a ricordare, per ogni evenienza della vostra vita, per ogni strana, o avversa condizione in cui voi vi doveste trovare: lo Spirito Santo non abbandona la Chiesa, non abbandona i suoi. Anche nel confronto, talora sconcertante che le vicende della vita presente, o le obiezioni della cultura o le opposizioni del mondo, o il dilagare del male possono presentare alla nostra anima, alla nostra fede, tutti dobbiamo ricordare che non siamo soli; lo Spirito Paraclito, che vuol dire Difensore e Consolatore, è vicino, è vegliante, è dentro di noi».
Ogni giorno della nostra vita è un passo in più sulla strada tracciata per noi dallo Spirito Santo. Chiediamo a Lui – che sembra essere scomparso dalla scena delle preghiere del cristiano – di rimanere con noi, sempre.
Vieni, Spirito Santo: quando il dubbio sembra cancellare anche le nostre poche certezze, quando la disonestà dilagante riesce a scardinare anche gli ideali e i valori in cui crediamo, donaci la sapienza. Quando non sappiamo più in chi o in cosa crediamo, quando ci rifugiamo in convinzioni che non ci salvano o, peggio, ci avviliscono e ci cosificano, donaci l’intelletto. Quando non sappiamo più cosa fare, quando ci sembra di aver tentato ogni strada possibile, quando anche noi gridiamo la nostra disperazione al Padre come Gesù fece dalla croce, donaci il consiglio. Quando i problemi sembrano troppo grandi per noi e la soluzione introvabile, quando tutto attorno a noi sembra prevaricarci e abbatterci, donaci la fortezza. Quando abbiamo bisogno di tornare alle sorgenti della nostra fede, per vivificare l’aridità e la monotonia del quotidiano, le nostre ipocrisie, le incertezze di chi ci è vicino, donaci la scienza. Quando ci dimentichiamo che Cristo è presente nel debole e nel povero, nel malato e nell’ultimo, e nel pane eucaristico conservato nei tabernacoli delle nostre chiese, donaci la pietà. E, per intercessione di Maria, discepola umile e generosa, docile alla voce dell’Altissimo, donaci, Spirito Santo, il timore del Signore: un timore che non è paura di un padre-padrone, ma è confidenza in un Dio che non si abbassa ad essere meschino e infedele come me, ma continuamente mi invita a rialzarmi, per gustare la dignità piena che conferisce ai suoi figli.
Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo Amore.
Amen.
Dio onnipotente ed eterno,
che hai racchiuso la celebrazione della Pasqua
nel tempo sacro dei cinquanta giorni,
rinnova il prodigio della Pentecoste:
rifulga su di noi Cristo, luce da luce, splendore della tua gloria,
e il dono del tuo Santo Spirito
confermi nell’amore i tuoi fedeli, rigenerati a vita nuova.
prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli
Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo.
Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre «quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni».
Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra».
Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro.
Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Io sono con voi tutti i giorni
Ci apprestiamo a concludere il tempo di Pasqua. Lo facciamo con due grandi solennità: l’Ascensione e la Pentecoste. Iniziamo l’ultima settimana del tempo pasquale proprio con la festa dell’Ascensione, un tempo celebrata di giovedì, precisamente quaranta giorni dopo Pasqua: il mistero che oggi celebriamo è, forse, tra i più misconosciuti, trascurati, ignorati. A me, invece, è particolarmente caro, perché mi dà modo di calarmi nella profondità del mio essere cristiano – e, nel corso della riflessione, mi piacerebbe coinvolgervi. Ricordo, inoltre, con particolare commozione, il primo incontro con Gesù Eucaristia, una celebrazione la cui memoria è viva e tinta dei colori della festa e della fede che solo i bambini sanno esprimere, avvenuta tanti anni fa: era il 19 maggio 1996, solennità dell’Ascensione del Signore.
Mentre siamo ormai pronti a riporre il libro degli Atti, allo scadere della cinquantina pasquale, la Chiesa ci propone proprio la prima pagina delle cronache della Chiesa delle origini redatte dall’evangelista Luca. La figura di questo evangelista, autore di due libri inseriti nel canone della Scrittura – uno dei quattro vangeli e gli Atti degli Apostoli – è ricca di fascino e, insieme, di spunti offerti a ciascuno di noi: Luca è anzitutto un medico; scusate se è poco, forse tendo sempre a sottolineare questo particolare per deformazione professionale! Luca, dottore in medicina e chirurgia, al di fuori della cerchia dei testimoni oculari, segue però il grande Paolo, definitosi l’ultimo degli apostoli, paragonandosi addirittura ad un aborto, e dal grande maestro e dottore delle genti impara una delle doti che meglio qualificano il cristiano: l’umiltà.
È appunto l’umiltà del cristiano, l’umiltà del buon medico, che fa macinare a Luca chilometri e chilometri per raccogliere l’anamnesi – così è chiamata in medichese la storia clinica, la raccolta dei dati che riguardano abitudini e patologie – del Paziente più famoso dell’umanità: interpella l’amico Paolo, sicuramente tutti gli apostoli che riesce ad incontrare; ma, prima fra tutti, ascolta Maria, nel cui grembo Gesù ha preso un corpo di uomo, colei che ha avuto il privilegio di sentirsi chiamare mamma da un Dio fatto bambino, che – anche senza capire sempre e completamente il mistero di un Signore che viene sulla terra e si fa Fratello degli uomini – lo ha seguito dal legno della bottega di Nazaret al legno dolorosissimo della croce.
Domanda dopo domanda, risposta dopo risposta, immagino le continue ed insistenti richieste di Luca a parlargli di Cristo – ognuno di noi conosce la scrupolosità e l’ostinazione quasi maniacali dei medici! – prendere forma nel suo vangelo prima – il «primo libro» cui si fa accenno nel testo dell’odierna prima lettura – e negli Atti poi, per narrare tutto ciò che avvenne durante e dopo la vita terrena di Cristo. Questo suo scritto è indirizzato a un certo Teofilo, in cui possiamo vedere non tanto la figura di un illustre cristiano delle origini, quanto piuttosto uno come noi, uno di noi: Teofilo significa infatti amico di Dio. Luca si rivolge a ciascuno di noi, al cristiano, a chi è divenuto amico di Gesù e figlio di Dio nel Battesimo, per offrirgli l’aiuto e il supporto che solo un “testimone della prima ora” può dare: i fatti in presa diretta, la narrazione attenta e partecipata della vita e degli insegnamenti del Messia (nel vangelo) e della sua presenza che si perpetua attraverso la Chiesa da Lui fondata (negli Atti).
Vorrei porre l’accento sulle ultime parole dei discepoli al Maestro, che Luca si è fatto lo scrupolo di annotare e che non ha nascosto; forse è stata una delle domande più belle poste da questo medico al collegio apostolico: «Cosa gli avete detto l’ultima volta che lo avete visto?». Che si dice a Dio, quando si sa che non lo si vedrà più? Probabilmente anche noi, come i discepoli, porremmo domande, più che parlare delle condizioni meteorologiche o del prezzo della benzina. E, infatti, le ultime parole prendono forma in una domanda: a chi parte, a chi non vedremo per un bel po’, abbiamo sempre qualcosa da chiedere. Gli apostoli, dunque, si fanno interpreti di questa strana richiesta: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». Sembra una domanda infelice: era opportuno chiedere una cosa del genere? I discepoli non avevano ancora capito – eppure l’esperienza di Giuda Iscariota avrebbe dovuto insegnare loro almeno quello! – che il regno di Gesù non era di questo mondo?
In realtà, a me pare che gli apostoli, più che sul regno, mettano l’accento sul tempo: «È questo il tempo?». Sono consapevoli del fatto che Gesù li stia lasciando. La sua missione è ormai conclusa, e Lui non aveva mai fatto mistero di un suo ricongiungimento con il Padre: «Vado al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». I discepoli già sanno che Gesù è Colui che è venuto a inaugurare il nuovo Israele, Colui che farà dei figli di Dio una nazione santa, un regno di sacerdoti, il popolo della nuova Alleanza che il Signore si è acquistato e conquistato: è la verità in cui credono, è la professione della fede per cui hanno lasciato casa e famiglia e hanno seguito quello strano Maestro che poi hanno riconosciuto come Figlio di Dio. Loro vogliono però sapere: quando vedremo visibilmente, completamente realizzato, avvolto di gloria e splendore tutto quello che ci hai detto? «Custos, quid est de nocte?», sembrano chiedere gli apostoli alla Sentinella che ha conquistato il loro cuore.
Mario Luzi, nell’introduzione alla sua Via Crucis composta nel 1999 per la celebrazione papale del Venerdì Santo al Colosseo, mette sulle labbra di Gesù queste parole, rivolte al Padre: «C’è nel tempo qualcosa che m’affligge, il tempo è degli umani, per loro lo hai creato, a loro hai dato di crearne, di inaugurare epoche, di chiuderle. Il tempo lo conosci, ma non lo condividi. Io dal fondo del tempo ti dico: la tristezza del tempo è forte nell’uomo, invincibile». Gesù, vero Dio e vero Uomo, sa. Conosce lo sgomento che il passare del tempo crea nell’uomo, ha sperimentato su di sé come il tempo dell’angoscia si dilati, e si restringa, invece, quello della letizia e della serenità.
La risposta del Messia avrà soddisfatto i discepoli? Credo di no. Il tempo rimane dimensione tipicamente umana, nostra, e ancor oggi portiamo questo fardello che ci fa agognare la festa per il diciottesimo compleanno, che ci fa detestare l’inesorabile declino dell’esistenza, che segna la permanenza nei luoghi lavorativi, che fa progredire, all’anagrafe e sulla pelle, le primavere trascorse.
Affidiamoci al Signore che, fattosi uomo per noi, ha assunto la nostra mortalità e, ascendendo al cielo, porta con sé tutta la sua – e la nostra – umanità, rivestendola della gloria immortale. In Lui ognuno di noi è sempre davanti al volto del Padre, quel volto che contempleremo in eterno, al di là di ogni confine segnato dal tempo. Un tempo che, insieme a tutte le altre pesantezze, un giorno abbandoneremo: siamo fin d’ora figli dell’Eterno, e crediamo fermamente che, un giorno, diverremo pienamente felici, realizzati, belli e realmente viventi in quel Cielo che il Signore Gesù ha attraversato ed ha aperto per noi.
Riflettere su quanto Paolo scrive alla Chiesa di Efeso, su quello che l’apostolo vuole dire ad ogni credente, a ciascuno di noi, appare impresa quasi titanica. Eppure non dobbiamo lasciarci spaventare dai lunghi periodi di questo grande apostolo, che a noi appare troppo preso dal suo filosofeggiare e, se ce l’avessimo qui, a portata di mano – meglio: di strattone – vorremmo dirgli: “Paolo, guarda che non abbiamo dubbi che tu riesca a volare fino al terzo cielo ed oltre; ma noi non riusciamo proprio a starti dietro!”.
In realtà, l’odierna seconda lettura esige solo un’accoglienza radicale ed estrema da parte nostra, una disponibilità ed un’apertura del cuore che, sole, sono capaci di sciogliere il ghiaccio dei concetti difficili ed ostici ed arrivare al nocciolo della questione.
Innanzitutto, Paolo prega con noi e per noi: «Il Padre della gloria vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione». Alcuni giorni fa è cominciata la novena di Pentecoste (precisamente venerdì 2 maggio, giorno nel quale ho ricordato il nono anniversario della mia Confermazione), una novena dimenticata in un tempo che dimentica le novene, dimostrando che è proprio vera la teoria dei corsi e ricorsi: cinquant’anni fa – con assoluto rispetto parlando, intendiamoci – esistevano decine di novene, quella dell’Immacolata e quella dei defunti, quella del Natale e quella di santa Rita; poco mancava che si facesse la novena per ricordare il primo starnuto di nostro Signore. Alcuni anni fa, una sera degli ultimi giorni di novembre, passeggiando in città sentii un bel suono di campane; udii distintamente una signora chiedere all’amica: “Cosa suona?”. L’altra le rispose: “Suona la novena dell’Immacolata”. Adesso nemmeno le campane fanno più la novena per questa o quell’altra solennità: la mia chiesa parrocchiale è aperta solo il sabato e la domenica durante le celebrazioni festive, figuriamoci le novene!
Eppure l’altro giorno, partecipando alla Messa nella bellissima e maestosa basilica apostolorum di Milano, la prima chiesa a croce latina del mondo, costruita per volere di sant’Ambrogio ed oggi meglio conosciuta come basilica dei santi Apostoli e Nazaro maggiore, un anziano sacerdote – curvo sotto il peso degli anni ma imponente nella dignità che solo il paramento liturgico conferisce – ha ricordato che un pontefice (credo fosse Pio IX), scrivendo all’arcivescovo di Baltimora, allora unica sede episcopale negli Stati Uniti, raccomandava al presule in modo particolarissimo proprio la novena di Pentecoste, definendola come la più importante fra le novene, più importante perfino di quella del Natale.
Oggi, per noi cristiani del terzo millennio, liberi da un devozionismo che, troppe volte, era fine a se stesso ed era unicamente un riempitivo che compensava le lacune dei fedeli in merito ad una liturgia celebrata in quella “lingua straniera” che era il latino, alcune pratiche che gli esperti definiscono “pietà popolare” ci sembrano sorpassate, simili alla frutta finta sotto la campana di vetro dei salotti piccolo borghesi che il poeta Guido Gozzano battezzava «le buone cose di pessimo gusto».
Se non ci piacciono le novene non c’è problema: ma ignorare il “grande Dimenticato” dalle nostre preghiere, lo Spirito Santo, proprio non va bene. Solo Lui, che nel Credo, ogni domenica, chiamiamo Dominus et vivificantem, Colui che è Signore e dà la vita, è in grado di esaudire quella domanda che, insieme all’apostolo Paolo, vogliamo far diventare l’anelito del nostro cuore, la petizione insistente e continua da elevare al Signore, perché «illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza siamo stati chiamati». Una speranza che, oggi, sembra essere il desiderio più espresso, almeno nel segreto delle coscienze, da tutti, soprattutto dai giovani. Una speranza troppe volte disillusa dalle famiglie, siano esse quelle di origine o quelle cercate di costruire, dalle istituzioni, dal mondo del lavoro, da coloro che amiamo e vorremmo ci amassero.
Quando pensiamo alla Chiesa come ad una matrigna che detta leggi e vuole impicciarsi di tutto e di tutti, ficcando il naso nella dichiarazione dei redditi e sotto le lenzuola, siamo lontani anni luce dalla visione di Chiesa voluta dal Signore e uscita dalle mani e dal fianco aperto di Cristo, quella Chiesa che «è il corpo di Lui» e che, insieme a noi, insieme all’intera creazione, ha un’incolmabile sete di salvezza, di redenzione e di pace.
Dobbiamo esserne certi: il Risorto, il Signore Gesù non torna al Padre per staccarsi da noi per sempre, per fuggire da questi fratelli scostanti e rompiscatole. Anzi, si fa ancora più presente, anche se in forma meno visibile, nella Chiesa, suo mistico corpo. E vuole che ciascuno di noi diventi figlio di questa sua Sposa, bella anche se talvolta oscurata da qualche alone di peccato, perché, avvolti dal suo candido manto, possiamo gustare fin d’ora «quelle realtà che sono via al cielo» e muovere i primi passi su quella strada che ci porterà a gustare la sua compagnia dolce e totalizzante per sempre. È il dono da chiedere a quello Spirito che ci è stato promesso e ci è stato dato.
Siamo solo a metà dell’anno liturgico ma l’odierna pericope evangelica è costituita dagli ultimi quattro versetti del vangelo di Matteo che ci sta accompagnando in questi mesi. Chi impara l’arte oratoria – una disciplina che dovrebbe diventare obbligatoria per chi aspira ad essere insegnante di qualsiasi cosa, dalle elementari all’università, e per chi è chiamato a parlare in pubblico – sa che esistono due scuole di pensiero: la prima dice che è meglio affrontare il succo del discorso e sfoderare tutte le battute preparate all’inizio, per destare l’attenzione dell’uditorio; l’altra, invece, sostiene che il bravo conferenziere tiene in serbo fino alla fine tutta la capacità di essere brillante per meglio sottolineare, in fondo, il messaggio che chi ascolta deve “portare a casa”.
Probabilmente Gesù la pensava come questi ultimi. E aveva ragione: agli apostoli non è bastato essere chiamati da quello Sconosciuto che fin dal grembo di nostra madre ha pronunciato il nostro nome; non è stato sufficiente sentire da questo Maestro una «dottrina nuova, insegnata con autorità», nuova anche se nulla sostituisce, ma capace di rinnovare da dentro tutte le cose; non è servito vedere l’agire di Dio nelle mani umilissime di questo Messia che guarisce sfiorando, tendendo una mano, carezzando e, con ferma decisione, comanda alla tempesta del mare di tacere davanti al Signore del cosmo. Nemmeno la risurrezione ha convinto al cento per cento questi uomini da noi tanto invidiati perché hanno potuto posare i loro occhi negli occhi di Cristo. E questi privilegiati hanno ancora il coraggio di esprimere, anche se tacitamente, come un piccolo tarlo che rode dentro, qualche dubbio!
Gli apostoli non sono angeli: sono uomini come noi. In fondo, questa è stata una delle tante lezioni imparate in questo tempo di Pasqua che volge al termine e che, magari, ci ha fatto venir voglia di leggiucchiare qua e là le cronache affascinanti e cariche di senso del libro degli Atti. Ed è una notizia rassicurante, in verità, vedere questi undici discepoli così simili a noi: negli slanci e nei tentennamenti, in quella maratona della fede che, talvolta, assomiglia molto di più ad una corsa ad ostacoli davanti ai piccoli e grandi perché del nostro cuore.
L’importante è seguire questi apostoli coraggiosi, forti di un coraggio diversissimo da quello dei supereroi: un coraggio molto più pratico, materiale, terreno; un coraggio fragile, se vogliamo, delicato come le ali di una farfalla, impastato con l’argilla della nostra pochezza. Siamo argilla: ma argilla nelle mani del Vasaio, un Artigiano così abile da impastarci con lo Spirito Santo, con l’alito della sua stessa vita divina.
Non bastarono i miracoli, le parabole, le beatitudini, la lavanda dei piedi, i discorsi, la passione, la risurrezione a convincere gli apostoli: e a noi, invece, bastano i piccoli e grandi segni con cui il Signore ricama la nostra vita? Gli amici che mette sulla nostra strada? Le gioie che sanno rendere ogni giorno degno di essere vissuto? No, se riusciamo sempre a vedere il bicchiere mezzo vuoto. Se ci sentiamo troppo piccoli per la scuola del Maestro, iscriviamoci alla classe dei discepoli, allora, che con le loro domande e le loro attese, senza fiatare, «andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato». Forse ricordando quello che Maria aveva detto ai servi il giorno di quella memorabile festa di nozze, a Cana di Galilea: «Fate quello che vi dirà».
«Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono». Il Dio in cui crediamo non ci mette con le spalle al muro, non pretende figli duri e puri. Chiede, però, una fede sufficiente da farci stare alla sua presenza, magari non prostrati, ma accoccolati, abbracciati a Lui. Anche se dubitiamo, anche se non capiamo il perché di tante cose, anche se la nostra vita è così confusa da sembrarci un quadro di Pollock storto e appeso al contrario. Perché è a questi apostoli prostrati e dubitanti che Gesù si avvicina e dice: «A me è stato dato ogni potere in cielo in terra». Non per dimostrare che è il primo della classe e noi gli scolari col cappello da asino, ma per garantirci che, vicino a Lui, non abbiamo nulla da temere.
Queste parole bellissime e consolanti, però, non devono scatenare in noi il desiderio di una perenne fermata tra le forti braccia del Pastore. È Lui stesso a riconsegnarci al mondo, anche se ci ha resi liberi dalle pesantezze e dalle brutture del mondo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». «Andate»! Non: “Rimanete qui come le belle statuine in estatica e devota contemplazione”! «Andate»: il mondo ha bisogno di gioia, di colore, di infinito. Da quel giorno in poi siamo noi le mani, i piedi, la bocca, la mente, il cuore di un Dio che si è fatto uomo.
Maria, Madre della santa speranza, rendici apostoli del tuo Figlio sulle strade del mondo. Siamo capaci tutti di dare una mano al parroco, di sederci in prima fila quando il vescovo celebra Messa, di dire una preghierina chiusi in camera nostra. Prega per noi quello Spirito capace di mettere le puntine sulle nostre sedie troppo comode. Aiutaci a ricordare, anche e soprattutto quando non ce la facciamo più e la strada sembra troppo in salita per i nostri piedi stanchi e le nostre gambe doloranti, le parole del tuo Gesù: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». «Con noi nel canto, con noi nel pianto», intonava una corale. Sì: prega per noi, o Maria, che hai visto ascendere tuo Figlio e, probabilmente, non hai saputo trattenere le lacrime mentre vi scambiavate l’ultimo sorriso terreno. Prega per noi, Vergine consolata e consolatrice, perché un giorno possiamo anche noi ricambiare col sorriso il sorriso del Signore Gesù.
Amen.
Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre,
per il mistero che celebra in questa liturgia di lode,
poiché nel tuo Figlio asceso al cielo
la nostra umanità è innalzata accanto a te,
e noi, membra del suo corpo,
viviamo nella speranza
di raggiungere Cristo, nostro Capo, nella gloria
prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. E vi fu grande gioia in quella città.
Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
seconda lettura
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.
Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti
«Instaurare omnia in Christo»: così intitolò san Pio X la sua prima lettera enciclica, all’alba del secolo scorso. Questo dovrebbe essere il motto del nostro vivere alla luce della liturgia del tempo di Pasqua: Cristo è veramente risorto perché anche la nostra vita risorga con Lui. Non siamo soli, mai: la presenza costante dello Spirito, di quel Consolatore promesso da Gesù stesso prima di passare da questo mondo al Padre, è garanzia di quell’amore che ci redime e costituisce noi stessi “salvatori” dell’umanità ferita. Non salvatori perché, sotto la camicia, indossiamo tutti la divisa di Superman; salvatori perché salvati, e capaci di portare a tutti il contagiosissimo virus del Vangelo, della buona notizia che Dio c’è, esiste e ci ama.
La prima lettura continua ad offrirci uno spaccato della Chiesa della prima ora, quella comunità che si reggeva sulle solide fondamenta della fede dei testimoni oculari, di quegli apostoli che avevano lasciato tutto per seguire Cristo. Una sequela che li impegna completamente, senza alcun risparmio: la scorsa domenica abbiamo appreso dal libro degli Atti che, nonostante le impellenti necessità caritative, i discepoli considerano necessari e inderogabili «la preghiera e il servizio della Parola». Istituendo, a questo scopo, il ministero del diaconato, gli apostoli non intendono fondare un’istituzione benefica o un’antenata della Croce Rossa; abbiamo letto, infatti, che i primi sette diaconi non hanno vinto un concorso pubblico, non sono stati raccomandati, non furono eletti dai maggiorenni aventi diritto della prima comunità cristiana. Sono stati gli apostoli che, «dopo aver pregato, imposero loro le mani». Anche un’attività più pratica e prosaica, come l’esercizio della carità nelle mense e nell’assistenza agli orfani e alle vedove, porta il sigillo della preghiera, che ne diviene, dunque, l’anima, il centro e il motore di tutto.
Proprio uno di questi diaconi, «Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo». Questo versetto ci rivela che il diacono non è solo l’uomo del fare, ministro di raccordo tra vita attiva e vita contemplativa, ponte tra il mondo della preghiera e del servizio a Dio e il mondo della vita ordinaria, di tutti i giorni, dell’uomo della strada. Scegliere il Signore non significa ritagliarsi un angolo di cielo quaggiù e vivere nell’isolamento, né dedicarsi unicamente alla carità verso gli altri dimenticando di servire l’Altro per eccellenza.
Chi sceglie Gesù sceglie la sua vita, il suo pensiero, la sua opera: la vita di un Messia che non disdegna trent’anni di quotidiano e riserva alla vita pubblica soltanto meno di un decimo della sua permanenza terrena; il pensiero di un Maestro che, sul monte, annuncia alle folle sterminate il Regno di Dio ma riesce a trovare angoli di solitudine notturna per non interrompere il dialogo con il Padre; l’opera di un Salvatore che offre la vita per riprenderla di nuovo, di un Signore che lava i piedi dei suoi discepoli, di un Pastore che si carica sulle spalle la pecora smarrita e va in cerca di quella perduta e di quella che non appartiene al suo ovile.
Essere diaconi, essere cristiani “tutto servizio”, significa essere come il diacono Filippo: ragionare al di là di cosa e quanto distribuire, intravedere nell’attività di tutti i giorni qualcosa di più grande, di più vero, di essenziale, di irrinunciabile. Mi piace pensare che gli apostoli, “ordinando” questi primi sette diaconi, abbiano utilizzato parole simili a quelle della formula liturgica prevista dalla liturgia e pronunciate dal vescovo nei riti complementari all’ordinazione diaconale, al momento della consegna del libro dei Vangeli: «Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei divenuto l’annunciatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni».
Già: vale proprio poco leggere la Bibbia ogni giorno e poi non intraprendere il benché minimo sforzo per scrivere nuove pagine di Vangelo con la nostra vita; non serve a niente frequentare la propria parrocchia, essere educatore o catechista o membro del consiglio pastorale, ed essere capace solo di bacchettare i ragazzini, ritenere che l’unica cosa da insegnare siano le preghiere a memoria, commentare ogni starnuto del parroco. Perché le folle dei samaritani, «unanimi, prestavano attenzione» alle parole di Filippo? Non aveva studiato comunicazione, non era stato alla scuola dei direttori marketing. Era bastato sentirlo «parlare», perché erano le parole del Vangelo, gli insegnamenti di Cristo, ma ancora di più molti vennero alla fede «vedendo i segni che egli compiva».
Nella pericope evangelica di domenica scorsa il Maestro prometteva ai suoi: «In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi». Cristo non ci ha detto: “In verità, in verità vi dico: ho teologato per tre anni e, anche chi crede in me, disputerà dalle poltrone dei talk show, spopolerà sugli scaffali delle librerie Paoline e terrà banco sui pulpiti di mezzo mondo”. «Chi crede in me compirà le opere che io compio»: sono le parole di Gesù. Consolanti, sicuramente. Ma, più che altro, parole che responsabilizzano ogni credente.
La nostra testimonianza non dipenderà tanto da un eloquio più o meno forbito o da quante volte affiora alle nostre labbra il nome del Signore, ma anche e soprattutto da cosa facciamo, come lo facciamo, quanto lo facciamo. Perché dal nostro fare dipende la nostra gioia e la gioia degli altri: «e vi fu grande gioia in quella città», ci dice il libro degli Atti.
Di quanta gioia hanno bisogno le nostre città, così ingrigite dal peccato, dallo squallore, dalla mollezza, dalla pigrizia, dalla mediocrità! Basta poco, bastano umili ma sostanziosi «segni»: segni che Qualcuno ci ama, che un mondo migliore è possibile, che ogni nuovo giorno che ci viene offerto è un giorno in più per vivere, un giorno in più per amare.
Sentiamo ancora una volta, come seconda lettura, le parole dell’apostolo Pietro, del ruvido e concreto pescatore di Galilea, di un uomo come tanti, con una casa, un lavoro, delle aspirazioni, dei problemi. Sinceramente mi è sempre riuscito difficile credere che uno così, tutto reti e mercato del pesce, sia divenuto il primo pontefice, il primo annunciatore della risurrezione ai fratelli nella fede.
Ma è tutto scritto: quest’uomo di Betsaida, con le mani callose e negli occhi l’azzurro del lago di Tiberiade, non ci parla di pesca a strascico o di quotazioni di triglie e sardine. Sfiora, anzi, le vette della mistica, quando ci raccomanda: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori».
«Adorate»: non “tollerate”, “stimate”, “rispettate”. «Adorate»! Quando si adora, il mondo circostante cede il posto all’oggetto della nostra contemplazione, la scala della priorità è completamente sovvertita. Adorazione: non sguardo distratto, testa tra le nuvole, occhio all’orologio, mano all’agenda. Il nostro tempo non concepisce più il matrimonio, la consacrazione monastica ed altri “impegni a tempo indeterminato” perché si è smarrito il senso vero dell’adorazione. Chi è veramente capace di adorare perde il riferimento più pesante e gravoso dell’esistere umano: il tempo. Non a caso, lo sposo promette alla sposa di esserle fedele sempre, di amarla ed onorarla per tutti i giorni della propria vita, non solo in quelli lavorativi o quando viaggiano le targhe dispari; così il sacerdote promette «filiale rispetto ed obbedienza» alla volontà del Signore, mettendo questo impegno non solo nelle mani del vescovo che lo ordina, ma anche in quelle dei suoi successori, garantendo così una fedeltà che non conosce smagliatura né termine, come l’infinita catena della successione apostolica.
Pietro, però, non si accontenta di definire l’atteggiamento del cristiano, ma pure l’oggetto dell’adorazione: «Adorate il Signore, Cristo». Ed anche il luogo di questa singolarissima adorazione: «nei vostri cuori». Forse siamo un po’ allergici alle promesse di amore eterno e di fedeltà “finché morte non ci separi”. Ma ci lasciamo tentare anche troppo facilmente dai molti (troppi) idoli che, ogni giorno, si contendono il nostro cuore.
L’idolo del potere chiede l’incenso della prevaricazione, della disonestà, a volte della bustarella. Ma può pretendere pure il sacrificio del nostro tempo, dei nostri affetti, delle nostre amicizie, della nostra moralità. L’idolo del successo è ancora più esigente: ore e ore di palestra, diete affamanti, stipendi buttati in abiti, telefonini, automobili ed accessori oggi alla moda e domani oggetti di modernariato. L’idolo del piacere, poi, è il più subdolo di tutti: promette il bene, il godimento, tacendo che lo stordimento e la vertigine che esso propone quale mezzo per raggiungere il fine della felicità spesso si trasformano nella fine di ogni felicità e perfino di ogni dolore, nella fine della vita stessa.
Cristo non è l’idolo di nessuno. Non è un idolo. Non vuole sacrifici, non offre ricompense. È una persona, è la Persona. È Bello, cioè realizzato, ideale, pienamente felice nell’amare senza misura e senza limiti; è Vero, perché unicamente alla sua luce possiamo vedere la luce, al di sopra di ogni dubbio ed ogni angoscia.
Ospitare Cristo nel tempio del nostro cuore rende l’umile baracca della nostra anima in una villa recensita da AD: non meravigliamoci, allora, se il mondo cammina su strade storte, se noi stessi intraprendiamo percorsi tortuosi. Lui è con noi, anche se questi sentieri non portano da nessuna parte. Cammina con noi perché, quando arriveremo al traguardo – e non possiamo non farcela con Gesù come compagno di tandem! – sia chiaro a tutti, ma proprio a tutti, anche a quelli più ottusi, che il merito è stato tutto ed unicamente suo. Con Cristo nel cuore, con Cristo che fa battere il mio cuore nella strabordante tachicardia del suo amore smisurato, riesco ad essere «pronto sempre a rispondere a chiunque mi domandi ragione della speranza che è in me».
«Pronto» e «sempre»: siamo ancora nella logica del “tutto servizio”, del ventiquattro ore su ventiquattro. Perché quando si è cristiani lo si è per davvero, senza se e senza ma, e si testimonia il grande amore che il Signore ha avuto per me e per tutti tra i banchi di scuola e i rumori della catena di montaggio, sul campo di calcetto e i sedili dell’autobus, tra le vasche della piscina e le mura di casa nostra.
Come? «Con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza». La stessa dolcezza del Maestro, che metteva gli occhi negli occhi delle folle, pecore senza pastore; il medesimo rispetto di un Messia che non si impone, ma si propone, accettando il rinnegamento di Pietro e la sua triplice professione di fede e di amore; la retta coscienza che ci farà desiderare realmente la volontà del Padre, anche quando è difficile da comprendere, dura da accettare, irrazionale e irragionevole secondo gli schemi umani.
I seguaci di Cristo non hanno in dotazione bacchette magiche e, se compiono prodigi o miracoli nel suo nome, non è questo il loro distintivo di appartenenza al Regno. È lo Spirito Santo a renderci cristiani pieni e perfetti, perché è l’alito del Signore, il suo respiro vitale. Passare dalla vita alla Vita significa proprio questo: adorare Cristo, rendere ragione della speranza che è in noi con dolcezza, rispetto e con una retta coscienza. È una sintesi mirabile e perfetta del cristianesimo. È l’annuncio di Gesù che, «messo a morte nel corpo, è reso vivo nello spirito», quello Spirito che ci fa vivere per davvero, perché dà senso ad ogni cosa.
La pericope evangelica di questa domenica del tempo pasquale è tratta, ancora una volta, dal grande e meraviglioso discorso di commiato che il Signore Gesù lascia come testamento d’amore ai suoi discepoli la sera dell’ultima cena. Notte d’angoscia, notte di sangue, notte di un bacio che, anziché sigillare l’affetto, consegna al tradimento; notte senza luna e senza stelle, notte di paura.
Eppure il Maestro, nonostante il peso della croce sembri già gravare sulle sue spalle, non cede nemmeno un minuto alla disperazione e si dona, ancora una volta, ai suoi apostoli; si dona aprendo loro il suo Cuore, svelando un’intimità con il Padre che non era mai venuta meno, neppure durante i trentatre anni di una vita terrena impastata con i trucioli della bottega di Nazaret, con la sabbia del deserto di Giuda, con i sassi del Tabor e del Garizim.
Molte volte mi sono chiesto come fu possibile per gli apostoli – dopo lo scandalo della croce, dopo una morte così terribile, dopo lo stupore del sepolcro vuoto, dopo la meraviglia e la commozione delle apparizioni del Risorto – ricordare per filo e per segno tutte queste ultime parole di Cristo che riempiono ben cinque capitoli del vangelo di Giovanni. L’unica spiegazione che sono riuscito a trovare è stata quella di “dare la colpa” a quello Spirito Santo che Gesù stesso aliterà sui discepoli la sera stessa di Pasqua. E, per l’adolescente Giovanni, divenne facile ricordare tutto quello che il Maestro disse in quella sera così tremenda e così dolce allo stesso tempo: la sera in cui l’apostolo corrotto vende il Messia e la sera in cui il discepolo amato mette il suo capo sul petto del Signore e ne ascolta i battiti del Cuore divino.
È lo Spirito a fare, di un gruppetto sparuto e variegato di palestinesi, la Chiesa una, unica, indivisa e, al tempo stesso, cattolica – letteralmente: secondo il tutto – cioè orientata e proiettata verso una missione ad gentes, verso tutti, nessuno escluso; è lo Spirito a rendere testimoni, con le parole, con le opere, con i prodigi, con la concretezza di una vita vissuta fino all’effusione del sangue, quei dodici uomini che, altrimenti, non si sarebbero mai conosciuti, perché nulla avevano in comune: vivevano in città diverse, svolgevano professioni diverse, chi pescatore, chi esattore delle tasse.
È lo Spirito che ci rende cristiani, cioè di Cristo, suoi a tutti gli effetti, simili a Lui, nonostante a noi non sia data la grazia di vederlo nel suo corpo di uomo, di toccarne il lembo del mantello come fece la donna che soffriva di emorragia, di stringerne la mano ruvida e forte, di abbracciarlo e danzare con lui come quel giorno lontano, a Cana di Galilea, dove gli sposi godettero la compagnia dell’Innamorato dell’umanità.
Gesù capisce fino in fondo l’inadeguatezza dei nostri sensi di fronte all’infinito, di fronte a Dio: capisce perché ha avuto un cuore di uomo, una mente di uomo, delle mani di uomo. E conosce anche quale può essere l’effetto del confronto tra la fede e la ragione: negare ciò che non si può toccare, vedere o percepire. Non ci sono rimproveri, non ci sono anatemi; c’è la comprensione, invece, e c’è il dono più grande: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità».
Ecco, allora, i due nomi stupendi con i quali il Maestro chiama l’Amore che lo unisce al Padre, l’Amore che il Padre prova per Lui. Il primo di questi nomi dello Spirito Santo è «Paraclito». Parola difficile, lontana dal linguaggio dei nostri giorni, che il testo greco precisa meglio come «àllos paràcletos», cioè «un altro chiamato [a starvi] accanto». Con l’Ascensione di Cristo, con il suo ritorno al Padre, i suoi discepoli non sono lasciati soli. E quel divino Supplente non è un banale surrogato della presenza corporea del Maestro, ma ne svela e testimonia realmente la sua esistenza e il suo intervento nelle vicende della nostra vita. È lo Spirito a trasformare il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue del Signore durante la celebrazione della Messa; è lo Spirito a sigillare la remissione dei nostri peccati nel sacramento della Riconciliazione; è lo Spirito a santificarci nel Battesimo, a donarci la pienezza del suo dono nella Confermazione, a ratificare l’amore indiviso e fedele nel Matrimonio, a benedire, consacrare e santificare quanti, nell’Ordine, sono chiamati a seguire Cristo più da vicino, ad assistere e confortare il malato che è unto con l’Olio degli infermi.
Ritenere lo Spirito Santo unicamente un ciuccio tra le labbra di cristiani capricciosi che piagnucolano la lontananza del Signore sarebbe sbagliato. Il Paraclito è anche, ma non solo, il Consolatore, l’Avvocato difensore di fronte agli assalti del maligno e alle asprezze della vita. Il secondo nome con cui lo definisce Cristo, infatti, è «lo Spirito della verità». Ricordo la battuta di un film che amo molto, Le fate ignoranti del regista Ferzan Ozpetek, dove un personaggio dice alla protagonista, una moglie tradita: “Non bisogna dire la verità a chi ami, perché c’è il rischio che, sapendo la verità, potrebbe anche decidere di non amarti più”. Cito a memoria, le parole possono essere leggermente diverse ma il senso è questo. Promettendoci il dono dello Spirito, Gesù afferma che, nella pienezza della verità, saremo in grado di amare, di amare Lui, di amare i fratelli, in modo pieno, perfetto, vero. Una verità che il mondo cerca disperatamente ma, al tempo stesso, ne ha così tanta paura da fuggirne lontano, perché sa che implicherebbe una conversione del cuore, cioè un rinnovamento della vita, dalla logica dell’immanente, di ciò che si può e si fa toccare, a quella del trascendente, di un senso che supera il tatto, i gusti, ciò che appare e dispare.
Maria, Vergine capace di esultare di gioia perché colma dei doni dello Spirito, insegnaci ad accogliere questo Fuoco divino che abbellisce e vivifica, ma esige l’incendio delle scorie e il rogo della menzogna. Facci capire che, quando il Figlio tuo ci dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», non pone condizioni all’amore; potremmo infatti essere tentati di interpretare così il pensiero del Maestro: “Dovete osservare le norme che vi ho date, adempiere ai precetti che vi ho insegnati: solo così potrete amarmi”. Lo Spirito è l’unico, invece, che può e deve farci intendere il senso vero di queste parole: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», cioè: “Se voi mi amerete col cuore, per davvero, non solo con le parole, ma con una vita spezzata sull’altare del mondo, avrete capito che questo è il più grande dei comandamenti, quello che li compendia tutti, quello dell’amore”. Vergine amica dello Spirito Santo, rendi i nostri cuori pronti ad accogliere questo dono del Risorto perché anche noi possiamo vivere della Vita vera, della Vita che non muore, della Vita che rinnova il mondo.
Amen.
O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio
messo a morte per i nostri peccati
e risuscitato alla vita immortale,
confermaci con il tuo Spirito di verità,
perché nella gioia che viene da te,
siamo pronti a rispondere a chiunque
ci domandi ragione della speranza che è in noi.
prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana.
Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola».
Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme; anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede.
seconda lettura
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, stringendovi al Signore, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso».
Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo.
Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati. Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce.
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre».
La via, la verità e la vita
Ci stiamo calando sempre più nel tempo di Pasqua, nel tempo che narra le vicende di una Chiesa uscita dalle mani di Cristo nel Cenacolo e ancora oggi presente e viva in mezzo a noi. Oggi Gesù ci invita a far parte di questa grande famiglia, attraverso la sua voce e quella degli apostoli. Non per appartenere a una casta di “duri e puri”, non per far parte di un club esclusivo, non per raccogliere bollini per il Paradiso. La Chiesa è la casa dei figli di Dio, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato». Come ci ha “comprati” il Signore? Non nelle svendite dei saldi, e nemmeno con i punti del supermarket. «A caro prezzo»: il prezzo della croce, del sangue, del dolore, della morte. Vogliamo finalmente credere in questo Dio che è l’Amore, l’Amore crocifisso, l’Amore risorto?
Continuiamo a leggere, nella prima lettura, domenica dopo domenica, la “biografia” della Chiesa delle origini, contenuta nel libro degli Atti degli Apostoli. L’evangelista Luca, sapiente autore di questo libricino tanto breve quanto denso, non perde nulla dei connotati che caratterizzavano la sua vita professionale: il suo essere “giornalista” e scrittore mantiene in sé i tratti del medico, del diagnosta. C’è tutto in questa pagina di sette versetti, come nella migliore delle cartelle cliniche: si annotano le magagne, senza trascurare la terapia e i benefici che essa ha apportato.
Troppe volte immaginiamo la comunità apostolica, la cui maggior parte dei membri erano stati testimoni oculari della vita e dell’opera di Gesù, come un’isola felice, un paradiso terrestre, una Chiesa dell’idillio e dell’utopia. Niente di più sbagliato: quando Luca ci riferisce che «quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove», i cristiani di ieri e dell’avantieri diventano terribilmente simili a quelli di oggi!
Quell’elegante «mormorarono» è un modo molto gentile e sofisticato ma che, dentro di sé, contiene tutto l’abbruttimento del pettegolezzo, della critica, del gossip, della polemica sterile e fine a se stessa. In quel «mormorarono» vedo il rimprovero dei parrocchiani nei confronti dei sacerdoti della loro comunità per questa o quella mancanza, dal catechismo in orari scomodi all’oratorio negato per la tal festa; la censura dei laicisti nei confronti di una Chiesa che – e come potrebbe fare altrimenti? – interviene con voce forte e sicura in quelle che sono le “questioni non negoziabili”, i “diritti irrinunciabili” di ogni essere umano, primo fra tutti quello della vita, dal concepimento alla sua naturale cessazione; e come non citare quel biasimo – che, poi, altro non è che chiacchiera da bar – trito e ritrito, noto e arcinoto, nei confronti di quella Chiesa che dovrebbe essere povera e che non lo è, sempre carico di luoghi comuni senza fondamento alcuno? Proprio ieri, in mensa, vedendo al telegiornale le immagini del Papa che celebra la Messa in uno stadio di Washington in occasione della sua visita negli Stati Uniti, un compagno di classe tuonava: “Ma guarda! Ma come si fa? Tutto vestito d’oro… Ma non ha vergogna?”. Appunto, naturalmente, girato a me e ad altri impegnati in parrocchia. Spiegargli, con l’umiltà di un paragone, che come lui, alla sua fidanzata, regala un anello d’oro o un monile di materiale prezioso e non si sognerebbe mai di mettere all’anulare della sua bella una patacca di bigiotteria o una vera di legno, così il cristiano desidera che gli oggetti destinati al culto (dai calici ai paramenti, dagli altari ai simboli della dignità dell’Ordine sacro) siano i più belli e dignitosi possibili perché anche le cose diano lode al Signore, come immaginavo, non è servito a nulla.
Ma notare che, all’interno della Chiesa, i problemi e le questioni spesso sono spaventosamente terreni, pratici ed umani, non è poi la fine del mondo. Sarebbe stato facile per gli apostoli prendere le parti dell’uno o dell’altro, del greco o del giudeo. Oppure, per troncare la questione sul nascere, riprendersi in mano i cordoni della borsa, fondare un “Banco degli Apostoli” e offrire a tutti dei mutui a tasso agevolato.
Troppe volte dimentichiamo la missione primaria e ineludibile del credente, quella affidataci direttamente dal Maestro: «Pregate sempre, senza stancarvi». Ce l’ha detto Lui: la Chiesa, innanzitutto, non è un’assemblea di filantropi, un’associazione di soccorso dei malati, una scuola per chi non può permettersi altre forme di istruzione, un’organizzazione fondata per scopi ludici, gastronomici, culturali e ricreativi. Proviamo a ricordare la pericope evangelica di due domeniche fa: quando il Risorto incontra Cleopa e il discepolo sconosciuto – leggi: Cleopa e ognuno di noi – sulla strada di Emmaus, vedendoli tristi e scoraggiati non offre loro un premio di consolazione di trecento denari o una crociera nel Mediterraneo o l’ultima edizione dei manoscritti di Qumran. «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». Prima c’è quello! La «preghiera» e il «servizio della Parola» sono attività a cui i discepoli di Cristo non possono e non devono rinunciare, senza se e senza ma.
“Sì, ma non si vive di Spirito Santo!”, pensa il più coraggioso di chi legge queste righe. È vero. E, infatti, gli apostoli non lasciano cadere il problema. Istituendo il diaconato prevedono un ministero particolare e specifico, all’interno della Chiesa, che sia “tutto servizio”. Tante volte siamo cristiani e siamo persone “a mezzo servizio”: disponibili, ma solo con chi ci sta simpatico; solidali, ma dietro un più o meno consistente tornaconto; pronti e svelti, ma se fiutiamo odor di ricompensa. Il diacono è l’uomo del tutto servizio: un impegno che dovrebbe caratterizzare ogni cristiano, ognuno di noi, anche se non siamo diaconi ordinati!
Esistono tante diaconie (non solo le sedi dei cardinali di Santa Romana Chiesa!): una diaconia – cioè un servizio – nei riguardi di chi non arriva alla fine del mese, anche solo offrendo una busta di spesa; verso i ragazzini del nostro quartiere, così poveri di amici veri, di modelli, di riferimenti (e si diventa educatori semplicemente animando l’oratorio di un sano divertimento, aiutando a fare i compiti o organizzando un torneo di calcetto); verso gli anziani, terribilmente soli nelle loro case, la cui compagnia gelida e triste è troppo spesso un ricordo sbiadito o una fotografia color seppia; verso i tanti malati che popolano le corsie dei nostri ospedali e che non chiedono solo cure efficaci e professionisti capaci, ma anche un sorriso.
Solo così quel «mormorarono» – la stessa mormorazione del popolo dell’alleanza che, nel deserto, reclamava verso il Signore cibo, acqua, la fine dell’esodo – si trasformerà in cantico di lode, senza aspettare la manna dal cielo. La manna del servizio è già nelle nostre mani: dobbiamo solo aprirle, e spanderla in pienezza.
Torniamo a Emmaus, per riscoprire il nostro cuore che arde nell’ascolto della Parola e nella frazione del pane. Torniamo a quella Chiesa che tiene i piedi saldamente ancorati a terra e, allo stesso modo, le mani sempre giunte nel colloquio col Maestro.
Le pennellate ruvide e impastate di quotidiano offerteci da Luca cedono il passo ai colori immaginifici e splendenti che Pietro utilizza nel comporre quell’opera meravigliosa che è la sua prima lettera alla comunità dei credenti. Leggere queste righe mi fa pensare a coloro che fanno proprio quell’atteggiamento diffuso del “Gesù sì, la Chiesa no”. E molti di questi arrivano proprio dalle fila dei cristiani cosiddetti praticanti.
Ma come non amare quella Chiesa che ha per fondamento Cristo, Maestro dalla cattedra della croce, Pastore che reca sulle spalle la nostra anima smarrita, Padrone di casa che lava i piedi alla nostra povertà? Come non amare quella Chiesa che, ancora oggi, dopo duemila anni di critiche, divisioni, persecuzioni, oltraggi e calunnie, si regge stabile sul fondamento di quelle dodici colonne che non cessano di offrire il loro insegnamento a chi ascolta con cuore sincero e animo libero da pregiudizi? Non si può affermare: “Gesù sì, la Chiesa no” ed essere battezzati, andare a Messa la domenica, ricevere l’Eucaristia. Ce lo ricorda Pietro: «avvicinandovi al Signore, pietra viva, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale».
Conformarsi al modello “Gesù sì, la Chiesa no” non è del tutto negativo. Quel primo pezzetto della sentenza – “Gesù sì” – è desiderio di infinito, nostalgia di una Presenza che vorremmo accanto a noi. «Carissimi» – esclama Pietro – “ma voi questo Amico, questo Fratello, questo Signore, l’avete già trovato! Lui è la Roccia, l’unica Roccia su cui potete costruire qualcosa di solido, stabile, bello, duraturo. Pensate: ha chiamato me, Simone figlio di Giona, Pietro, cioè la pietra, la roccia, che poi l’ho tradito, l’ho rinnegato, ero incapace di riconoscerlo mio Signore e mio tutto!”. Pietro, suo malgrado, è diventato esperto nell’incollare i cocci di un piatto rotto: non perché sia particolarmente abile, è un uomo come noi. Ma perché ha trovato la colla più efficace: lo Spirito del Signore.
Cristo è quella «pietra viva» attorno alla quale dobbiamo stringerci, cioè avvicinarci, incastrarci, compenetrarci. Con i mattoni si possono fare tante cose: l’abbiamo imparato da piccoli con i mattoncini colorati. Qui però si tratta di essere obbedienti al comando del Maestro, perché la libera iniziativa di ciascuno di noi può essere pericolosa: è la deriva del “Gesù sì, la Chiesa no”. Chi dice: “Gesù sì”, deve poi seguirlo, mettersi al suo servizio. E come dire no a un Signore così signore da farsi uomo, impastarsi con il fango di una carne mortale, di una natura che geme, soffre, spera, attende la salvezza? Offrendo il mio “Gesù sì”, è Lui stesso a dirmi: “Va bene, d’accordo, vieni anche tu a lavorare nella mia vigna, vieni anche tu ad impegnarti nel mio cantiere”.
È un gran bel cantiere quello del divino Architetto: lo posso immaginare come quello della Sagrada Familia, a Barcellona, pieno di polvere, calcinacci e chiasso di operai ma già splendente di smalti, ardito nei pinnacoli, imponente nella sua bellezza maestosa. È il cantiere della Chiesa: la Sposa bella, il Corpo di Cristo ma che, proprio perché «quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale», è ancora un po’ offuscata dai nostri limiti, velata dalle nostre mancanze, sminuita dalla nostra povertà, screditata dai nostri tradimenti.
Ma siamo «pietre vive» e non dobbiamo dimenticarcelo! Vivi, cioè importanti, benché semplici mattoni, perché la nostra mancanza potrebbe compromettere la stabilità dell’intero edificio; vivi, cioè solidali a motivo di quella legge fisica che, per una volta, si colora d’amore nello scaricare in parti uguali, non una briciola di più, non una briciola di meno, il peso della costruzione; vivi, cioè tenuti insieme da quel cemento che è l’Amore di Gesù. Altrimenti non saremmo in grado nemmeno di costruire la cuccia di un cane.
Se capiremo che siamo «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» non per i nostri meriti particolari, ma unicamente perché utilizzati dal Signore nella costruzione di quel meraviglioso edificio che è la Chiesa, potremo finalmente liberarci del tarlo del “Gesù sì, la Chiesa no”. Eletti, non perché migliori degli altri, ma perché salvati dalla croce di Cristo; sacerdoti, perché rinati nel Battesimo; re, cioè ornati del trono del servizio, della corona dell’umiltà, del manto del nascondimento operoso. Ma non basta: siamo popolo, figli perché fratelli. Riscopriamoci Chiesa. E amiamo la Chiesa.
Siamo nel tempo pasquale, ma l’odierna pericope evangelica spalanca la porta dell’ignoto padrone di casa, ci fa tornare a quella serata carica d’angoscia, la sera dell’ultima cena: siamo nel Cenacolo, Gesù parla ai suoi lasciando loro quel grande testamento d’amore che solo il discepolo prediletto riporta nel suo vangelo.
Potremmo rimanere settimane intere a meditare ogni periodo, ogni singola parola di questi dodici versetti. Questa paginetta potrebbe essere l’antipasto a un banchetto molto più lauto, magari riprendendo frase dopo frase questo brano lungo la settimana che oggi si apre.
Il Maestro comincia con uno dei suoi sguardi che non hanno bisogno di parole, con quel sorriso dolce e sicuro al tempo stesso che ci dà la forza di amare e la certezza di essere amati, che ci comprende nel profondo del nostro intimo e ci fa sentire capiti, apprezzati, stimati. E, in quel luogo reso pesante dalla tenebrosa coltre del tradimento, Cristo afferma con sicurezza: «Non sia turbato il vostro cuore». Già: “Non spaventatevi. Nessuno vi può rapire dalla mia mano, niente può cancellare i vostri nomi scritti nel mio cuore. So cosa significa avere paura: poco fa, nell’orto degli ulivi, ho sudato sangue, il timore e l’angoscia hanno preso forma di gocce cupe, sono diventati rivoli tortuosi. So cosa vuol dire: ci sono passato anche io”. Ma questa non è una raccomandazione stucchevole, una promessa mielosa, l’augurio consolante di non farsi atterrire dalle tristi vicende di questo mondo. In fondo, non lasciarsi spaventare, avere coraggio, sono doti lodevoli e stimate non solo dai cristiani, ma pure dagli atei.
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». La paura della solitudine, la paura del dolore, la paura della morte, la paura della paura, derivano tutte dalla difficoltà di affrontare realtà sconosciute ed ignote. «Chi crede non è mai solo» ci ricorda il grande Benedetto XVI, non a caso definito da qualcuno “il Papa dell’amicizia con Dio”. Un cuore saldo, un cuore colmo di fiducia, un cuore che, pur scosso dalla bufera del quotidiano, non si lascia spaventare, è un cuore che crede, un cuore fedele. Credere, non a caso, è un cor dare, un donare il proprio cuore al Pastore che offre la vita per le sue pecore, al Vivente che ha sconfitto la morte per dividere il bottino della vita eterna con noi; affidare il proprio cuore a quelli che il Maestro domenica scorsa chiamava «ladri e briganti», cioè coloro che sperano di venderci il senso della vita, di ingannarci con le loro mode e coi loro deliri, è un’avventura senza ritorno, che getterebbe il nostro cuore in un turbamento ancora maggiore.
Spesso non sappiamo più dove sbattere la testa, tanto i nostri problemi appaiono grandi e le difficoltà insormontabili. Allora, insieme ad Agostino, potremmo sciogliere il nostro lamento in questa invocazione, in questo balbettio che, se non osiamo chiamare preghiera perché, in quei momenti, la fede vacilla, davanti a Dio diventa l’orazione più bella, perché sa di sacrificio: «Tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non trova riposo in te».
«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore», ci garantisce Gesù. È Fratello premuroso, Fratello maggiore che, se prepara i discepoli al trauma della croce e poi a quello del definitivo distacco il giorno dell’Ascensione, se prepara noi ai numerosi Calvari della nostra esistenza e all’ora grave e solenne della morte, alle parole preferisce la concretezza di un impegno: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi». Siamo nella mano del Signore, il nostro nome è scritto nel suo cuore; ma non solo. Nel suo Paradiso ha preparato un posto per ciascuno di noi. Non un posto anonimo, assegnato per ordine alfabetico, per estrazione o codice a barre. Un posto per noi. «Se no» – e qui il viso del Maestro sorride ironico e divertito, stemperando l’inquietudine del Giovedì santo – «vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”?», magari corredato da un bel: “Sciocchini, vi pare che vi prendo in giro, proprio io?!”. E aggiunge: «E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».
Davanti a Cristo ci siamo noi, con i nostri dubbi e la nostra razionalità: è facile riconoscersi in Tommaso e in Filippo che, lungi dall’essere increduli, sono anzi l’icona più vera ed attendibile del credente, cioè di chi si pone domande importanti, di chi non accetta passivamente ogni cosa che gli si para davanti. Da un lato, Tommaso, candidamente chiede: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». E, il più pratico Filippo, prendendo il coraggio a quattro mani, esclama: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
A Tommaso, alle nostre incertezze sul percorso da seguire per arrivare al Regno, il Signore non ci regala un bel navigatore satellitare di ultima generazione; preferisce un’istruzione semplice e chiara alla voce dei tanti Tom-Tom Go che vorrebbero darci una mano nel nostro cammino (per portarci fuori strada, ovviamente): «Io sono la via, la verità e la vita». La Via che, pur difficile da seguire, perché bisogna accucciarsi davanti al sottopasso della lavanda dei piedi, percorribile solo in ginocchio, o farsi coraggio nell’attraversare la strettoia della croce, rimane l’unica strada; una strada che, insieme, è percorso e traguardo, viaggio e meta, rotta e porto. La Verità che, sola, dà senso al nostro esistere, risposta ai nostri perché, luce ai nostri grigiori. La Vita, in una parola soltanto. La Vita desiderata, sognata, che prende forma e corpo in una Persona: Gesù Cristo. Seguire Lui, credere in Lui, stare con Lui: è la via verso quel luogo dove, un giorno, saremo sempre con il Signore.
A Filippo, al nostro desiderio di hic et nunc, di qui ed ora, il Maestro risponde innanzitutto con un sorriso: “Hai capito tutto, ti manca solo l’ultima pennellata del quadro, l’ultima riga della dimostrazione”. «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai riconosciuto? Chi ha visto me, ha visto il Padre». Ora Filippo capisce, ora gli apostoli hanno capito, anche se questo non sarà sufficiente a fornire loro una buona dose di coraggio per affrontare la croce e il sepolcro. Ma sarebbe bello che, anche noi, insieme a Filippo, sapessimo dire, ogni giorno della nostra vita, «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Ci basterai Tu, dolce Signore, davanti ai nostri perché, ai nostri desideri, ai nostri appetiti, alle nostre aspirazioni, a ciò che solo il segreto del nostro cuore custodisce. Ci basterai Tu, la tua presenza, la tua compagnia. Ci basterai Tu.
Maria, Madre, Immagine e Modello della Chiesa, rendici autenticamente cristiani, cioè “di Cristo”, completamente e indiscutibilmente del tuo Figlio, a servizio del suo Vangelo. Nel libro degli Atti leggiamo che i credenti sono chiamati seguaci della Via: aiutaci a camminare sempre in quella Via che è il Signore e a calcare le sue orme fino a quando la Via apparirà davanti a noi come il Fine di tutte le cose.
Amen.
O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore,
fa’ che aderendo a lui, pietra viva,
rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te,
siamo edificati anche noi
in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria.
prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli
Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».
All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».
E Pietro disse: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».
Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.
seconda lettura
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Perché ne seguiate le orme
«È veramente cosa buona e giusta rendere grazie a te, Signore, e soprattutto esaltarti in questo tempo nel quale Cristo, nostra Pasqua, si è immolato»: sono le parole con cui iniziano i prefazi della cinquantina pasquale, parole cariche di gioia, una gioia che deve animare la vita di ciascuno di noi. Come la Quaresima è stata una “riduzione in scala” di quanto possiamo migliorarci nel nostro percorso quotidiano, così anche il tempo di Pasqua deve essere paradigma del nostro vivere: un vivere da persone nuove, cioè rinnovate dal messaggio del Vangelo.
La prima lettura ci offre l’ultimo scorcio della “prima omelia” dell’apostolo Pietro, il giorno di Pentecoste. Un’omelia che, lontano dai pregiudizi e dagli ottusi cliché in cui troppo spesso molti cercano di rinchiudere il cristianesimo, non parla di morale, non accenna alla dottrina sociale, non si getta in dispute filosofiche o dogmatiche. Punta all’essenziale, al nocciolo, all’irrinunciabile della nostra fede: «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».
Cosa c’è, dunque, al centro del nostro credere? Non sta al centro un libro o un manifesto programmatico, ancorché la Bibbia contenga la Parola vera, la Parola viva, la Parola che dà un senso alla nostra vita; non sta al centro una persona, un fondatore che si erge sul podio pretendendo di istruire le masse, anche se ciascuno di noi pone le proprie certezze sulla solida roccia dell’insegnamento del Maestro; al centro c’è un fatto, c’è un evento: la risurrezione di Gesù, la vittoria della vita sulla morte, della vita che non conosce la finitudine quando entrerà nella gioia della Pasqua eterna, della domenica che non conosce tramonto.
Credere in un Signore così, in un Signore costituito direttamente dal Padre non dopo essersi laureato a Yale o dopo aver vinto un oro alle Olimpiadi, ma dopo aver sofferto una morte ingiusta ed atroce, è veramente fatto inaudito e irragionevole. Credere in un Dio crocifisso, credere nell’Amore che si offre, si dona, si lascia tradire, si lascia ammazzare, è talmente assurdo da non essere così alla moda: non lo è oggi, non lo era duemila anni fa. Il libro degli Atti non ci riferisce titoli da prima pagina, del tipo: “Il mondo intero si converte al messaggio di Cristo”; e, se oggi possiamo affermare che circa una persona su sei è cattolica – lungi dall’essere la totalità della popolazione mondiale –, le nostre chiese non sono così eccessivamente piene di folle oranti, i cristiani sembrano abitare più che altro i registri ingialliti degli archivi parrocchiali.
E noi? Crediamo in questo Signore che si è fatto servo della sofferenza, che ha conosciuto i dolori del vivere e del morire? Siamo stati battezzati: battezzati «nella sua morte», ci ricorda l’apostolo Paolo. Ma, benché battezzati, ci crediamo in questo Dio? E se ci crediamo, la nostra è una fede parolaia e finalistica, che si riempie la bocca di Pater e di Ave, che si scalda le mani alla luce dei lumini, che cerca di comprare il buon Dio a suon di rosari e processioni in cambio di un lavoro ben retribuito e di una salute di ferro?
Forse noi cattolici del ventunesimo secolo non abbiamo lo stesso coraggio di coloro che, due millenni fa, chiesero con tanto ardore al pescatore di Galilea e agli apostoli suoi colleghi: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». Davanti alle parole di Pietro, parole disarmate e disarmanti, semplici senza essere semplicistiche, appassionate ma non prepotenti, avremmo saputo commuoverci, interrogarci, metterci in discussione? Ci vuole onestà. Ci vuole coraggio. Non è necessaria la fede, non ancora.
Erano uomini onesti, erano uomini coraggiosi: senza nascondere la testa sotto la sabbia, senza voltare le spalle, hanno pensato a quali ricadute poteva avere quel delitto del quale tutti, inconsapevolmente, ci siamo macchiati. «Quel Gesù che voi avete crocifisso»: Pietro utilizza queste parole per descrivere il Maestro. Dice che è Cristo, cioè Messia, dice che è Signore, cioè Dio; ma non nasconde che questo Dio l’abbiamo ucciso noi. L’ha ucciso la nostra indifferenza, l’ha ucciso la nostra superbia, l’ha ucciso la nostra autosufficienza.
Fermarci al dolore che ci arreca il peccato, rimanere muti di fronte alla croce, non ha nessun senso. Da tutto ciò deve nascere la speranza: agli antipodi di quella disperazione che ci porterebbe al campo del vasaio, dove Giuda Iscariota, dopo aver tradito Gesù, corre ad impiccarsi. Corriamo, invece, a perdifiato, anche se abbiamo i crampi ai polpacci, anche se siamo stufi marci anche solo di camminare sulle strade deserte e tortuose del tragicomico quotidiano, corriamo pieni di speranza, con questo unico proponimento: corro nella via del tuo amore, come il motto di questa giornata di preghiera per le vocazioni.
Allora Pietro, attraverso la parola sicura dei suoi successori, ci dirà ancora: «Convertitevi». Un imperativo secco, che non si può discutere, ma meno duro di quanto possa apparire. Lontano anni luce da cilici e penitenze, da fagioli su cui inginocchiarsi o digiuni – più alla moda: scioperi della fame e della sete – che, ormai, occupano solo lo spazio dei dibattiti politici. Questi uomini onesti e coraggiosi, che chiesero il Battesimo, sono definiti semplicemente come «coloro che accolsero la parola» del principe degli apostoli. Accogliere la Parola dovrebbe diventare l’impegno di ogni credente, di ogni battezzato. Accogliere la Parola: anche se la nostra Bibbia prende polvere sulla libreria in salotto, anche se prestiamo scarsa attenzione alle letture della Messa. Cinque minuti: quattro fermate della Metro, meno di un decimo della pausa pranzo, trecento secondi prima di andare a dormire. Basta poco per leggere un pugno di versetti del Vangelo. Ricordando quanto, tempo fa, mi disse un sacerdote: «Custodisci la Parola, e la Parola custodirà te».
Parla ancora Pietro: pensare che un illetterato pescatore di Betsaida possa tenere banco più dei predicatori di oggi e di allora è assurdo, se non si considera che su quelle parole c’è il copyright dello Spirito Santo. D’altra parte, il vicario dell’amore di Cristo non fa altro che adempiere in modo sincero, fedele ed affettuoso al comando del Maestro: testimoniare, sempre ed ovunque, il Vangelo della salvezza. «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi»: l’ha detto Gesù, non è una profezia di sventura. Ed è accaduto veramente così: le persecuzioni sono iniziate appena dopo la nascita della Chiesa, a Pentecoste. E, amaramente, constatiamo come esse non siano mai cessate.
Ce lo ricorda la bellissima icona che campeggia sull’altare maggiore della basilica di san Bartolomeo all’Isola Tiberina, in Roma. Ispirandosi alla visione dell’Apocalisse, l’artista ha raffigurato i martiri di ogni tempo e di ogni luogo, dalla Chiesa delle origini a quella del Novecento, attraverso volti anonimi ed altri più noti: da Adalberto di Praga a Massimiliano Kolbe ed Edith Stein. Il veggente di Patmos, Giovanni, parla di questi testimoni come di «coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello». Credere in Gesù non significa avere la soluzione ad ogni problema in tasca; Lui non promette guadagni facili, incarichi importanti o una salute di ferro. Cristo non ha preso la croce su di sé per togliere ogni croce dal nostro cammino: la croce resta, rimane ben piantata, piccola o grande che sia, sui tanti Calvari delle nostre vite. Gesù porta, piuttosto, una luce nuova, più potente dell’ombra di morte e di sofferenza che la croce faceva calare sul nostro esistere; Gesù carica il dolore di senso, perché anch’esso, nel disegno di Dio, nel piano della salvezza, è necessario, è importantissimo.
Lo diciamo ad ogni Messa, subito dopo la consacrazione: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». È, appunto, un «mistero della fede»: mistero perché inspiegabile coi nostri ragionamenti, impenetrabile allo sguardo della nostra miope condizione di mortali. Come è possibile annunciare la morte e proclamare la risurrezione? Come credere che, dalla fossa, dalla tomba, dal sepolcro, possa nascere nuovamente la vita?
Non troveremo nessun guru, nessun maestro di vita, nessun filosofo in grado di spiegarcelo. Nemmeno Cristo l’ha dimostrato come fosse un teorema di algebra: si è fatto uomo, ha sofferto il dolore delle percosse e del tradimento, è morto come l’ultimo degli assassini. Ma è risorto «nel suo vero corpo», ci ricorda la liturgia dell’ottava di Pasqua. Un corpo – come il nostro – che ha conosciuto in modo pieno la fatica e l’amarezza e che, ora e per sempre, è veramente e pienamente giovane, forte, bello, potente.
«Se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio»: in altre parole, Pietro ci suggerisce di imitare il Maestro, di fare ciò che ha fatto Gesù, come l’ha fatto Gesù. «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme»: non ha sofferto per sport, per dimostrare quanto Dio sia coraggioso o invincibile; «Cristo patì per voi», per ciascuno di noi. E l’ha fatto «perché ne seguiate le orme». Orme incredibilmente difficili da calcare, che si adattano male ai nostri piedi come calzature scomode o troppo strette: questo se contiamo sulle nostre sole forze, dotate più che altro di una percentuale non trascurabile di debolezza, fragilità e volubilità. Ma seguire le orme di Cristo non è impossibile se ci affidiamo a Lui, il «pastore e custode delle vostre anime». Nei momenti di sconforto, ricordiamoci quanto scriveva Thomas More, grande uomo e grande santo: «I forti possono trovare mille intrepidi martiri di cui seguire l’esempio con gioia; ma tu, debole pecorella spaurita, pensa che ti basterà camminare dietro di me che sono il tuo pastore e il tuo condottiero. Affidati a me, se non puoi avere fiducia in te stesso. Vedi: io cammino innanzi a te per questa via che ti fa tanta paura. Aggrappati all’orlo della mia veste e da lì attingerai forza che tratterrà il tuo sangue da disperdersi in vani timori e terrà saldo il tuo animo, al pensiero che stai camminando sulle mie orme».
La pericope evangelica offertaci da Giovanni, il discepolo prediletto, il giovane amico del Signore, non poteva che essere un inno all’amore del Pastore. Sono d’accordo con Giovanni Paolo I nel dire che, probabilmente, quello di Pastore è il titolo più gradito a Gesù, tra i tanti con cui lo possiamo onorare. E questo scorcio di vangelo ci dà la possibilità di sentire dalla viva voce di Cristo l’identikit del Pastore. In altre parole, possiamo contemplarne l’autoritratto. Io vivo tra le risaie: se il Maestro avesse scelto di visitare la bassa padana avrebbe forse parlato di mondine. Ma, nella Palestina di allora, vedere greggi, recinti e pastori era la cartolina di ogni paesaggio, di ogni città.
«I discepoli non capirono di che cosa parlava loro» nonostante Gesù avesse attinto ad una realtà quotidiana, banalissima, vicina e stringente alle esistenze degli apostoli. Ma, forse, anche noi siamo un po’ allergici a questo discorso: non perché non vediamo per strada pecore e pastori – anche se i nostri fratelli abruzzesi o sardi hanno una facilitazione rispetto a veneti o valdostani! La nostra insofferenza nei confronti di questa parabola sta piuttosto nel fatto che tanto più Cristo ama applicare alla propria figura l’immagine del Pastore, quanto più a noi ci disgusta essere identificati con le pecore. Il gregge è figura di una massa senza volto, senza nome, senza aspirazioni, ideali o desideri: dare del “pecorone” a qualcuno non è un complimento. Ma il Maestro non ci vuole insultare, anzi: parla di noi come di un gregge proprio perché sa cosa abita nel profondo del nostro cuore e come, molto spesso, tutto ciò trovi scarsa rispondenza nelle nostre vite.
L’evangelista Matteo ci fa intravedere questa prospettiva bellissima durante la predicazione itinerante di Gesù: «Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore». Leggendo questo versetto mi lascio rapire fino alla commozione dallo sguardo di Cristo: non parla ad un uditorio generico, non fissa nessuna telecamera. Mette i suoi occhi nei miei occhi, nei tuoi occhi, negli occhi di tutti coloro che si rivolgono a Lui e che vogliono ascoltarlo. Mette i suoi occhi anche negli occhi di chi non lo conosce o si rifiuta di vederlo accanto a sé. Cristo sa cosa vogliamo veramente: non una vita ideale, senza problemi, senza ostacoli, senza traguardi, senza trofei. Forse questo ci piacerebbe anche ma, a lungo andare, cancellare fatiche e soddisfazioni, dubbi e felicità, non sarebbe poi così conveniente. Vivere nell’appiattimento, nell’insignificanza, senza dolori, ma anche senza gioie, è tristissimo.
Per questo Gesù si fa avanti, senza incertezze, senza esitazioni, cominciando la sua esortazione ribadendo per due volte una formula utilizzata a quel tempo quando si rendeva testimonianza presso un giudice: «In verità, in verità io vi dico». Così comincia il ritratto del pastore o, meglio, l’autoritratto del Pastore: «entra dalla porta, le pecore ascoltano la sua voce, chiama le sue pecore, ciascuna per nome, cammina davanti ad esse».
«Entra dalla porta»: cioè fa tutto alla luce del sole, in trasparenza, in sincerità e purezza di cuore. Non ha nulla da nascondere, perché vuole il vero bene delle sue pecore. Mi vengono in mente le parole di don Pino Puglisi, che faceva oggetto preferenziale dei suoi inviti alla conversione proprio i mafiosi della sua Palermo: «Fatevi vedere alla luce del sole». Non era un giustizialista. Era un cristiano, che amava i suoi nemici.
«Le pecore ascoltano la sua voce»: non perché sia un oratore eloquente o il suo eloquio sia particolarmente forbito. Ma perché «chiama le sue pecore, ciascuna per nome». Il gregge di cui parla Gesù non è una massa di banderuole che vanno dove tira il vento: siamo noi, con i nostri timori e i nostri sogni. Solo Lui conosce il nostro nome, ci chiama per nome! Lo seguiamo – il Pastore «cammina davanti» alle sue pecore – perché, finalmente, abbiamo trovato Qualcuno che non predica l’ennesima ricetta della felicità ma che, per primo, ci mostra la strada. Una strada difficile, stretta, talvolta bagnata di sangue, come il legno della croce. Ma che il Pastore calpesta per primo.
Giacomo Leopardi, nel suo Canto notturno d’un pastore errante per l’Asia, scrive: «Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la nostra vita a noi? Dimmi: ove tende questo vagar mio breve…?». Il grande recanatese non trova risposta, e così conclude: «È funesto a chi nasce il dì natale». Maria, Madre del Buon Pastore, aiutaci a non cadere in un così facile pessimismo. Ricordaci che il tuo Gesù è il Pastore Buono, secondo l’originale greco il Pastore Kalós, il Pastore Bello: bello di una Bellezza che dà senso a una vita che, anche se talvolta ci fa soffrire, non finisce con la morte, ma continua nell’eternità, nel paradisiaco recinto del Pastore. Tu, Vergine bella più della luna, orienta il nostro cammino dietro al tuo Figlio perché, seguendone le orme, possiamo avere la vita ed averla in abbondanza.
Amen.
O Dio, nostro Padre,
che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza,
infondi in noi la sapienza del tuo Spirito,
perché fra le insidie del mondo
sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore,
che ci dona l’abbondanza della vita.prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli
Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete –, dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso.
Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; poiché egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua; ed anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi, né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”.
Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi fra noi. Poiché però era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione”. Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».
seconda lettura
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, se pregando chiamate Padre colui che senza riguardi personali giudica ciascuno secondo le sue opere, comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio.
Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia.
Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi. E voi per opera sua credete in Dio, che l’ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria e così la vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio.
vangelo
Dal vangelo secondo Luca
Ed ecco, in quello stesso giorno, il primo della settimana, due dei discepoli erano in cammino per un villaggio distante circa undici chilometri da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».
E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Undici chilometri da Gerusalemme
«Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?»: con questa domanda retorica, pieni di stupore e di ammirazione, i discepoli di Emmaus si rivolgono a Colui che «riconobbero nello spezzare il pane», il Risorto. Questo tandem di discepoli ci introduce nella celebrazione di questa domenica del tempo di Pasqua e ci ricorda che, anche noi, due millenni dopo la venuta storica di Gesù, possiamo conoscerlo personalmente: nella Scrittura e nell’Eucaristia. Uno di loro si chiama Cleopa, l’altro è anonimo. Senza mettere in dubbio l’attendibilità di un medico preciso e scrupoloso come l’evangelista Luca, ciascuno di noi potrebbe sostituire al volto di questo ignoto personaggio il proprio. E, ogni domenica, riconoscere Cristo nella Parola e nel Pane di vita.
«Nel giorno di Pentecoste», esordisce la prima lettura, offrendoci un assaggio della “prima omelia” del primo pontefice, l’apostolo Pietro. Celebreremo il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua tra un mese, ma questo brano non stona con la liturgia odierna anzi, si accorda perfettamente. Tra Pasqua e Pentecoste, tra Pasqua e l’Ascensione, la vita degli apostoli cambia completamente, subisce un’evoluzione tanto inaspettata quanto è repentino ed incalzante il susseguirsi degli avvenimenti e delle emozioni: la morte del Maestro – e che morte: crocifisso come l’ultimo degli assassini – e, quindi, la delusione perché il senso della vita – la Persona che aveva dato alle loro vite un senso – era stato loro bruscamente sottratto, la tristezza per aver perso un amico, l’Amico, uno sconforto tale da avvilire i loro cuori, da ingrigirli, da imbruttirli, da pietrificarli e da renderli increduli di fronte alla testimonianza delle donne, le prime a vedere il Cristo risorto.
Gesù dovrà apparire loro più volte in questa nuova condizione di Signore della vita, di Vivente, per sciogliere effettivamente ogni dubbio di questi apostoli che, abituati come siamo nel vederli in pose grandiose e solenni all’interno delle nostre basiliche, ci dimentichiamo essere uomini in tutto simili a noi. Perfettamente identici: capaci di slanci maestosi e di grandi meschinità; pronti a credere anche a ciò che non vedono e, un attimo dopo, immersi nella diffidenza; veloci nel promettere fedeltà fino al sacrificio della vita per cadere, «prima che il gallo canti tre volte», nelle tenebre del rinnegamento.
La Chiesa nasce nel Cenacolo, il Giovedì santo, attorno a quella mensa dove Gesù lascia ai discepoli il memoriale vivo e vero del suo Corpo e del suo Sangue. Nasce anche il giorno dopo, sotto la croce, dove Maria, Madre, Immagine e Modello della Chiesa, e Giovanni, il «discepolo che Gesù amava», figura di ogni sacerdote, sono letteralmente inondati da quel fiotto di sangue e di acqua uscito dal fianco di Cristo che salva l’umanità, che lava ogni peccato. Questa Chiesa, gloriosa nel nascere, perché esce dalle mani del Pastore buono, del Pastore bello, senza la sua guida forte e sicura è inizialmente incapace di camminare con le sue gambe: è malferma, gattona, sgambetta. Sarà lo Spirito della Pentecoste a renderla capace di essere, nel mondo, segno della presenza viva del Signore Gesù: «Dal Crocifisso Risorto nasce la speranza, dalle sue piaghe la salvezza, nella sua luce noi cammineremo Chiesa redenta dal suo amore», canta il bellissimo inno del IV Convegno ecclesiale di Verona, Chiesa del Risorto.
Così Pietro, confermato da Cristo con il dono dello Spirito Santo, si rivolge agli «uomini di Israele», un’umanità scelta e amata da Dio, ma che ha smarrito la strada, che non è più capace di riconoscere il proprio Padre, che rinnega il destino meraviglioso alla quale è stata chiamata. Pietro si rivolge anche a noi, quando dimentichiamo di essere stati chiamati da Gesù in persona, quando scordiamo che il Signore ci conosce fin dal grembo materno, ci chiama per nome ancor prima del nostro esistere. Pietro non punta il dito contro nessuno, vuole togliere dalla nostra mentalità il pregiudizio di una Chiesa che giudica e condanna senza possibilità di appello, senza scampo, senza una seconda chance. La prima omelia del principe degli apostoli non è una disquisizione sul come, dove, quando, perché e soprattutto da chi fu ucciso Gesù di Nazaret. Rivolgendosi a tutti, tutti chiama alla salvezza.
Molte volte una seconda possibilità ci viene negata perfino da coloro che più ci amano e più amiamo: i genitori, i figli, i fratelli, i fidanzati, gli amici. Il Signore, invece, è anzitutto Misericordia: Misericordia senza limiti, senza domande, senza giustificazioni; Misericordia che abbraccia tutti coloro che, in lacrime, si gettano nelle sue forti braccia; Misericordia che comprende anche ciò che il nostro cuore fatica e non riesce a capire.
«Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato»: ha risuscitato Gesù il Dio che noi chiamiamo Padre, Papà. Ha risuscitato il Figlio mandato tra noi per la nostra salvezza. Quel Figlio, quel Gesù, che era Dio. Ma che era anche Uomo. Tranne nel peccato, Uomo in tutto, come noi. Più di noi. Più di noi non perché possedesse in sé la pienezza della divinità. Ma perché possedeva – e possiede – la pienezza dell’umanità. Possiamo – dobbiamo! – credere in questo, convincerci di questo. Il Venerdì santo abbiamo contemplato – parola grossa: abbiamo guardato pieni di commozione, forse di stupore, magari anche di ribrezzo – Gesù sulla croce, agonizzante, coperto di ferite e di sangue, rigido e pallido nella morte. Un Gesù pienamente sofferente, tormentato, veramente morto tra atroci dolori. Non fermiamoci al Calvario o davanti all’ingresso del sepolcro sbarrato dalla fredda pietra: contempliamo – parola piccola: adoriamo, esultiamo, gioiamo, cantiamo, danziamo – davanti a Gesù ora pienamente felice, giovane, bello, forte, veramente risorto, glorioso ed invincibile!
Le sofferenze della vita, le amarezze del nostro quotidiano, la morte delle persone che amiamo vorrebbero escludere questa visione dai nostri occhi. Ma noi, che abbiamo «ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso», non dobbiamo arrenderci, ma credere fermamente in quel Signore che ci attende e ci garantisce, con la sua morte e la sua risurrezione, che, con Lui, vivremo per sempre, eternamente felici, eternamente beati: «Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza».
Pietro continua a parlarci anche attraverso la seconda lettura, ricordandoci che ci rivolgiamo a Dio con la più bella tra le parole, chiamandolo Padre. C’è qualcosa di più grande, di più totalizzante, di più santo di questo? È Gesù ad averci insegnato a chiamare Dio col suo vero nome, Papà. Ma, al mattino appena svegliati oppure alla Messa della domenica, molto spesso recitiamo il Padre nostro come una cantilena o una poesiola imparata alle elementari. Non ci rendiamo conto di respirare, non pensiamo ogni secondo al nostro cuore che batte: ma dovremmo pensare a quanto è bello chiamare il Signore che ci ha creati Papà!
Ogni grande dono esige grande responsabilità: essere figli dell’unico Padre, fratelli in Cristo Gesù, è la sorte più bella che ci potesse capitare. Imparare ad essere riconoscenti di questo non è comunque sufficiente: «se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio». Riconoscere il Signore come Padre significa necessariamente volergli bene, amarlo. Per i bambini il papà è tutto: “Il mio papà è il più forte di tutti, è il più bravo del mondo!”. Se potessimo parlare così bene anche noi del nostro Padre celeste! Ma non basta: dobbiamo imitarlo. Da piccoli vorremmo fare il mestiere del papà e, alcuni di noi, da adulti, ricalcano le orme paterne. Il cristiano è, anzitutto, “figlio d’arte”: “figlio d’arte” di quel Creatore che non l’ha fatto con lo stampino, ma l’ha chiamato all’esistenza unico tra mille, capolavoro inimitabile e impareggiabile.
Avere un padre famoso è un onore, ma anche e soprattutto un onere. A volte una croce. Il cristiano però non deve aver il complesso di inferiorità che caratterizza i figli di attori pluripremiati o di scienziati ricordati nelle enciclopedie. Avere Dio per Padre significa, per ciascuno di noi, collaborare all’opera della creazione sforzandoci di rendere questo mondo più bello, più giusto, più a misura d’uomo, consapevoli di vivere «quaggiù come stranieri» ma non per questo disinteressarci – leggi: fregarcene – delle vicende mondane.
Il cristiano non si rifugia in un paradiso artificiale, nel chiostro della sua mente, fuggendo dal mondo. Vive nel mondo, senza essere del mondo, cioè cercando di infondere nel mondo quello Spirito che l’ha reso figlio, quello Spirito che Gesù ha alitato dalla croce come ultimo respiro sul mondo intero, non su una cerchia di eletti, per restituire all’uomo quella vera umanità smarrita col peccato di Adamo.
“C’è un amore più grande di chi dà la propria vita per gli amici?”, chiede Gesù agli apostoli; “c’è un amore più grande di chi dona al mondo il proprio Figlio?”, potrebbe essere una risonanza di questa domanda. Siamo figli: figli di quel Papà che ha mandato il suo Unigenito nel mondo perché avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza, perché la gioia fosse in noi e la nostra gioia fosse piena. Senza avvilirci, mentre il nostro cuore trabocca di riconoscenza e stupore nel chiamare un Signore così signore Papà, la nostra anima atterrisce, trema, si commuove e si unisce al cantico di riconoscenza perché comprende che «non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ma con il sangue prezioso di Cristo». È nel sangue di Cristo che il nostro debito è stato condonato; è nel sangue di Cristo che, sulla cambiale della nostra «vuota condotta» è stato scritto “pagato”. Non con la stilografica del manager, «ma con il sangue prezioso di Cristo».
Il sangue è qualcosa di misterioso e affascinante: imparando ad eseguire i prelievi venosi, ho visto come molti siano impressionati da esso, altri non riescano a distogliere lo sguardo dalle provette che si riempiono. Mi sono anche reso conto che una quantità veramente esigua, dieci millilitri, circa due cucchiai da minestra, faccia un colossale pasticcio se versata in terra, sembrando un’enormità. Il sangue, che la Scrittura vede come la sostanza, l’essenza della vita stessa, è una realtà che il Signore non ha disdegnato di fare come propria, di assumere per noi, di versare come prezzo per la nostra libertà.
Forse Dio non ci chiederà il dono del sangue, il dono della nostra stessa vita. Ma chi è tirato violentemente per un braccio dall’amico un secondo prima di finire sotto il tram non gli dice forse: “Ti devo la vita!”? Il Signore non esige, non pretende, non toglie nulla di quanto è nostro. Ma chiede, desidera, implora. Ha mandato tra noi suo Figlio, l’ha visto morire sulla croce; è a Lui che diciamo: “Ti devo la vita!”. Nessuno di noi desidera il martirio. Ma dovremmo desiderare di mettere la nostra vita nelle mani del Padre, di affidarla completamente a Lui, di lasciare che faccia di noi quello che vuole. Perché ci vuole bene, vuole il nostro bene.
Se crediamo in questo Padre che ci chiama figli nello Spirito del suo Figlio, la nostra vita cambia. Cambia la logica, la mentalità, il pensare, l’agire. Cambia tutto. Cambia perché la nostra fede «può diventare anche la speranza in Dio», afferma una possibile traduzione dell’ultimo versetto di quest’odierna seconda lettura. Una fede che diviene «speranza in Dio» è il dono più bello che possiamo desiderare di ricevere, perché un cuore dilatato dalla speranza può fare meraviglie; è un cuore che batte allo stesso ritmo del battito del Cuore del Risorto, un cuore che fa vivere da risorti, un cuore che ama, ama, ama. E basta.
La pericope evangelica ci sorprende già dalle prime parole: «Ed ecco, in quello stesso giorno, il primo della settimana». Innanzitutto le nostre maestre ci hanno insegnato che non si possono cominciare le frasi con una congiunzione: lo può fare solo il Manzoni, o qualche scribacchino impertinente (io stesso lo faccio di continuo, l’ho fatto anche poche righe fa). E poi, sono passate due settimane dalla Pasqua, ma continuiamo a leggere avvenimenti accaduti «in quello stesso giorno, il primo della settimana», il giorno della risurrezione. Tutto questo è il senso del tempo di Pasqua: cinquanta giorni, vissuti però come un unico giorno, il giorno più bello, il giorno più vero, il giorno che non conosce tramonto e che non cesserà di udire il nostro Alleluia.
Anche questa domenica è «quello stesso giorno», anche questa domenica il Risorto si rende presente in mezzo ai suoi, in mezzo a noi! Nelle nostre liturgie stanche, nelle nostre Messe distratte, il Risorto è con noi, è tra noi! Dovremmo stupirci, dovremmo sorprenderci: «Ed ecco», esprime proprio questo dinamismo, questo nostro correre verso di Lui senza fermarci, come Pietro e Giovanni che corrono al sepolcro vuoto, come Paolo che corre verso la meta, verso il premio di ogni fatica. Dovremmo commuoverci: il Risorto è qui, «Magister adest et vocat te», «il Maestro è qui e ti chiama», chiama anche me, chiama anche te!
Ma torniamo a quanto ci riferisce Luca: non siamo più nel Cenacolo, con Tommaso e gli altri apostoli, come domenica scorsa. Ci troviamo in cammino, io, te o chiunque altro, nel mistero di quel discepolo anonimo a fianco di Cleopa, verso Emmaus, un villaggio «distante circa undici chilometri da Gerusalemme». Noi sappiamo che Gesù, nonostante tutto e contro tutti, dopo aver operato miracoli, prodigi e segni, dopo aver predicato che Dio c’è, esiste, ci ama, dopo aver spiegato cos’è il suo Regno e come ci si sforza per realizzarlo, si avvia «decisamente verso Gerusalemme». Una scelta coraggiosa, quella di cacciarsi dritto dritto nella tana del lupo. Una scelta imbecille, azzardata, stupida e assurda. Andare verso Gerusalemme significa cercare grane: il processo, la salita al Calvario, la croce, il sepolcro. Ma il Maestro ha voluto così, ed era pronto perfino a cacciare lontano da sé quel Simone che aveva chiamato Pietro, la roccia, chiamandolo in un modo meno elegante, satana, solo per aver cercato di dissuaderlo da questa idea folle, andare a Gerusalemme, andare incontro alla croce.
Quante volte le nostre strade si dirigono lontano da Gerusalemme, quante volte cerchiamo anche noi quel villaggio tranquillo, quel posto sperduto, «distante circa undici chilometri da Gerusalemme», pur di ripararci da quella città che uccide i profeti, che ha ucciso il Messia! Quante volte, stanchi della vita, stanchi di illuderci per poi, immancabilmente, patire le delusioni più grandi e più amare – leggi: star male come dei cani –, gettiamo la spugna, preferiamo ritagliarci il nostro angolo tranquillo e fuggire da tutto e da tutti, stracciare la pagina del calendario e dire: “Via, domani è un altro giorno”!
«Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo»: probabilmente siamo tutti discendenti di Cleopa e del suo amico, perché soffriamo della medesima miopia. «Autòs Iesus», «Gesù in persona», si premura di specificare l’evangelista. Alla fine di ogni giornataccia, quando nessuno sembra capirci, quando la tentazione di odiare tutto e tutti sembra prendere il sopravvento, non lasciamoci accecare dalla tristezza, dalla depressione, dalla noia, dal rancore: «Gesù in persona» è vicino a noi, sta camminando al nostro fianco. Anche se i nostri occhi non lo riconoscono, non lo vedono. Anche se, pur implorandone ardentemente la presenza, non riusciamo proprio a sentirlo presente, a credere che ci è compagno anche e soprattutto nella sofferenza.
«Si fermarono, col volto triste… “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”»: a volte il dolore paralizza ogni nostro muscolo, ci fa fermare, ci fa arrendere. Avremmo solo voglia di sparire. Vorremmo non essere mai esistiti se avessimo saputo che la vita ci avrebbe riservato prove così grandi. «Noi speravamo…»: quante volte prestiamo la nostra voce a questi due discepoli di Emmaus! Quante volte speriamo e, poi, non accade nulla; quante volte speriamo e, poi, i nostri sogni si infrangono; quante volte abbiamo così paura di sperare che preferiamo sguazzare nel nostro grigiore pur di patire l’ennesima, cocente delusione!
Arriva, però, il momento in cui riconosceremo il Pellegrino misterioso che condivide la nostra strada, l’Ospite sconosciuto che siede a tavola con noi. È Lui l’unico al quale, nonostante tutto, balbettiamo parole cariche di tristezza e speranza: «Resta con noi, perché si fa sera». Sì, Signore, non privarci della tua dolce presenza! Anche se non ti riconosciamo, anche se a volte temiamo la tua assenza, resta con noi: senza Te non possiamo fare nulla, senza Te non siamo nulla!
Allora arderà anche il nostro cuore, allora anche noi lo riconosceremo «nello spezzare il pane»: anche se siamo lontani «circa undici chilometri da Gerusalemme», o cento, o mille chilometri. Sarà un incontro che cambierà la nostra vita: la stanchezza si trasformerà in ardore, il dubbio nell’impazienza di chi vuole gridare al mondo la propria gioia. «Senza indugio», anche noi, torneremo a Gerusalemme, per dire a tutti che il Signore è vivo, che l’ho incontrato, che mi ha parlato e parla alla mia vita, che l’ho riconosciuto nello spezzare il pane e che lo riconoscerò ancora nel Pane del tabernacolo eucaristico e nel sacramento dell’uomo affamato, assetato, malato.
Maria, Madre e Regina degli Apostoli, di ogni discepolo che si mette alla sequela del Figlio tuo, aiutami a comprendere che Gesù è vivo e presente in mezzo a noi. Lui è la Via; tu, Stella del mare, non farmi smarrire la strada e mantieni il mio cammino verso quella direzione che ci indica Agostino di Ippona: «Torna al tuo cuore, vedrai allora qual è l’idea che ti sei fatta di Dio, perché nel tuo cuore è l’immagine di Dio».
Amen.
O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua
raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo,
donaci il tuo Spirito,
perché nella celebrazione del mistero eucaristico
riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto,
che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture,
e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane.
prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli
Quelli che erano stati battezzati erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
seconda lettura
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi.
Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Perché, credendo, abbiate la vita
La gioia del mattino della Risurrezione rivive, se possibile, ancora più forte «otto giorni dopo», come narratoci nell’odierna pericope evangelica. Per otto giorni la Chiesa, nella celebrazione dell’ottava di Pasqua, ha cantato Alleluia con il medesimo giubilo di quella notte che la luce del Risorto ha reso più chiara del giorno. Almeno tre i motivi di questo nostro rallegrarci nel Vivente: otto giorni dopo Pasqua il Signore appare ai suoi discepoli; otto giorni dopo Pasqua ricorreva anticamente la domenica detta in Albis, nella quale i neofiti battezzati durante la Veglia Pasquale deponevano la veste bianca, dopo aver ricevuto dal Vescovo ulteriori catechesi sulla fede e sulla vita del cristiano (periodo questo definito mistagogia); otto giorni dopo Pasqua celebriamo da qualche anno la domenica «della Divina Misericordia», istituita sotto questo titolo da Giovanni Paolo II seguendo le istruzioni affidate a santa Faustina Kowalska dallo stesso Gesù, a lei apparso come Colui che è la Misericordia.
Numerosi i motivi di gioia, dunque. Come numerosi sono gli spunti di riflessione che possiamo trarre dalla prima lettura, breve ma intensissima. La meditazione di questi sei versetti potrebbe occupare i sette giorni della settimana che oggi si apre: e sarebbe bello che ognuno di noi potesse portarli nel proprio quotidiano. Perché svelano a noi tesori inestimabili, squarciano il velo del passato e, senza possedere la macchina del tempo, ci offrono la visione della prima – della prima! – comunità cristiana.
Sono di estrema attualità i discorsi di un possibile ritorno alle origini della Chiesa: sul versante ecumenico come sul piano liturgico, spaziando per molti altri ambiti, i media tendono a presentarci un eterno combattimento tra aquile e colombe, tra conservatori e progressisti, tra Concilio di Trento e Concilio Vaticano II. Molte di queste chiacchierate sono pettegolezzi da parrucchiera: la fede è altro, tutt’altro.
Lasciamoci introdurre, allora, dalla narrazione di Luca che, nel suo libro degli Atti, descrive con poche ma sostanziose pennellate il ritratto della Chiesa delle origini. Merita ampio spazio il primo versetto, una descrizione tanto sintetica quanto magistrale di ciò che facevano «quelli che erano stati battezzati», cioè i cristiani. Una sorta di bussola della Chiesa, con i suoi quattro punti cardinali.
Il primo: «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli». Poche, semplici parole che potrebbero dare il destro a qualunque validissimo predicatore per proporre un pistolotto sul magistero pontificio, la fedeltà al Papa ed altri sacrosanti capisaldi. Mi piacerebbe, però, meditare altro, immaginare di fissare quel migliaio di volti dei primissimi che aderirono al Vangelo, che si fecero battezzare e che presero il glorioso nome di cristiani. Gente normalissima, come noi, con un lavoro, una famiglia, i piccoli piaceri e le piccole ansie di ogni giorno, le grandi gioie e le grandi preoccupazioni che, di tanto in tanto, punteggiano la nostra esistenza. Queste persone semplici ed ordinarie, udito ciò che diceva Pietro – per esempio, le parole della prima lettura di Pasqua, da noi ascoltate sette giorni fa – decidono di dare una svolta alla loro vita. Decidono di chiedere il Battesimo. E poiché il Battesimo non è la linea del traguardo, ma il blocco di partenza, essi iniziano il loro discepolato alla sequela del Maestro. Essere «perseveranti nell’insegnamento degli apostoli» significa anche leggere le encicliche del Papa, seguire i consigli del nostro direttore spirituale, partecipare alle catechesi in parrocchia o alle lectio divine del vicariato, meditare le omelie del nostro parroco. Anche, ma non solo. Sarebbe stato bellissimo conoscere Pietro, Giovanni, Giacomo, Paolo e tutti gli altri apostoli, come li conobbero i primi cristiani. Avremmo potuto unire le nostre voci alle insistenti domande di quei nostri antichi fratelli nella fede: «Com’era Gesù? Che tipo era? Era bello? Cosa diceva? Come avete capito che era il Signore? Com’erano i suoi miracoli? Avete subito creduto in Lui? E cosa vi ha convinti a credere?». E, dagli Undici, udire tutto ciò che possiamo leggere nel Nuovo Testamento: la vita, l’insegnamento, le opere, la passione, la morte, la risurrezione di Cristo. Le sue apparizioni come Risorto, la fede dei suoi vacillante all’inizio, più audace poi. In altre parole: «l’insegnamento degli apostoli» non è un corso universitario con obbligo di frequenza e firma sul libretto. Richiede anche e soprattutto da parte nostra la voglia di conoscere Gesù. E di sottoporre ad un pressante ma gioioso “tampinamento” da parte nostra quelli che degli apostoli sono i successori: i vescovi, i nostri sacerdoti. Essi sono “lì apposta” per sentirsi chiedere da noi: “Parlateci di Lui”.
Questo è il primo ed essenziale punto cardinale della bussola, una specie di “nord”. Tutti gli altri discendono come naturale conseguenza. Il secondo: la «comunione». Un termine che a noi può ricordare unicamente l’atto di ricevere l’Eucaristia alla Messa domenicale o, al massimo, il conto in banca di marito e moglie “in comunione dei beni”, appunto. L’originale greco – koinonía – suggerisce molto, molto di più: significa riconoscerci Chiesa. Nella Veglia Pasquale abbiamo detto di credere nella «comunione dei santi», in altre parole in quel “patrimonio” di grazia, di verità, di bellezza che i credenti in Cristo non solo custodiscono e venerano, ma del quale sono pure partecipi. Molti di noi oggi non si sentono “a casa” nemmeno nella propria famiglia naturale: è diffusissimo – lo noto con amarezza nelle famiglie di molti amici – un atteggiamento di autosufficienza a tutti i costi. Certo, i genitori che opprimono e asfissiano non piacciono a nessuno. Ma piacciono ancor meno quelli che se ne fregano di ogni cosa che facciamo. Come cristiani dobbiamo riscoprirci squadra – i più alla moda direbbero team o équipe! –, famiglia di fratelli. La «comunione» non sia solo la stretta di mano allo scambio della pace, ma adesione fedele al consiglio dell’apostolo: «Portate gli uni i pesi degli altri», perché nei momenti di scoraggiamento e difficoltà possiamo trovare, nel volto amorevole della Chiesa che vive nei nostri fratelli, una presenza amica e consolante, pronta a ricordarci ogni giorno della nostra vita che Gesù è Risorto per rimanere accanto a noi, per sempre.
Ci sono poi il terzo e il quarto punto cardinale: lo «spezzare il pane» e le «preghiere». Cioè la Messa e la preghiera individuale, la liturgia comunitaria e quella più strettamente personale, l’orazione della Chiesa radunata nel tempio e quella più intima nel cenacolo del nostro cuore. I martiri di Abitene affermavano: «Sine dominicus non possumus», «Senza la domenica non possiamo vivere». Sul coraggio di questi testimoni autentici del Vangelo proviamo a fondare il nostro credere. Cominciando da una partecipazione viva, mente e cuore, corpo e anima, alla Messa domenicale. E poi, “osando”: una decina di rosario in metropolitana o sull’autobus, una pagina di Vangelo quando si hanno cinque minuti di tempo libero, la Messa prima di andare al lavoro o dopo aver staccato il turno. Certi che, con una bussola del genere, non possiamo perderci.
La seconda lettura, in queste domeniche del tempo di Pasqua, sarà tratta dalla prima lettera dell’apostolo Pietro. È la predicazione del principe degli apostoli, del custode delle chiavi del Regno dei cieli; in poche e bellissime parole, leggeremo gli scritti di colui che Cristo ha posto nella Chiesa come «vicario del suo amore», come scrive Ambrogio di Milano.
Proprio per questo i cristiani vedono in Pietro il primo dei pontefici. Senza sminuire questa grande e maestosa colonna della Chiesa, mi piace immaginare questo pescatore di Galilea non tanto nella figura della celeberrima statua custodita nella basilica vaticana, men che meno quando, nelle solennità, è ornata col piviale rosso damascato e la tiara tempestata di gemme; lo vedo, invece, più somigliante ad un uomo semplice e schietto, dedito a descrivere, con ardore e trasporto, tutto quanto Gesù disse e fece, tutto ciò che il discepolo di Cristo deve dire e può fare per assomigliare al Maestro. Quanti battezzati avrà istruito su queste verità, che sono alla radice del nostro essere e dirci cristiani! Magari proprio con le parole dell’odierna seconda lettura, una manciata di versetti che si aprono con una stringata ma densissima preghiera: «Sia benedetto Dio». Perché? Perché «nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva». Quasi un cerchio mirabile e perfetto, più bello di quello disegnato a mano libera da Giotto: benediciamo Dio per una benedizione da Lui donataci e attraverso la quale possiamo noi stesso benedirlo. Una perifrasi che, forse, ci fa ingarbugliare la mente. Ma tanto bella che sarebbe ingiusto e meschino farla rimanere unicamente stampata sulle pagine del lezionario. Come calarla, dunque, nella nostra vita?
Il primo passo è già fatto: siamo battezzati. Possiamo ben dire: «Sia benedetto Dio». E, con Lui, siano benedetti i nostri genitori che, in quel giorno lontano, ci hanno portati al fonte della nostra parrocchia; siano benedetti pure i catechisti che hanno “sbriciolato” per noi le verità della nostra fede, come grandi, instancabili e formidabili “macine da mulino”; siano benedetti soprattutto i nostri preti, che ci hanno incoraggiati, sostenuti, rimproverati, assolti, con i loro meriti e i loro limiti, ma senza i quali nelle nostre chiese non ci sarebbe la presenza viva di Gesù nel tabernacolo. Dunque: “Grazie, Signore, perché mi hai donato il tuo Santo Spirito nel sacramento del Battesimo, quello Spirito che è Amore che unisce il Padre al Figlio e il Figlio al Padre, quell’Amore che mi inserisce a pieno titolo nel mistero dell’Amore trinitario”.
È un grazie doveroso. Ma non basta: è un grazie che mi impegna a testimoniare nel quotidiano la bellezza dell’essere «rigenerato», che anima lo scorrere dei giorni con «una speranza viva», «viva» perché dono di quell’Hágios ischyrós, di quel Santo così forte da spezzare le catene della morte e da ribaltare il masso rotolato contro l’ingresso del sepolcro.
Potessimo comprendere la bellezza di essere «rigenerati per una speranza viva»! «Rigenerati»: cioè rinati, chiamati ad una vita che va al di là del semplice respirare, dello stanco scorrere dei giorni. Certo: un Dio che chiede un radicale rinnovamento dell’esistenza, una reale conversione del cuore, è esigente, è «geloso», come più volte afferma Lui stesso nelle pagine del Testamento Antico. Ma è un Dio che non impone tutto questo come semplice prezzo per l’immortalità, per la felicità eterna; è un Dio che propone una vita nuova, una vita rigenerata, «per una speranza viva». Una speranza, cioè, impastata concretamente di quotidiano, che risponde ai piccoli e grandi perché del nostro vivere, che dà un senso all’amare e al soffrire. Una speranza che non cancella i problemi ma che, contro tutto e nonostante tutto, ci rende «ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove».
Sperare di quella «speranza viva» al di là e contro ogni nostra speranza delusa ed infranta dovrebbe essere l’imperativo di ogni cristiano: non perché credere nella vita eterna ci porta ad accettare qualunque disgrazia ci capiti quaggiù; nessuno di noi ama l’autolesionismo o il fachiraggio fine a se stesso. Nemmeno Cristo lo amerebbe o lo chiederebbe ai suoi. Sperare in Gesù per noi morto e per noi risorto significa dare un senso e un valore a tutte le cose secondo quel metro di misura che è il Senso per eccellenza, il Valore che eclissa ogni altro bene.
Potremmo riassumere quanto ci ha detto Pietro citando un antico testo anonimo, la Lettera a Diogneto, che il mio vescovo, Mons. Renato Corti, ama molto ricordare, soprattutto a noi giovani: «I cristiani si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. In una parola, i cristiani sono nel mondo quello che è l’anima nel corpo. L’anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. L’anima immortale abita in una tenda mortale, così anche i cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l’incorruttibilità celeste. Dio ha messo i cristiani in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare». In altre, poche, semplici parole: i cristiani sono nel mondo. Ma non del mondo. Senza disprezzarlo, anzi amandolo. Senza rivalsa, anzi con comprensione e rispetto infiniti. Senza rancori, anzi desiderando in maniera infinita e inestinguibile che tutti giungano alla felicità donataci da Cristo.
«La sera di quel giorno, il primo della settimana»: la pericope evangelica ci informa che, pur essendo passati otto giorni, il nostro Alleluia è lo stesso del giorno di Pasqua. La celebrazione di un giorno tanto importante da essere l’evento costitutivo e all’origine della nostra fede non può esaurirsi con la domenica di Risurrezione, ma deve coprire l’arco di tempo di un’intera settimana per farci capire meglio che, se la creazione del mondo in una settimana fu un’opera mirabile del Signore, ancor più mirabile è la salvezza da Lui compiuta di un mondo creato nell’amore ma devastato dal male e dalla morte.
Così il Risorto viene, non ci abbandona al nostro destino, non ci lascia soli nelle angosce del quotidiano; anzi, «mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”». Il Maestro entra anche attraverso le chiusure del nostro cuore inaridito dal pessimismo, schiude la porta sprangata da una razionalità sempre più accecata da un progresso che non porta da nessuna parte e da una vita sempre più cosificata. Il Risorto possiede le chiavi per liberarci da quel tugurio dentro il quale noi stessi ci siamo rinchiusi. Lo fa con il dono della pace, una pace «non come la dà il mondo», cioè non una semplice assenza di guerre e di angosce, un “quieto vivere” che, mediamente, risparmia capra e cavoli. No: una pace che invade il cuore, che lo trasforma, che lo scombussola fino a farlo assomigliare al Cuore del Maestro. Un Cuore che, ben lontano dall’essere pacificato, era commosso davanti alla folla, un «gregge senza pastore», partecipe della domanda di amore della Samaritana, turbato dalla morte dell’amico Lazzaro, offerto agli amici nel Cenacolo, trafitto dalla lancia sulla croce. È veramente pace la pace che ci offre Cristo? Una pace che ci riempie di domande, di perché, anche di rinunce, nello sforzo di vivere come ha vissuto Lui? Non saprei. Mi piacerebbe porre questa domanda a Tommaso che, pur assente la sera di Pasqua, ricevette il medesimo dono «otto giorni dopo», ci riferisce Giovanni.
Fu soltanto un ottuso cliché ad identificare nell’apostolo Tommaso il discepolo più diffidente, dando adito a proverbi e modi di dire che designano persone malfidenti e prevenute. Tommaso, in verità, è la figura del credente che meglio possiamo rapportare alla nostra vita di fede, al nostro essere cristiani in modo nobile ed alto. Mai soprannome fu più adatto: Didimo, dídymos, cioè gemello. Possiamo – dovremmo – veramente essere gemelli nella fede di questo grande apostolo!
La reticenza di Tommaso non può certo essere dovuta alla mancanza di amore nei confronti del suo Signore e Maestro, anzi: fu proprio la fiducia senza limiti, l’affetto onesto e sincero, a trasformare Tommaso in un uomo deluso, depresso, disilluso, quasi allergico alla presenza di Colui nel quale aveva riposto la sua fede e poi se ne era andato, si era lasciato uccidere come l’ultimo degli assassini.
Quante volte, anche noi, somigliamo all’apostolo Tommaso! Quante volte le amarezze della vita, le difficoltà sul nostro cammino di realizzazione personale, le delusioni dalle persone che amiamo, gli scontri con la malattia e la precarietà del nostro vivere formano attorno a noi una corazza con la quale cerchiamo disperatamente di difenderci, anche a costo di chiuderci in noi stessi e, così facendo, proviamo a proteggerci dai mali che temiamo, ma anche perdiamo le inevitabili occasioni di bene che possono presentarsi sulla nostra strada!
Coraggio! Cristo Risorto appare a ciascuno di noi ci dice: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano, e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Lui, il Signore per il quale e dal quale sono tutte le cose, pur Risorto non cancella dal proprio corpo i segni e le piaghe della passione; non ha depennato il male dal mondo, pulendolo con un colpo di spugna ed eliminandone i tragici effetti come gli illusionisti fanno sparire conigli e colombe. Alla prepotenza del male Gesù oppone l’onnipotenza del suo Amore senza misura, andando così all’origine di ogni motivo di sofferenza.
È sufficiente sfogliare un quotidiano o vedere un telegiornale per accorgersi degli effetti devastanti del male operante ancora oggi: penso alle guerre che travagliano non poche popolazioni del pianeta, all’ingiustizia che cancella l’uguaglianza di ogni persona e il diritto alla vita di tutti gli uomini e di tutte le donne, alle tante vittime del terrorismo, della fame, della povertà, dei tanti mali incurabili del corpo e dello spirito. Tante e tante volte l’apparire in tutta la sua potenza e prepotenza di questo mysterium iniquitatis può spaventarci al punto da farci perdere la fede.
Non sia così: il Signore ha affrontato ogni passo del nostro cammino, sa di che siamo fatti e com’è la nostra vita quaggiù. Ha condiviso ogni nostro patire, dal primo vagito a quell’ultimo respiro che accompagna l’ora più difficile del nostro esistere. Come con Tommaso, la sua parola di speranza ci invita a porre la nostra mano sulle sue piaghe, che la risurrezione non ha fatto scomparire. Sia questa la nostra certezza: Dio non è l’eterno distante, ma Colui che si fa Uno di noi per rimanere con noi in ogni momento, sia esso di gioia o di dolore.
Questa nostra vita, così bella e così meschina, mette a dura prova il nostro credo, la nostra fede in Colui che è Padre e onnipotente, ma che molto spesso fatichiamo a riconoscere soprattutto nelle circostanze in cui attorno a noi pare esserci soltanto una coltre di tenebra e di paura. La notte oscura del dubbio, dell’angoscia, del perché?, del silenzio di Dio non deve spaventarci. Prima o poi capita a tutti. Ma il credente è capace di riprendere vigore e di confessare, anche davanti al male e alla morte, la sua fede in Colui che, con giuste ragioni, posso chiamare, con Tommaso, «mio Signore e mio Dio». Un certo professor Joseph Ratzinger, insegnante di teologia a Tubingen, diceva nel 1967: «Il credente e l’incredulo condividono, ognuno a suo modo, dubbio e fede. E chissà mai che proprio il dubbio non divenga il luogo della comunicazione».
Ci aiuti e ci sostenga Maria, Madre del Risorto e Madre di un’umanità rinnovata nella risurrezione del suo Figlio. Lei, che non esitò a dire il suo sì al Signore senza ottenere in cambio sconti di sofferenze o abbuoni di preoccupazioni, ripari la fiammella della nostra fede dallo spirare sibilante del vento del dubbio, «affinché la nostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a nostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà».
Amen.
Signore Dio nostro,
che nella tua grande misericordia
ci hai rigenerati a una speranza viva
mediante la risurrezione del tuo Figlio,
accresci in noi, sulla testimonianza degli Apostoli,
la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto
riceviamo il frutto della vita nuova.
prima lettura
Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio.
Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome».
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.
E vide e credette
L’alba di un giorno nuovo è finalmente sorta. Il mattino di Pasqua, irradiato dal Sole che è Gesù risorto, è un’aurora di salvezza di cui il mondo intero e l’umanità tutta si devono rallegrare: lo splendore di questo giorno è paragonabile solo a quello dell’alba della creazione, quando il Signore trasse dal nulla le cose che sono «e vide che era cosa buona». Rallegriamoci, facciamo festa, perché è spuntato per noi l’octava dies, il giorno ottavo, al di fuori dei calcoli del tempo e della storia: un giorno che ora ci è dato di contemplare nel mistero della risurrezione, ma che condivideremo pienamente con il Vivente se sapremo credere in quella vita che non conosce la finitudine della morte e se sapremo corrispondere al rinnovamento interiore portatoci da Cristo con la sua Pasqua.
Durante i cinquanta giorni del tempo di Pasqua non ha più senso leggere come prima lettura quel Testamento da noi definito Antico proprio in quanto ne esiste uno Nuovo: per questo, invece dell’abituale lettura profetica, la Chiesa ci propone il libro degli Atti degli Apostoli, scritto dall’evangelista Luca, che ripercorre la storia della Chiesa nascente.
Il brano odierno riporta un’accorata omelia di Pietro che, dallo stesso Signore Gesù, durante l’ultima cena, aveva ricevuto l’incarico di «confermare nella fede i suoi fratelli».
Il principe degli apostoli interpreta alla perfezione il ruolo affidatogli: senza sbrodolamenti, senza retorica, senza avere come unico scopo il piacere di ascoltare le parole uscite dalla propria bocca, ci riporta a quello che è l’essenziale della nostra fede, il patrimonio a cui non possiamo rinunciare, il nocciolo del nostro credere, del nostro sperare, del nostro vivere. In una parola, Pietro ci svela il kerygma cristiano, condensandolo in cinque momenti della vita e dell’opera di Gesù: il battesimo, i miracoli, la crocifissione, la risurrezione e le apparizioni del Vivente.
Cinque istantanee del Maestro, come una striscia di fototessere. Immagini proposteci non per un’estatica contemplazione, ma come modello possibile per ogni discepolo di Cristo.
La prima fototessera raffigura il Battesimo. La solenne Veglia Pasquale racchiude, fra le sue varie parti, pure la liturgia battesimale, anche se nessun catecumeno riceverà il sacramento in quell’occasione. Dalla Pasqua scaturisce il Battesimo: la «porta dei sacramenti», come lo definisce Agostino, perché quanti sono battezzati accedono a pieno titolo nella vita della Chiesa, la famiglia dei figli di Dio. La maggior parte di noi ha ricevuto il Battesimo a pochi mesi di vita: è per noi impossibile ricordarlo. Ma è dolce e doveroso farne memoria, questo sì! Una memoria che, da ragazzi, da giovani, da adulti, da anziani, ci faccia esultare in quello Spirito ricevuto in quel giorno felice. Una memoria che non sia statica come il foglio ingiallito che nell’archivio parrocchiale testimonia quel momento, ma che si traduca nel dinamismo di una vita che dice sì al Signore ogni giorno, con il nostro parlare e con il nostro agire. Rinnovare le promesse del nostro Battesimo non significa solo cantilenare qualche rinuncio e qualche credo al momento giusto, ma anche e soprattutto rinunciare al male e alle sue seduzioni nel quotidiano, credere in un Dio che mi ama fino a morire e a donarmi la sua stessa vita anche quando intorno a me tutto parla di dolore e di morte.
La seconda fototessera rappresenta i miracoli di Gesù. Di primo acchito, vorremmo dire: “Per questo non sono ancora attrezzato: chi vuole i miracoli vada a Lourdes!”. Spingendoci un poco in profondità, potremo accorgerci di quanto poco basti per dare quel tanto di “miracoloso” alla nostra esistenza. È un poco amarognola la considerazione che è ormai un “miracolo” essere educati, salutare per primi il collega, sorridere a coloro che incontriamo, ringraziare, cedere il posto sull’autobus a un anziano, non scavalcare una coda, pagare le tasse; ma nessuno di noi è qui per uno studio antropologico. Certamente non possiamo moltiplicare pani e pesci o cambiare l’acqua in vino; a me e a tutti i medici del mondo piacerebbe ridare la vista a un cieco e guarire ogni malato già segnato dalla morte. Ma quando Cristo ci chiede di operare prodigi, ci invita a vivere come ha vissuto Lui: nella consapevolezza che il Padre ci ama. Così il nostro vivere, ancorché semplice, sarà tutt’altro che mollaccione o rassegnato. Nel banale scorrere dei giorni, praticamente uno la fotocopia dell’altro, saremo eroici senza compiere gesti straordinari, forti ma non prepotenti, miti ma sicuri. Basta poco, veramente poco. O meglio: basta scommettere tutta la nostra vita al tavolo verde del quotidiano, mettendoci tutta la passione di cui siamo capaci, nel dire al cliente il totale della spesa come nell’eseguire un intervento a cuore aperto. Allora saremo grandi, perché staremo vivendo da risorti.
La terza fototessera mostra la crocifissione. Quest’immagine ci è ben nota, nostro malgrado. Avantieri le nostre chiese nude di ogni ornamento proponevano all’adorazione dei fedeli il Crocifisso e solo il Crocifisso. Anche la mia modesta parrocchiale di campagna, negli altari spogliati, nei legni e nei marmi privi di fiori e decorazioni, nel popolo in ginocchio lì radunato, sapeva unicamente balbettare, piena di commozione e di stupore, le parole della liturgia: «Hágios o Theós. Hágios ischyrós. Hágios athánatos, eléison himás» – «Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi». Un’immagine che atterrisce, quella dell’Uomo dei dolori e dei dolori dell’uomo, quella di Cristo tra gli spasmi dell’agonia. Agonia, appunto, cioè combattimento. Una lotta che, pur dura, non termina qui.
E siamo alla quarta fototessera, che racconta la risurrezione, da considerare insieme alla quinta e ultima fototessera, che illustra le apparizioni del Risorto. Una vita nuova, una vita al di là della vita, che non è favola, bella storia narrata da quel bestseller che è la Bibbia. Gesù è l’Amico che mantiene le promesse, che tiene fede alla parola data, anche quando sull’altro piatto della bilancia c’è spazio solo per il tradimento e l’infedeltà. Pietro lo sa bene. Non deve avere la lacrima facile questo ruvido pescatore di Galilea. Eppure gli evangelisti riportano ben due episodi in cui Pietro si lascia andare: il pianto amaro dopo il triplice rinnegamento nel cortile del pretorio e il pianto dolce e sommesso alla triplice professione di fede e di amore al Signore Gesù. La Chiesa non è la comunità dei puri e degli eletti, ma la famiglia dei peccatori pentiti, dei salvati, di coloro che hanno ritrovato la gioia di vivere in Gesù, immagine dell’umanità rinnovata.
Oggi ci è richiesto il coraggio per ricominciare daccapo, affidandoci unicamente al Signore, riconoscendo che, con l’aiuto della sua grazia, anche noi possiamo vivere da risorti e testimoniare la sua grandezza.
Beati noi, se l’eterno Fotografo potrà immortalarci nelle medesime pose e regalarci, nella vita senza fine, questi ritratti!
La Chiesa di Colossi è una comunità vivace, che dona al cuore di Paolo la soddisfazione che il padre prova quando vede i figli felici, onesti, buoni. Ma il pericolo dell’errore è sempre in agguato: fin quando il Maestro non apparirà «sulle nubi del cielo, rivestito di potenza e gloria grande», la Parola fatta carne è affidata alle nostre labbra impure, il sacrificio che ci salva è celebrato da mani tremanti e fragili. Così, in quattro versetti, Paolo, concorde con l’apostolo Pietro, pone la seconda colonna dell’edificio della fede in Cristo. Anch’egli, senza perifrasi e senza orpelli, punta all’essenziale, se possibile in maniera ancor più stringata: «Cercate le cose di lassù, dove è Cristo… Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra».
Va bene andare a Messa alla domenica; va bene essersi confessati per l’odierna, grande solennità; va bene sforzarsi di non dire bugie, di non costellare il nostro interloquire con parolacce, come fossero segni di punteggiatura. Ma se il cristianesimo fosse tutto qui, assomiglierebbe tanto a un mix tra riunioni di condominio domenicali, qualche rozza seduta si psicanalisi e gli scritti di monsignor Della Casa.
Paolo – che non parla da sé, ma è la voce della Chiesa, la voce della sposa che si esprime in nome e per conto dello Sposo – vuole di più, pretende uno sforzo da parte nostra, eleva la nostra mira: «Cercate le cose di lassù». Non un’ascesi che ci estrania dal mondo, non un’apatia di chi sa costruire solo castelli in aria, non l’espressione inebetita di chi ha perennemente la testa nelle nuvole. Cercare «le cose di lassù» non significa guardare a Gesù, a Maria, agli apostoli, ai martiri e ai santi facendo spallucce e considerando mestamente: “Bello e impossibile”. Significa sforzarsi concretamente perché il cielo scenda sulla terra, perché il mondo dell’immanente e quello del trascendente non rimangano separati come l’acqua dal fuoco, ma si incontrino – si scontrino, a volte è inevitabile – e l’uno sia trasfigurato e redento dall’altro. Non è cosa da poco, ma lo sforzo non è insopportabile: il grosso del lavoro l’ha già fatto Gesù.
Cercare «le cose di lassù», in concreto, è sforzarsi di coniugare due realtà apparentemente opposte e contrastanti, la croce e la risurrezione. Le nostre chiese, per tutta la giornata del Sabato Santo, hanno custodito il corpo del Signore inchiodato alla croce, tenendo nascosta la sua presenza reale nel santo sacramento, serbando l’Eucaristia al di fuori del tabernacolo. Contemplare il Crocifisso con più attenzione e partecipazione ci ha permesso di soffermarci su particolari che, altrimenti, non avremmo notato. Uno su tutti, le due braccia della croce: una orizzontale, l’altra verticale. “Bella forza!” – dirà qualcuno – “dovevamo guardarla da vicino per accorgerci che la croce è fatta di due pali incrociati, appunto?”. Sì, sappiamo com’è fatta la croce; ma, fermandoci un attimo di fronte ad essa, potremo accorgerci che, nella nostra vita, è forse presente solo la dimensione puramente orizzontale, delle nostre abitudini, delle nostre convinzioni, di ciò che facciamo, di come ci comportiamo, di quello che vogliamo: il lavoro, lo studio, le amicizie, gli affetti, la famiglia, il divertimento. Non staremo dimenticando qualcosa? Non staremo facendo finta di non vedere l’ombra di quell’«inevitabile Ospite sconosciuto e muto», come lo descriveva David Maria Turoldo?
Così si esprimeva Benedetto XVI, a conclusione degli esercizi spirituali della Quaresima 2007: «Mi sono accorto che negli intarsi del mio inginocchiatoio è raffigurato il Cristo risorto, circondato da angeli che volano. Ho pensato che questi angeli possono volare perché non si trovano nella gravitazione delle cose materiali della terra, ma nella gravitazione dell’amore del Risorto; e che noi potremmo volare se uscissimo un po’ dalla gravitazione del materiale ed entrassimo nella gravitazione dell’amore del Risorto».
Pur consapevoli che la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio» non dobbiamo sottrarci alla ricerca di questo nuovo centro di gravità che è costituito dal Signore della storia e dei cuori. Senza gesti eclatanti, senza palcoscenico e ribalta, senza gloria – che, almeno per quanto ci riguarda è, più che altro, vanagloria – «potremmo volare nella gravitazione dell’amore del Risorto» con la semplicità di un’esistenza senza forzature e senza la ricerca dello straordinario ad ogni costo, senza la corsa all’eccesso e senza il rimpianto per ogni esperienza mancata. È lo stile del Maestro: una vita understatement, da Messia atipico; trent’anni di vita nascosta a Nazaret, tre giorni nel buio e nel silenzio del sepolcro. Camminare sui passi di Gesù spesso significa rimanere ai margini, apparire sconfitti, vivere nell’ombra. Ma Paolo ha capito: «Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria».
La pericope evangelica propostaci oggi dall’evangelista Giovanni è di una bellezza rara e sconvolgente.
Maria di Magdala, colei alla quale «molto era stato perdonato perché molto ha amato», si reca al sepolcro del suo Signore. Lo fa «quando era ancora buio»: il mattino del terzo giorno è già spuntato, ma le tenebre faticano a scomparire. È l’esperienza amara di ciascuno di noi di fronte ai grandi perché del vivere, dell’amare, del soffrire, del morire. Blaise Pascal, davanti a quel grande mistero che è la fede, mistero da cui si fece catturare dopo non pochi dubbi, considera che vi è «abbastanza luce per credere, abbastanza buio per dubitare». Così è per Maria di Magdala: non capisce, si interroga. Ma non smette di amare.
Mi vengono in mente le parole del musical Jesus Christ Superstar, dove la Maddalena canta: “I don’t know how to love Him”, “Non so come amarlo”. Piaceva molto anche a Paolo VI, questo brano. Un amore “inspiegabile” eppure così forte da portare questa donna alla tomba da cui tanti – compresi i discepoli – si tenevano alla larga, per paura di essere identificati come apostoli e fare la stessa fine di Gesù. Un gesto gratuito, in sé senza senso: la pietra rotolata contro l’ingresso cela alla vista quel corpo amato, il corpo del «più bello tra i figli dell’uomo», quel corpo che – la Sindone di Torino ne è testimonianza – era stato percosso, flagellato, coperto di sputi e di sangue. Ma ecco la grande sorpresa: «la pietra era stata tolta dal sepolcro», un sepolcro inaspettatamente vuoto.
Maria è disperata, corre dai discepoli: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro!». Parte Pietro, parte Giovanni, il discepolo amato, e corrono a perdifiato tra le strette vie di Gerusalemme, giù fino alle mura e poi, poco fuori, raggiungono il giardino di quel «ricco uomo d’Arimatea», quel Giuseppe «membro autorevole del sinedrio», per andare a vedere cosa è effettivamente successo. Giovanni, il più giovane, corre più veloce e arriva per primo, ma per rispetto al principe degli apostoli, alla roccia – così l’aveva chiamato il Maestro: e, a quel ricordo, immagino una lacrima che solca veloce quel viso adolescente – cede il passo al più anziano collega. Allora «Simon Pietro entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato posto sul capo [di Gesù] – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte».
Non vi è ancora la presenza del Risorto in mezzo ai suoi. Leggeremo di questa apparizione tra otto giorni. È piuttosto la sua assenza, accompagnata da fatti inspiegabili – un macigno pesantissimo rotolato via, le bende piegate con ordine in un luogo a parte, il cadavere sparito – a calcare la scena di questo insolito teatro della risurrezione.
Giovanni, l’apostolo ed evangelista giovane, praticamente mio coetaneo, che scrive più col cuore che con la testa, capisce subito. O meglio, si fa violenza e cerca di ricordare i battiti del cuore del Maestro ascoltati durante quella Cena, quando posò il suo capo sul petto di Gesù. Anche se «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti», Giovanni arriva a credere col cuore quelle verità irraggiungibili attraverso i sensi. «E vide e credette».
È assurdo. È inconcepibile. Saltare a queste conclusioni è irrazionale, è come un teorema senza dimostrazione, come firmare un assegno in bianco, come accettare un lavoro senza conoscere mansioni, retribuzione e orari. Come Maria di Magdala, a volte camminiamo nel buio di una caligine che, anziché svanire con il trascorrere delle ore, tende a divenire sempre più fosca. Come Pietro, come Giovanni, spesso la nostra esistenza ci conduce, con i polpacci doloranti, il cuore palpitante e il respiro corto, a una tomba vuota, al cimitero dei nostri desideri, al sepolcro delle nostre attese, delle nostre aspirazioni, delle nostre certezze.
Perché il Signore mi porta davanti a questo vuoto, cui non so dare nome? Perché mi conduce qui, dopo che gli avevo chiesto tanto, e mi sarei accontentato di tutto, tranne che di questo? Potremmo trovare milioni di parole. Oppure rimanere in silenzio – un silenzio che cioè sa stupirsi, sa contemplare, sa adorare, sa veramente tacere – davanti a quei «teli posati là», davanti al «sudario avvolto in un luogo a parte».
Non verranno gli angeli a scuotere le nostre spalle curve, ad asciugare le lacrime che solo Dio vede grondare nel silenzio di camera nostra. Non verranno gli angeli, ma proviamo ad accontentarci di quanto ci riferisce l’evangelista Luca riguardo le parole di quei personaggi avvolti in vesti sfolgoranti presso il sepolcro del Maestro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Se cerchiamo la vita, la vita vera, una vita ricca di significato, di senso, di bellezza, non dobbiamo imboccare la strada del cimitero; non dobbiamo inseguire chimere tanto accattivanti quanto vuote e finte; non dobbiamo accontentarci di una mediocritas nemmeno troppo aurea che si traduce in un lasciarsi sopravvivere. Seguiamo Colui che è vivo per sempre. «Sono risorto, e sono sempre con te»: è Lui a dircelo. Seguiamolo: non sarà facile. Ma è una grande cosa, una grandissima cosa, l’unica cosa che può renderci veramente felici.
Vorrei concludere nel modo più bello possibile, e cioè con la poesia di alcune parole che lasciano intravedere, in trasparenza, il mistero che oggi celebriamo. Sono tratte dalla preghiera conclusiva della Via Crucis scritta da Mario Luzi, “commissionata” e utilizzata da Giovanni Paolo II il Venerdì Santo del 1999. Facciamo nostra questa invocazione a Gesù, il Vivente, e chiediamo di essere esauditi per intercessione di Maria Santissima, la Madonna del Sabato Santo – così la invoca il saggio cardinale Carlo Maria Martini – che non abbandona il Figlio suo nemmeno sotto la croce, nemmeno davanti al sepolcro, e con Lui si rallegra per la gioia di una vita rinnovata e ritrovata: «Dal sepolcro la vita è deflagrata. La morte ha perduto il duro agone. Comincia un’era nuova: l’uomo riconciliato nella nuova alleanza sancita dal tuo sangue ha dinanzi a sé la via. Difficile tenersi in quel cammino. La porta del tuo regno è stretta. Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto, ora sì che invochiamo il tuo soccorso. Tu, guida e presidio, non ce lo negare. L’offesa del mondo è stata immane. Infinitamente più grande è stato il tuo amore. Noi con amore ti chiediamo amore».
Amen.
O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio,
hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna,
concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione,
di essere rinnovati nel tuo Spirito,
per rinascere nella luce del Signore risorto.
prima lettura
Dal libro del profeta Isaia
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola.Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati.Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza,non mi sono tirato indietro.Ho presentato il dorso ai flagellatori,la guancia a coloro che mi strappavano la barba;non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.Il Signore Dio mi assiste,per questo non resto confuso,per questo rendo la mia faccia dura come pietra,sapendo di non restare deluso.
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
Cristo Gesù,pur essendo di natura divina,non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;ma spogliò se stesso,assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini;apparso in forma umana,umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome;perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
vangelo
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: “Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.[…]
Farò la Pasqua da te
Siamo giunti alla domenica che apre la Settimana Santa, la Grande Settimana – come la chiamano i cristiani d’oriente – che rievoca gli eventi meravigliosi alla radice del nostro essere discepoli di Cristo, del nostro essere salvati dalle sue braccia stese sulla croce. Il colore violaceo cede il posto al rosso, simbolo di festa, gioia, amore. Amore che si dona usque ad sanguinis effusionem, fino alla effusione del sangue. Rosso come lo Spirito Santo, fuoco d’Amore, artefice e regista del sacrificio della croce, vertice di quell’amore smisurato con cui Dio si dona completamente all’uomo.
La prima lettura è il cosiddetto “terzo canto del Servo del Signore”. Sono proprio i testi di Isaia che fanno da fil-rouge durante i primi giorni della Settimana Santa, anche nelle celebrazioni feriali. Il profeta, molti secoli prima della venuta di Cristo, lancia un messaggio che il popolo di Israele faticherà a raccogliere, tant’è che anche gli apostoli arriveranno a Gerusalemme capendo poco o nulla di quel fantomatico Regno predicato dal Maestro.
Tutti noi vorremmo un dio pronto ad esaudire i nostri desideri, a vendicare i torti subiti, a giudicare e punire severamente i malvagi. Bisogno comprensibile: ricompensa ai giusti, castigo agli empi. Ma non sarebbe forse questo un dio burattinaio frustrato e frustrante che mette al fondo i suoi figli per poi paparazzarli, darli in pasto alla gogna mediatica dei rotocalchi ogniqualvolta cadano nelle miserie connesse alla fragilità dell’umana condizione? Un dio perennemente nascosto dietro il cespuglio della nostra quotidianità pronto a rilevare ogni mancanza, ogni battuta mal recitata di un copione scritto da questo regista tanto eterno ed onnipotente quanto rompiscatole?
Indubbiamente la nostra vita sarebbe più semplice: completamente decerebrati, senza pensieri, saremmo attori mediocri ridotti a far comparsate in una grottesca tragi-commedia.
Non a caso, poche righe sopra, ho scritto “dio” con la minuscola. Perché un dio così non esiste. Noi crediamo in un Signore così signore da regalarci se stesso, da offrirci una delle prerogative più alte e più nobili che esistano: la libertà. La libertà, dono meraviglioso e pericolosissimo, sublime e ingrato, ci rende artefici del nostro destino. Un Signore così signore, appunto, che lascia decidere a ciascuno di noi quale delle due strade possibili imboccare: con Dio, da Lui accompagnati mano nella mano, per rinnovare il nostro mondo a immagine di quel giardino paradisiaco nel quale Lui stesso ci aveva posti agli albori della creazione; oppure senza Dio, per fare della nostra vita un’avventura senza ritorno e trasformare tutto in un cumulo di macerie.
Chi desidera un Messia che proclama con solennità: «Ho presentato il dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba»? Chi crede in un Signore che afferma con nonchalance: «Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi»? Il dio che noi vorremmo è quello della carta di credito: un borsellino virtuale a nostro uso e consumo. Ci piace di meno un Signore che si fa uomo, come me, calandosi dentro la mia vita, fatta di luce, di gloria, di felicità ma anche e soprattutto di ombra, di terrore, di sofferenza. È un Dio che non passa solo sulla strada principale, piena di neon luminosi e locali attraenti; un Dio che abbandona gli svariati divertimentifici dove vorremmo trovarlo per aggirarsi nei sobborghi più squallidi dell’esistere umano. Un Dio che si fa carcerato, affamato, assetato, malato, umiliato, solo, incompreso, povero.
Questo è il nostro Dio: il figlio di un falegname e di una ragazza con qualche rotella fuori posto – tanto da convincere il promesso sposo ad essere incinta senza averlo mai tradito con altri uomini; un trentenne un po’ sciroccato che di mestiere fa il predicatore itinerante in una sconosciuta provincia della Roma imperiale; un povero tapino che, invischiato in guai più grandi di lui, finisce condannato a morte come l’ultimo degli assassini.
Se possediamo almeno un decimo della sua pazzia, possiamo anche provare ad imitarlo. Le indicazioni sono due, ed è il profeta Isaia a fornircele: «una lingua da discepolo» e un «orecchio attento». Non è necessario andare dall’otorinolaringoiatra, non sono varianti anatomiche che uno possiede e l’altro no; «il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo… Ogni mattina fa attento il mio orecchio». Siamo sempre al medesimo punto: è il Signore a dare, è il Signore a fare. Noi dovremmo solo essere capaci di dire, come il Servo di questo carme: «Io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro». Dio chiede unicamente la nostra disponibilità. Il resto verrà da Lui: il coraggio della testimonianza nel parlare e nell’agire, consapevoli che sapremo da Lui cosa dire e cosa fare attraverso l’ascolto continuo del Signore che, attraverso la Scrittura, la preghiera, i fratelli e le sorelle che ci circondano, renderà concreti i termini della missione da noi accettata: «perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato».
Cominciamo così, da questa Settimana Santa. E non permettiamo all’entusiasmo degli inizi di spegnersi dopo sette giorni. Il Signore chiede poco: «una parola allo sfiduciato». Non cambieremo il mondo dall’oggi al domani. Ma saremo noi i primi a stupirci della potenza incredibile che sta dietro a un sorriso offerto, a un saluto amichevole, a un abbraccio che scalda il cuore. E, forse, il mondo cambierà davvero, come l’ha cambiato quel Messia tanto strano da affermare di essere Dio e finire appeso ad un patibolo.
Chi ha la buona abitudine di pregare con la liturgia delle Ore, soprattutto con la preghiera dei Vespri, sicuramente ha sentito nella seconda lettura un testo conosciuto. Questo meraviglioso cantico propostoci da Paolo, infatti, trova posto nella salmodia proposta dalla Chiesa nel suo momento di preghiera durante i ritmi della giornata. E, probabilmente, anche l’Apostolo ha fatto un semplice lavoro di trascrizione inserendo nel castone della lettera ai Filippesi il gioiello di questo inno, che esalta insieme l’umanità e la divinità di Cristo, la condizione servile e la condizione regale del Messia.
Ricordando i principi dell’analisi del testo, che ci facevano sudare nei compiti in classe e nelle interrogazioni, pasticciando e barcamenandoci tra figure retoriche e latinismi, tra pessimismi recanatesi e sonetti di uno che amava scalare le montagne adesso note ai fanatici del Tour de France, possiamo provare anche noi a notare almeno un dettaglio di questo inno, che mi ha sempre colpito. L’inizio e la fine sono, in certo modo, uguali; al principio leggiamo, infatti: «Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio» e, al termine: «Gesù Cristo è Signore!». Se, dunque, queste due affermazioni sono identiche, perché Paolo ha inserito tra esse uno sbrodolamento di alcuni versetti? Semplice gusto di complicare la vita? Abile “gioco delle tre carte” che ci confonde le idee sull’umanità e la divinità di Gesù?
La risposta, ovviamente, è racchiusa nelle parole stesse di questa preghiera, talmente bella che, a commentarla io stesso, rischierei di fare grandi pasticci: potrei trascurare aspetti importantissimi o focalizzarmi su dettagli inutili. Allora preferisco fare esercizio di umiltà – che non fa mai male – e cedere la parola a don Tonino Bello, che fu vescovo di Molfetta dal 1982 al 1993, anno in cui morì stroncato da una brutta malattia. Grande uomo, grande vescovo, perché testimoniò sempre con la vita il Vangelo proclamato con le labbra.
«San Paolo scrive ai Filippesi e erompe nell’inno splendido che ci descrive il mistero pasquale in Cristo, cioè la discesa.
Guardate, è una V: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso…”.
Qui mi inserisco per un attimo: la nuova traduzione cei, anziché «spogliò», utilizza «svuotò». Proviamo a condurre una riflessione in parallelo: lo svestirsi riguarda un abito esteriore, qualcosa che, pur appartenendoci e con cui ci identifichiamo, è altro da noi, è fuori di noi. Lo svuotarsi indica privarsi di ciò che è all’interno del nostro essere. Veramente Cristo si è svuotato del suo essere Dio! Non solo perché nell’Uomo dei dolori crocifisso sul Calvario possiamo vedere il pallore del volto, il grigiore delle occhiaie, le coste che segnano il torace nella fatica dello spasimo: si è svuotato del suo essere Dio, ha accettato di farsi uomo, di faticare, di sudare, di piangere, di soffrire, di morire! Perché? Per trasmettere a noi la natura divina, per donarci la sua stessa vita, perché possiamo vivere con Lui, per sempre. Torniamo alle riflessioni di don Tonino:
Ecco lo spogliarsi! Noi amiamo vestirci, invece; noi indossiamo!
“Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato…”. Ed ecco l’asta della V che s’innalza: “E gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù è il Signore”. Ecco il mistero pasquale. Questa è la logica della croce. Che discesa! Si è fatto uomo. Che carriera! Si è fatto ingegnere, diciamo noi dei nostri figli. Lui si è fatto uomo! […]
Che cosa significa partecipare al mistero della Croce? Peccato che sia troppo alta, e peccato anche che noi non possiamo vederla dal di dietro, questa croce. Ma dietro c’è un posto vuoto: c’è il posto per noi.
Essere cristiani significa che da una parte è inchiodato Gesù, e dietro ci facciamo inchiodare noi: come è successo a Maria.
Non c’è da aver paura. Quando sopraggiunge la disperazione, basta dare una voce a Gesù che sta dall’altra parte: “Gesù, sei qui?”. E il Signore risponde: “Non aver paura, non ti ho abbandonato”.»
Andando a Messa, al momento del Vangelo sentiremo la lunga e solenne lettura della Passione del Signore. Qui ho preferito porre soltanto l’inizio della meravigliosa pericope evangelica, perché da esso intendo estrarre alcuni spunti di riflessione. Direi che, in questi versetti offertici dall’evangelista Matteo, sta il segreto per vivere bene questa Settimana Santa, per viverla come piacerebbe al Signore. «Per fare un po’ di compagnia a Gesù», come direbbe in toni romantici e forse un po’ troppo devozionali e stucchevoli san Jean Marie Vianney, il curato d’Ars. Ma non è poi così melenso condividere qualche mezz’ora, durante queste giornate, con un Dio che lava i piedi ai suoi apostoli, che è tradito da uno degli amici più cari, che è catturato come l’ultimo dei delinquenti, che passa una notte in carcere quasi fosse un assassino, che è oltraggiato, sbeffeggiato, schernito, percosso, condannato a morte ed ucciso.
«I discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?”»: ogni domenica abbiamo ascoltato il Maestro parlare dall’ambone delle nostre chiese. Ha parlato di un Dio che ci ama, che possiamo chiamare Papà; ha detto che una vita diversa, migliore, è possibile, se sapremo cambiare rotta, se avremo la capacità di convertire il cuore, se saremo capaci di chiedere ed offrire il perdono, di dare e ricevere amore. Ora Lui chiede una risposta, seppur timida e ridotta al minimo sindacale, da parte nostra.
«Dove vuoi che prepariamo per te?»: dove vuoi che ti accogliamo, Signore? Abbiamo riconosciuto in Te l’Invitato più importante alla festa della nostra vita: ora indicami il posto che fa per me alla grande e sterminata mensa del mondo. Fammi capire come calare concretamente nel quotidiano il mio aggiungere un posto a tavola per Te: fa’ che non riduca il mio essere cristiano tra i banchi della chiesa parrocchiale, ma dammi il coraggio di portarti a chi ancora non ti conosce o fa finta di non conoscerti, in famiglia, a scuola, al lavoro, al cinema, al pub, all’ospedale. Senza atteggiamenti plateali, senza numeri da circo. Ma attraverso una vita generosa, onesta, solidale con il mio prossimo.
La risposta di Gesù non si fa attendere, perché è Lui stesso a mandare i suoi discepoli da «un tale», cioè una persona senza volto e senza fisionomia, di cui Matteo non ci dice nemmeno il nome. Credo che l’evangelista desideri che ognuno di noi si identifichi con questo ignoto padrone di casa, cui il Maestro rivolge queste bellissime parole: «Farò la Pasqua da te».
Il nostro tempo tende a far finta di niente nei confronti di questa solennità che è il centro e il cardine di tutto l’anno liturgico, di un tempo scandito dai singoli eventi della vita di Cristo. Le nostre città vivono molto di più l’atmosfera natalizia, quando si colorano di luminarie e abeti addobbati. A Pasqua, invece, ci sono solo uova, leprotti, pulcini e gallinelle a colorare le vetrine. E rischiamo di perdere il senso autentico di questa festa – di più: di questo avvenimento – che è l’essenziale del nostro essere cristiani.
Pensiamoci bene: se in altri momenti dell’anno la liturgia permette alcune “deroghe” in merito allo scorrere del tempo – per esempio, in quelle due settimane abbondanti che costituiscono il tempo di Natale, contempliamo il Dio Bambino nella mangiatoia di Betlemme e, poco dopo, il Messia trentenne battezzato al Giordano – in questa Grande Settimana non ci sono “sconti” di questo tipo: le celebrazioni del Triduo, da giovedì alla notte tra il sabato e la domenica di Pasqua, ci accompagnano a fianco di Gesù ora per ora, minuto dopo minuto. Sarebbe un peccato, pur tra gli inevitabili impegni lavorativi o legati a un momento di vacanza o rimpatriata familiare, perdere un’occasione del genere, lasciare che questi tre giorni non cambino almeno un po’ la nostra vita e si ripetano stancamente, come accade in tutte le altre cinquantuno settimane dell’anno, cioè ritmati da lavoro, attesa frenetica del weekend e conseguenti preparativi, serate di venerdì e sabato più o meno folli, domenica pomeriggio a spasso con gli amici o con la fidanzata: tutte cose, in sé, non cattive. Ma che devono cedere il passo a qualcosa – a Qualcuno – di più importante.
«Farò la Pasqua da te»: ora sta a noi saper scorgere questo Invitato silenzioso e per nulla rompiscatole, che non questiona sui cibi preparati o sulla disposizione delle posate a tavola. Liberi da ogni formalismo, senza timore di avere vicino il Signore, accettiamo la sua compagnia per questi giorni così significativi. L’evangelista Matteo non ci riferisce se lo sconosciuto proprietario del cenacolo divise la mensa con il Maestro e i discepoli, se effettivamente partecipò alla cena pasquale che, nella religione ebraica, è un vero e proprio atto di culto compiuto tra le mura domestiche. A me piace pensare di sì, contemplando la figura di questo conoscente del Messia avvolto nell’ombra dell’anonimato. Al suo volto possiamo sostituire il mio, il tuo. Perché, in verità, quelle parole meravigliose sono rivolte a me, a te: «Farò la Pasqua da te». Adesso sta a noi dire al Maestro se abbiamo voglia di ospitarlo alla tavola della nostra vita.
Ci aiuti a decidere e a mantenere la parola data Maria, donna forte ai piedi della croce. Lei, che ha dato alla luce «il più bello tra i figli dell’uomo», ci aiuti a riconoscere l’Uomo dei dolori nei dolori dell’uomo, di ogni uomo che incontriamo nella nostra vita. Lei, Madre addolorata e Madre consolata e consolante, ci faccia vivere nel raccoglimento e nella devozione questi giorni santi, per portare Cristo in tutti i nostri giorni.
Amen.
O Dio onnipotente ed eterno,
che hai dato come modello agli uomini
il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,
fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce,
fa’ che abbiamo sempre presente
il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della resurrezione.
prima lettura
Dal libro del profeta Ezechiele
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio.Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce».
Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là».
Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: «Dove l’avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».
Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Signore, vieni a vedere!
Siamo talmente vicini alla Pasqua del Signore che già sembra apparire all’orizzonte il Sole del giorno ottavo, quel Sole che è il Risorto e che illumina la notte della morte rendendola più chiara del giorno. Eppure la strada ha bisogno di essere ancora percorsa nei suoi ultimi, decisivi tratti: l’ingresso in Gerusalemme, la città santa «che uccide i profeti», il memoriale dell’Amico che dona la vita per i suoi amici celebrato nel cenacolo prima e sul Calvario poi, il silenzio solenne e carico di stupore del sabato santo, giorno del riposo del Signore e del miracolo della vita che risorge. Coraggio: è il momento di aumentare l’incedere perché la festa prossima ci trovi tutti innocenti, tutti riscattati. Prima, però, fermiamoci un poco a Betania, in quella casa dove Gesù trovava l’affetto e la simpatia dei suoi amici Marta, Maria e Lazzaro.
La prima lettura, costituita da soli tre versetti, ci offre la conclusione di una solenne visione del profeta Ezechiele, di quella pagina del suo libro nota come la profezia “delle ossa inaridite”. Oggi non ci viene proposta l’intera vicenda, che forse ascolteremo partecipando alla Veglia di Pentecoste, dove questa costituisce una delle possibili prime letture. In breve, davanti ad una landa desolata ricoperta di scheletri, il profeta assiste alla risurrezione di questi: dapprima le ossa si ricoprono di carne, per ritornare poi persone nell’integrità delle fattezze e nella perfezione dei lineamenti e, infine, il Signore infonde in esse il suo Spirito di vita per rianimarle e richiamarle alla vita.
L’odierna prima lettura è il “commento a margine” di questa visione, completo in se stesso nei toni lirici e grandiosi della profezia. Senza mezze misure, senza sussurri, senza tatto e diplomazia, Dio annuncia per bocca di Ezechiele: «Io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe».
Vi sono due possibili reazioni di fronte a queste parole, escludendo l’indifferenza di chi si lascia scivolare tutto addosso e non ascolta nulla di quanto gli viene detto. La prima è l’incredulità, mista ad un certo grado di ironia: “Sì, certo, siccome l’istinto di sopravvivenza è molto forte, non riusciamo a rassegnarci all’idea di morire e abbiamo bisogno di un Dio che ci prometta la risurrezione. Ma se ci penso con razionalità son tutte balle: si vive una volta sola, purtroppo oltre la ghiaia del cimitero non c’è più nulla. Almeno ci fosse qualcosa!”.
C’è poi una seconda reazione possibile, quella dello stupore che, in certa misura, riesce e vuole credere a quanto detto dal Signore: “Ma dai! Veramente? Non ci credo! Troppo bello per essere vero! Finalmente una buona notizia!”. Ovviamente ognuno di noi è come la tavolozza di un pittore, dove tra i colori non vi sono muri di separazione ed è possibile che l’uno si mescoli con l’altro, creando una girandola di sfumature: per cui l’incredulità può cambiarsi in fede, la certezza può attraversare momenti di sospetto.
Credo di interpretare il pensiero di scettici e credenti, però, quando riconosco almeno questo apprezzamento da fare al Signore: Lui parla della morte. Eccome se ne parla. La Scrittura è piena di riferimenti in tal senso, tant’è che la troviamo subito all’inizio, dopo aver sfogliato qualche pagina, nel tragico omicidio di Abele da parte di Caino. Oggi, invece, della morte non vogliamo parlare. Ci fa paura: questa non è una novità, da sempre l’uomo ha avuto paura della morte. Ma in un’epoca come la nostra, dove l’efficienza è la migliore della qualità, soprattutto se accompagnata dalla bellezza, dalla salute, dalla perfezione a tutti i costi, si vuole mettere al bando tutto quanto è scomodo: per cui, via dai discorsi la malattia, la morte, tutto quanto di spiacevole può capitarci. È la lezione dello struzzo, che mette la testa sotto la sabbia quando è spaventato credendo, povero tapino, che i problemi si risolvano così, che gli ostacoli spariscano solo perché non riusciamo più a vederli.
Nel meraviglioso libro dei Salmi, dove si riflette sopra tutte le dimensioni dell’uomo, non poteva mancare la riflessione sulla morte. In particolare, mi piace ricordare il Salmo 89, dove si dice: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo». Statisticamente parlando, l’incipit di questa frase assomiglia sorprendentemente – se consideriamo i millenni che ci separano dal salmista – alla più moderna delle indagini sull’aspettativa di vita, che è di circa ottant’anni, appunto (un paio in più per le donne, alcuni in meno per gli uomini). Ma ci colpisce l’amarezza del ragionamento: «Quasi tutti sono fatica, dolore». Già: potremmo vivere per centinaia di anni; ma se questi fossero secoli di tristezza, apprezzeremmo così tanto la vita?
Chi di noi non ha mai formulato, almeno nella mente, il pensiero rivolto, nel suo ultimo scritto, da un giovane suicida all’abbé Pierre: “Se dobbiamo morire, perché vivere? Se dopo la morte non c’è niente, a che serve la vita?”. Non so se e cosa il celebre religioso francese abbia risposto. Credo che ognuno di noi, interrogato nell’intimo da questo ingombrante e gelido punto di domanda, debba trovare la risposta da sé. Certamente facendo fatica. Certamente pensando a quanto di bello ci è capitato, a quanto di buono abbiamo potuto fare, ai piccoli e grandi trionfi di cui siamo stati protagonisti. Certamente ricordando tutti quelli che abbiamo amati e ci hanno lasciati.
Piccolo particolare: nella sbadataggine ho omesso una delle frasi che concludono il già citato Salmo 89, da molti già preso in odio per la mestizia delle sue parole. Me ne scuso. Eccole: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore». Forse il segreto sta veramente tutto qui.
Ancor prima di credere alla vita eterna, che il Signore Gesù è venuto a donarci, pagando il salatissimo prezzo della croce, dovremmo “credere alla vita terrena”. Se ci accontenteremo di “assaggiare la vita”, di “spiluzzicare la vita”, di “rosicchiare la vita”, non potremo apprezzare il dono più grande ed inestimabile della vita eterna. Solo gustando i frutti saporosi della vita di quaggiù potremo cercare di intuire ciò che ci aspetta in Paradiso. Solo centellinando col contagocce ogni istante che ci è stato riservato in questa vita e sfruttandolo in pienezza, mossi dalla passione, dall’amore, dalla voglia di fare, potremo in certo qual modo guadagnare l’ingresso in quella vita oltre la vita.
Scrivendo ai cristiani di Roma, l’apostolo Paolo ci aiuta a riflettere, come al solito, prendendo una coppia di realtà contrarie, due “gemelli diversi”: oggi è la volta del binomio carne-spirito, poi esplicitato in morte-vita.
Quando Paolo dice: «Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio», non intende demonizzare la vita terrena. Quell’accezione così negativa del termine carne vuole compendiare in sé tutto quanto di negativo ci allontana dallo spirito, quello spirito che è vita in pienezza, vita per eccellenza.
Jovanotti, nel suo ultimo successo, si fa interprete del pensiero paolino, utilizzando parole e musica più accessibili alle nostre orecchie e più immediatamente comprensibili. Non me ne vogliano i teologi e non mi censuri la Congregazione per la dottrina della fede! Eppure nella canzone Fango trovo una bella definizione di ciò che Paolo definisce come carne: «La città è un film straniero senza sottotitoli, una pentola che cuoce pezzi di dialoghi: “come stai quanto costa che ore sono che succede che si dice chi ci crede allora ci si vede”, ci si sente soli dalla parte del bersaglio e diventi un appestato quando fai uno sbaglio, un cartello di sei metri dice: “è tutto intorno a te” ma ti guardi intorno e invece non c’è niente».
L’accozzaglia delle cose che riteniamo utili, se non addirittura indispensabili, rischia di occupare talmente tanto spazio all’interno del nostro animo da non far rimanere il posto nemmeno per uno spillo. Il Signore sta alla porta e bussa – ci ricordano le parole misteriose e bellissime dell’Apocalisse – e, magari, da parte nostra c’è pure la volontà di spalancargli l’uscio: ma che figura faremmo, non riuscendo a farlo entrare e tenendolo sulla porta, in piedi? Quale ospite tornerebbe da noi dopo tale trattamento?
Quando Dio si presenta a noi come il Signore della vita, cioè come la pienezza delle cose, il fine di tutto, il senso e la misura del mio esistere, e dico di credere in Lui, potrebbe suonare il citofono di casa mia un suo cherubino particolarmente addetto all’economato – e qui riguadagno il consenso dei teologi che tanto amano riferirsi all’economia della salvezza – e chiedermi: “D’accordo, credi in Dio e nella sua potenza che ti ha chiamato alla vita e ti dona la vita eterna. Ma, se dovessi fare una scala di valori, una graduatoria, quale posto occuperebbe il Signore?”. In maniera ipocrita potremmo rispondere, di getto e come fosse un copione imparato a memoria: “Il primo, ovviamente! Ma sono domande da fare?”. Se un minimo di onestà intellettuale si impadronisse per un attimo della nostra lingua e del nostro cervello, chiederemmo tempo per compilare una lista ragionata, faremmo accomodare il cherubino ragioniere nel salotto buono, gli offriremmo un caffè e, armati di carta e penna, cominceremmo a scrivere, in ordine diverso a seconda delle nostre convinzioni: serenità e affetto in famiglia, rispetto e fiducia dagli amici (possibilmente tanti), salute per me e per i miei cari, un posto di lavoro che paghi il portafoglio e l’autostima, due settimane al villaggio-vacanza, … Insomma, più che una lista di cose a cui tengo, poco a poco il mio elaborato assomiglierebbe ad un elenco di desideri più o meno realizzabili, dalla polo a righe che ho visto in una vetrina su cui ho lasciato l’appannatura con l’alito come i bambini di fronte alla pasticceria, alla tanto piccola quanto bella automobile che tutti gli italiani vorrebbero in garage (naturalmente color bianco perlato, un optional al modico prezzo di mille euro). Il Signore delle cose, della storia, dei cuori, prima o poi comparirebbe in questa classifica dell’utile e del futile? Le cose penultime si degnerebbero di cedere il passo alle cose ultime? O la cornice, per quanto bella che sia, si mangerebbe il quadro che c’è dentro?
«Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi»: magari il cherubino, dopo aver finito il caffè, ci salverebbe dalla vertigine di piaceri e desideri che si è impadronita di noi proprio con queste parole dell’apostolo Paolo. Noi forse ce lo dimentichiamo, ma il Battesimo ci ha resi figli nel Figlio attraverso quello Spirito donatoci dal Padre. Uno Spirito che (contrariamente al detto proverbiale: “Non si può vivere di Spirito Santo!”) compendia in sé tutte le dimensioni del vivere: ma del vivere davvero, senza lasciarsi accecare da realtà in sé non cattive ma che, ricercate come unico scopo della vita, una volta fuggite o passate o mai arrivate, lasciano solo un disgustoso senso di amaro in bocca.
Jovanotti nel suo già citato singolo non parla solo di fango, ma anche di cielo. E ci aiuta a cercare quello che lo Spirito che abita in noi vuole che accumuliamo nel tempio del nostro cuore: «Il profumo dei fiori, l’odore della città, il suono dei motorini, il sapore della pizza, le lacrime di una mamma, le idee di uno studente, gli incroci possibili in una piazza, e stare con le antenne alzate verso il cielo […] il coraggio di innamorarsi […] il battito di un cuore dentro al petto, la passione che fa crescere un progetto […] la voglia di svegliarsi e di alzarsi e di smettere di lamentarsi». Tutte grazie da chiedere in questo tempo di Quaresima, e che il Signore non ci farà mancare.
Le lunghe pericopi evangeliche proposteci in queste tre ultime domeniche non cessano di esercitare il loro fascino nonostante la comprensibile difficoltà di “tenere il passo” dell’evangelista Giovanni, che in quanto a “polmoni da teologo” ha il fiato necessario ad una maratona, mentre noi arranchiamo dietro al discepolo prediletto dal Maestro, col fiatone e i crampi ai polpacci.
Ma dopo i numerosi chilometri percorsi in queste settimane, dal pozzo di Sicar in Samaria alla piscina di Siloe a Gerusalemme, ora ci separa un tragitto breve da Betania, da quella casa che tante volte ospitò il Maestro, la casa degli amici di Gesù: Lazzaro, Marta e Maria. Tre fratelli uniti dalla convivenza nella medesima abitazione e dall’affetto verso quell’Amico che, tante volte, ebbero il piacere e la grazia singolare di accogliere entro la propria dimora.
L’amico non è solo il compagno di osteria, la spalla per le battute di spirito, un collega di bravate e divertimento; è anche e soprattutto un consiglio fidato, un parere disinteressato, un fazzoletto grande quanto il nostro pianto, un abbraccio che dice quanto ci si vuol bene. È assolutamente normale, dunque, che le sorelle Marta e Maria si siano rivolte a Cristo quando il fratello Lazzaro abbia bisogno di Lui: «Signore, colui che tu ami è malato». Maestro buono, molte volte invochiamo il tuo nome al capezzale dei nostri amici. Non lo facciamo per superstizione, non ti mettiamo nella lista dei possibili rimedi, non ti consideriamo l’ultima spiaggia: vogliamo semplicemente la tua compagnia dolce e rassicurante per quanti attraversano la strada oscura ed accidentata della malattia. «Signore, colui che tu ami è malato»: vieni presto, non indugiare, visita i nostri malati, asciuga le loro lacrime e dona salute e consolazione a quanti sono feriti nel corpo, nella mente, nel cuore, nello spirito.
La vicenda si ingarbuglia in un gomitolo di tredici versetti in cui i soliti apostoli-specializzandi dibattono col divino Primario l’ennesimo caso clinico-teologico. E a noi sembra inspiegabile questo indugiare di Gesù, questo perdersi in questioni e dibattiti apparentemente aerei e fumosi, mentre il suo amico affronta l’ultima battaglia. In fondo, Lazzaro vorrebbe solo la stretta di quella mano che il Canone romano straordinariamente descrive come santa e venerabile (ma a noi importerebbe poco di quanto santa e venerabile sia: è la mano di Uno che ci vuole bene!), poter mettere gli occhi negli occhi del suo migliore amico. Quest’ultimo desiderio non viene esaudito. Non per cattiveria. Non perché Lazzaro è solo una pedina sulla scacchiera dei miracoli di Gesù. Ma perché la sua «malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Ad ognuno di noi Cristo dice: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate».
«Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro»: e non fu certo piacevole vederlo come l’ultima volta, al tavolo, mentre Lui e Lazzaro parlavano del più e del meno, Maria, come al solito con le mani in mano, le braccia attorno le spalle del Rabbì, paga solo della presenza di quell’amico così caro, e Marta tutta affaccendata nel preparare i piatti preferiti di Gesù, per consumarli poi tutti insieme, in quella casa dove Cristo trovava riposo, amicizia, confidenza, pace, dopo le poetiche “fatiche apostoliche”, che si concretizzano in maniera più prosaica nell’annuncio del Regno, nei miracoli, nell’ostilità dei farisei, nei dubbi di quanti lo circondavano, apostoli compresi, nella fede meschina che voleva solo prodigi. Il rancore di Marta fu forse mitigato dalle lacrime: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Quante volte, Amico fedele, invochiamo la tua presenza e restiamo apparentemente inascoltati! Quante volte, proprio perché confidiamo nella tua forza che salva, vorremmo la guarigione di chi amiamo, la soluzione di un problema più grande di noi, il soccorso nella prova: e, proprio Tu, taci. Taci di un silenzio crudele. Neghi una presenza che, sola, mi donerebbe conforto, speranza nel domani, un motivo per andare avanti. Ma non ci sei. «Signore, se tu fossi stato qui…». Perché non sei arrivato in tempo?
«Tuo fratello risorgerà», risponde energicamente il Maestro. «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno», continua accondiscendente Marta, che credeva nella vita oltre la morte. “Certo, Signore” – sembra dire questa donna, che rappresenta ognuno di noi di fronte a Cristo – “so bene che risorgeremo, ma perché mio fratello se n’è andato così presto? So che «nell’ultimo giorno» ci rivedremo, ma è una realtà così lontana da me, così astratta che, mentre il cuore crede, la mente ancora dubita”.
Gesù vuole rispondere alle nostre domande. E lo fa cancellandole con una soluzione incontrovertibile: «Io sono la risurrezione e la vita». «Io»: “Se vuoi vivere davvero, se vuoi vivere per sempre, se vuoi vivere nel senso più alto e più bello del termine, vieni a me, spera in me, credi in me. Il resto non ha importanza, non guardare alla vita che sembra sparire, non guardare alla morte che ci chiude gli occhi e ci rende inanimati”. «Credi questo?»: Cristo lo chiede all’amica, lo chiede a ciascuno di noi. E, ottenuta la professione di fede della razionale Marta, manda a chiamare la più sensibile ed emotiva Maria. Anche lei rimprovera l’assenza di Gesù, e quel rimbrotto balbettato tra le lacrime commuove profondamente il Rabbì.
«Signore, vieni a vedere!». Tu, che molte volte ci hai detto: “Vieni e vedi, ti mostrerò la via della salvezza, ti farò conoscere la felicità che rende nuove tutte le cose”, ora taci, per favore, e obbedisci a me. «Vieni a vedere», tocca i miei limiti, le mie debolezze, la mia finitudine, il mio dolore, la mia morte. Vieni, ti prego, vieni presto. E «Gesù scoppiò in pianto». Non avevamo bisogno di questa prova per sapere quanto ci vuol bene. Ma il suo pianto ce lo ricorda e ci fa vedere quanto sia vicino a noi anche nel baratro dell’angoscia.
Ora non c’è più spazio per gli interrogativi: una tomba sbarrata da una pietra, un cadavere che «manda già cattivo odore», una fede che vacilla un istante prima del miracolo. Colui che ci dona la vita eterna già da ora, attraverso il Battesimo, Colui che risusciterà un giorno i nostri corpi mortali, richiama alla vita Lazzaro: «Vieni fuori!». È ancora un po’ rauca di pianto, ma è la Voce che fa tacere le bufere e placare i flutti del mare: e «il morto uscì».
Maria, Donna della vita nuova, facci udire le parole rivolte da Marta alla sorella: «Magister adest et voca te», «Il Maestro è qui e ti chiama». Sì: il Figlio tuo ci chiama alla vita, alla vita vera, alla vita colma di senso e di significato. Ora sta a noi rispondergli, con la povertà del nostro vocabolario. Certi che si accontenterà di un sì: non certo forte e sicuro come il tuo, forse un poco timoroso, ma pieno di voglia di vivere, qui, ora, sempre, con Lui, che è la nostra vita e la nostra speranza.
Amen.
Eterno Padre, la tua gloria è l’uomo vivente;
tu che hai manifestato la tua compassione
nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro,
guarda oggi l’afflizione della Chiesa
che piange e prega per i suoi figli morti a causa del peccato,
e con la forza del tuo Spirito richiamali a vita nuova.
prima lettura
Dal primo libro di Samuele
In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato.
Quando fu entrato, egli vide Eliab e chiese: «È forse davanti al Signore il suo consacrato?». Il Signore rispose a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo vede l’apparenza, il Signore vede il cuore».
Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripetè a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge». Samuele ordinò a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto.
Disse il Signore: «Alzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.
seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.
Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto [da coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà».
vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?». Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Và a Sìloe e lavati!” Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come può un peccatore compiere tali prodigi?». E c’era dissenso tra di loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età, chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi. Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
Il Signore vede il cuore
«Protesi alla gioia pasquale, sulle orme di Cristo Signore», come proclama l’inno dell’Ufficio delle Letture per questo tempo di Quaresima, siamo ormai giunti alla metà di questo momento così forte ed incisivo di preparazione alla Pasqua. In questa quarta domenica di Quaresima, la Chiesa abbandona per un attimo il paramento violaceo per rivestirsi con il colore rosaceo, simbolo di penitenza già tinta con i toni della misericordia. E le letture sembrano proprio invitarci a vedere tutte le cose con occhi nuovi, con colori nuovi: perché la Pasqua segni un effettivo passaggio dall’oscurità alla luce, dalle tenebre della sfiducia allo splendore dello gioia.
Dopo Adamo ed Eva, dopo Abramo, dopo Mosè, il nostro viaggio ideale tra i primi capitoli della storia della salvezza ci fa incontrare Davide: il più famoso tra i re d’Israele, dalla cui discendenza il popolo dell’antica alleanza attende il Messia.
Siamo abituati, nelle miniature dei codici medievali, a vedere Davide con la corona in testa e la cetra fra le mani, quasi a suggerirci la composizione da parte di sua di molti tra i più bei salmi; ricordiamo Davide, poi, impegnato nella lotta impari con il gigante Golia, e dal suo trionfo sono molteplici le lezioni da ricavare: il valore dell’umiltà, l’importanza del raziocinio, la diffidenza nei confronti di un istinto animalesco che deve essere domato dalla ragione.
Eppure facciamo fatica a ricordare l’episodio raccontatoci dall’odierna prima lettura: l’elezione di Davide quale re d’Israele. Storicamente parlando, fu uno dei punti più critici nella storia del popolo eletto: i suoi re provenivano dalla tribù di Beniamino. Davide, invece, appartiene alla tribù di Giuda: con lui questa casa acquisisce il prestigio regale figura della gloria del Messia, che nascerà dalla sua discendenza.
I toni della vicenda, per ora, sembrano da società araldica: si è parlato di case regnanti, di troni, di elezioni, di successioni. Anche Samuele, sacerdote, giudice e profeta, chiamato direttamente dal Signore nel suo tempio, probabilmente non immaginava in Davide l’uomo che avrebbe unto come re. Compito affidatogli da Dio era quello di trovare il nuovo monarca e consacrarlo tale. Come fare? Sarebbe stato il Signore a guidarlo, a suggerirgli il suo eletto. E, infatti, Dio gli dice: «Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re».
Benissimo: i giochi sono praticamente fatti! È sufficiente recarsi a Betlemme – anche se un re che viene dalla terra di Giuda non sarebbe stato conforme ai canoni – e bussare alla porta di Iesse. Il quale, capito il destino di uno dei suoi figli, li convoca. Tra tutti spicca il primogenito, Eliab: un pezzo di ragazzo, di alta statura, dal fisico imponente; sicuramente prestante, valoroso, un ottimo condottiero. Un eccellente candidato al trono, in poche parole.
Il Signore, però, non sembra di quest’idea: «Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Ancora una volta, le strane graduatorie di Dio ci spiazzano, ci lasciano senza parole. Le regole disarmate e disarmanti con cui il Signore sceglie i pezzi della sua scacchiera non sembrano rispondere all’umano metro di misura.
Come suo ambasciatore presso il faraone avrebbe dovuto scegliere un uomo dalla lingua tagliente come spada, un avvocato ante litteram che, con l’abilità del suo eloquio, convincesse l’Egitto a lasciar partire gli ebrei. E, invece, chi sceglie Dio? Mosè, uno che, per carità, è stato allevato dalla figlia del faraone e quindi conosce gli intrighi di palazzo però… C’è un però: balbetta. Un handicap pesante per un avvocato, direi.
Molto dopo, al tempo in cui il popolo d’Israele ha bisogno di uomini di governo, di equi ed imparziali amministratori di giustizia, i giudici, appunto, ci aspetteremmo la scrivania dell’Altissimo invasa di curricula provenienti dalla casta sacerdotale, da famiglie che da generazioni studiano la legge mosaica. E, invece, chi sceglie Dio? Gedeone, un outsider piazzato così in fondo nella classifica che nessuno aveva pensato a lui: è il minore dei figli della famiglia più povera della tribù. Quali studi aveva alle spalle? Quali frequentazioni con i dottori della legge?
Quindi, secondo queste valutazioni, gli ebrei sono rimasti in Egitto perché Mosè non è riuscito a spiccicare nemmeno una parola davanti al faraone. E l’ignoranza di Gedeone ha mandato in malora il regno d’Israele per i suoi giudizi affrettati e superficiali. Credo proprio che se andiamo a leggere la fine di queste storie nel libro dell’Esodo e in quello dei Giudici avremo una bella sorpresa.
«L’uomo vede l’apparenza, il Signore vede il cuore»: non riusciamo nemmeno a conoscere fino in fondo noi stessi; figuriamoci quale può essere il nostro giudizio sugli altri! C’è una verità che, se ci soffermassimo sopra, sarebbe così agli antipodi del nostro ragionare da scandalizzarci: Dio conosce il nostro cuore meglio di noi; Dio ci è più intimo di noi stessi. Solo Lui sa quello che c’è veramente nel nostro cuore, nel nostro animo. Perché? Perché è per noi Papà.
Così Davide, il più piccolo tra i figli di Iesse, talmente giovane e mingherlino da non essere stato nemmeno convocato al cospetto di Samuele, perché considerato fuori gara, viene fatto chiamare. «Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto»: l’estetica vuole la sua parte, ma la descrizione sembra più quella di un fotomodello piuttosto che di un monarca, di un comandante di eserciti. Eppure il Signore non ha dubbi, e subito si rivolge a Samuele: «Alzati e ungilo: è lui!».
Una delle innumerevoli grazie da implorare per questa Quaresima è l’umiltà del cuore, il saperci affidare completamente nelle mani di Dio, senza sapere cosa Lui vorrà fare di noi. Non è facile: esige fiducia – cioè fede – senza misura; grande onestà e capacità di accettazione una volta che il disegno del Signore – attraverso modalità più o meno misteriose: sarà Lui a farcelo capire – si è reso manifesto; saper portare le proprie responsabilità, di fronte a noi stessi, a Dio, agli altri. Un programma di vita. Ma, come tutte le grandi cose, è sufficiente iniziare dal primo passo. Quelli successivi, con l’aiuto di quello spirito del Signore che, letteralmente, «irruppe» nella vita di Davide, verranno da sé.
Paolo si rivolge alla Chiesa di Efeso. Non genericamente, pensando al vescovo e ai presbiteri di quella città, alla vita che in essa si svolge, ai suoi abitanti in ordine alfabetico, come sull’elenco telefonico. Paolo parla ai battezzati. A coloro, cioè, che in virtù del sacramento ricevuto, sono stati incorporati in una nuova famiglia, più grande, più bella, più nobile: la famiglia dei figli di Dio. Pensare al nostro Battesimo, del quale non abbiamo memoria perché avvenuto a pochi mesi dalla nostra nascita, deve essere un passo importante, fondamentale, nel nostro cammino di Quaresima. In antico, questo era il tempo che precedeva immediatamente la ricezione del Battesimo, conferito solo durante la solenne Veglia di Pasqua. I catecumeni – cioè i candidati al Battesimo – dopo un periodo di preparazione che durava alcuni anni, vivevano la loro ultima Quaresima da uomini “vecchi” secondo alcune tappe, domenica dopo domenica: l’iscrizione del nome nel catalogo di quanti avrebbero dovuto ricevere il Battesimo a Pasqua, tre scrutini – cioè ulteriori verifiche della loro preparazione e delle loro motivazioni –, la consegna delle preghiere del Padre nostro e del Credo che, a loro volta, avrebbero dovuto riconsegnare alla comunità, cioè recitare davanti all’assemblea dei fedeli. Non come poesie imparate a memoria, ma dopo aver meditato ogni parola, dopo aver fatto scendere ogni frase nel proprio cuore, nella propria mente, nel proprio vissuto, dopo aver accettato ogni formula.
Paolo parla ai battezzati, dunque. E cosa dice a loro, cosa dice a noi? «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore». La tenebra e la luce: due realtà esattamente agli antipodi, l’una il contrario dell’altra. L’apostolo non dice: “un tempo eravate tiepidi, ora siete caldini”, oppure “un tempo vivevate in un bilocale con i vostri genitori, ora pagate l’affitto per un monolocale tutto vostro”. La tenebra e la luce stanno così all’opposto che l’una non sopporta l’altra, non è veramente possibile un compromesso, una via di mezzo, una fusione tra le due. Dobbiamo riconoscere nel Battesimo una linea di confine tra un prima e un dopo, tra un uomo vecchio e un uomo nuovo, tra una vita che era scorrere pigro dei giorni e una vita che si proietta nell’eternità.
Quel Signore che vede il cuore, che conosce i nostri desideri, le nostre aspirazioni, i nostri limiti, i nostri pregi, le nostre mancanze, ci ha chiamati per nome, ci ha fatti diventare figli nel suo Unigenito Figlio. Una figliolanza che, in modo tristissimo e miserabile, molte volte non siamo capaci di trasferire dal registro degli atti di Battesimo alla nostra vita di tutti i giorni. Un’eredità tanto grande e preziosa che noi buttiamo alle ortiche, lasciandola ingiallire su un foglio vergato da una grafia più o meno bella, dalla firma del parroco, dal timbro della nostra parrocchia.
Scopriamo l’importanza dei timbri quando ritiriamo il diploma, facciamo il rogito per l’abitazione appena comprata, presentiamo domanda ufficiale in questa o quella occasione. Non basta la carta semplice – come se fosse realmente semplice un foglio immacolato costato una quindicina di alberi –: è necessaria la carta bollata. Cos’è la carta bollata? Un foglio che costa al nostro portafoglio decine di euro di marche da bollo e molti ma molti più euro per il timbro e la firma del notaio.
Il Signore ci ha già timbrati. Con un timbro tanto prezioso che, se avesse voluto chiederci qualcosa, sarebbe stato imbarazzato Lui e saremmo stati in difficoltà noi. Nel Battesimo e nella Cresima Dio ha posto su di noi il sigillo del suo Spirito, con l’unzione crismale. Un marchio indelebile che ci rende suoi, con cui ci riconosce tra mille, che ci ha resi suoi figli. Un’impronta – non a caso lo Spirito Santo è chiamato “dito della mano destra di Dio” – che arde nel nostro cuore e brilla di luce incomparabile. Così nella nostra anima splende quella Luce che ci rende «luce nel Signore».
Ecco cosa voleva dire Paolo. Con il Battesimo, l’uomo vecchio, l’uomo di prima, non esiste più: via la sua mentalità, via la sua logica di calcolo e tornaconto, via il limite del suo ragionare secondo il mondo. Un bel repulisti che fa spazio alla buona notizia del Vangelo, alla logica delle beatitudini, al ragionare solo con il metro dell’amore: in altre parole, quello che Paolo chiama «il frutto della luce», che «consiste in ogni bontà, giustizia e verità».
Il Battesimo – che anticamente era chiamato illuminazione – ha messo nei nostri occhi una luce così splendida e forte da non riuscire a vedere null’altro se non la Luce stessa. Molte volte facciamo fatica a tenere lo sguardo fisso nel Sole di Pasqua, in Cristo risorto: la sua luce è gradevolissima, ma preferiamo chiudere gli occhi per vedere tante altre cose, che piacciono a noi, che preferiamo. Perché sono più facili, (pare) appagano immediatamente i nostri desideri, non complicano la nostra vita. Apriamo gli occhi. Con coraggio. Anche se lo splendore iniziale ci abbaglia e c’è un attimo di fastidio. Perché mettendo gli occhi negli occhi di Colui che è la Luce, avremo trovato la felicità tanto sospirata.
Questa è forse una delle pochissime domeniche durante l’anno in cui la pericope evangelica è costituita da un intero capitolo del vangelo: ed è tanto ricca, suggestiva e immaginifica – in una parola: bella – da poterla meditare per un’intera settimana. Dalla prima parola all’ultima scaturiscono una molteplicità di riflessioni: ci soffermiamo su alcune, ma lettura dopo lettura il nono capitolo di Giovanni si rivelerà un tesoro inesauribile.
«Gesù passando»: Cristo attraversa le strade del nostro vivere. Già questo merita attenzione: ce ne stiamo accorgendo? Ne avvertiamo l’importanza grande? Forse no. Ma non sembra una mancanza così irreparabile agli occhi del Maestro, perché è Lui ad accorgersi di noi: «Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita». Come con la donna di Sichem, l’evangelista non ci rivela il nome del cieco nato: io posso essere la samaritana, io posso essere questo cieco. Cristo viene per me.
La vista di un cieco che mendica ai lati della strada può suscitare una marea di commenti: “Poverino!”, “Guarda l’ennesimo falso invalido!”, “Vediamo se ho qualche spicciolo nel portamonete”, “Vai a lavorare!”. Può pure lasciarci indifferenti: non stiamo a guardare ogni dettaglio che ci circonda – e, in questo, siamo un po’ ciechi anche noi. I discepoli assomigliano a degli arroganti e supponenti specializzandi di un reparto ospedaliero: non vedono l’uomo, vedono il caso clinico. Meglio, il caso teologico: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Forse – sottolineo: forse – la visione della malattia come castigo di Dio è ormai superata. Lo spero e me lo auguro: è impossibile credere in un dio tanto crudele e meschino. Ma persino gli apostoli, che Gesù aveva scelto dopo una notte di preghiera – quindi immagino una scelta accuratissima! –, stentano a staccarsi da questo pregiudizio. Cristo ammonisce loro e rassicura noi: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma perché in lui siano manifestate le opere di Dio».
Per quel cieco di Gerusalemme, «le opere di Dio» furono un miracolo che convertì lui, portò scompiglio tra i farisei, aggiunse l’ennesimo capo d’accusa per Gesù. Forse «le opere di Dio» non si fermarono alla cronaca riportataci dalla pericope evangelica, ma continuarono nel segreto del cuore di quanti assistettero al prodigio. Non è detto che «le opere di Dio» siano le medesime per tutti. Anzi, non è affatto vero. L’unica certezza che abbiamo è che non le conosciamo. C’è il malato che guarisce, c’è quello che soccombe; c’è lo sfiduciato che riprende coraggio, e quello che si abbatte giorno dopo giorno; c’è chi è solo e, prima o poi, trova l’amore, e chi lo attende senza intravedere nulla all’orizzonte. Il disegno del Signore, la gran parte delle volte, ci appare sfocato e indistinto: non riusciamo nemmeno a capire se lo stiamo guardando nel verso giusto o se lo fissiamo a testa in giù. Ma Lui ci vede bene. Non dobbiamo mai smarrire questa convinzione, che nasce dalla fede in Dio.
Senza troppe parole, senza effetti speciali – senza che il cieco gli avesse chiesto qualcosa! – Gesù opera una singolare liturgia e compie il miracolo: il cieco «andò, si lavò e tornò che ci vedeva».
Il primo incontro è con chi lo vedeva tutti i giorni seduto nella stessa posizione, con la mano tesa e il palmo aperto a chiedere l’elemosina, con chi lo conosceva perché ormai il cieco faceva parte dell’arredo urbano di quella strada: la reazione è di stupore per alcuni, di incredulità per altri. Il cieco vede ma gli occhi del cuore faticano ad aprirsi. Cristo è scomparso dalla scena: ha toccato gli occhi del cieco, lo ha sanato. Ora la palla è nella nostra metà campo: siamo noi a doverci incamminare, più o meno lentamente, più o meno con ardore, verso di Lui. Gli inizi sono timidi: il cieco nato riferisce che a guarirlo è stato «l’uomo che si chiama Gesù» e, quando gli chiedono dove sia ora, risponde: «Non lo so».
Poi arrivano i farisei, con la loro fede fatta di norme, prescrizioni, divieti, passi della Scrittura mandati a memoria e rigore da far invidia ai generalissimi. E, infatti, cominciano a disquisire sul nulla: sul miracolo compiuto di sabato che vìola la legge del riposo e che, quindi, non è un miracolo perché compiuto da un peccatore, sul peccato del cieco che, indubbiamente, c’era, era visibile a tutti sotto forma della sua malattia, sul peccato di Gesù che «non osserva il sabato». Pian piano il cieco comincia a vederci bene anche con il cuore, mentre gli altri chiudono progressivamente gli occhi del loro spirito. Davanti alla miopia dei farisei, il cieco nato dice di Gesù: «È un profeta!».
Vengono chiamati in causa anche i genitori che, davanti alla minaccia di essere espulsi dalla sinagoga – una sorta di “scomunica” che escludeva non solo dalla partecipazione alle funzioni religiose, ma anche e soprattutto dalla vita della comunità, una specie di esilio – si tirano indietro e dicono: «Ha l’età: chiedetelo a lui!», lasciando solo quel figlio divenuto ancor più scomodo di quando non vedeva.
Il processo continua, viene chiamato a deporre ancora il cieco. «Da’ gloria a Dio!», intimano i farisei. Per loro, dar gloria a Dio significherebbe ammettere che quel Gesù è un peccatore, viene dal demonio, è l’ennesimo cialtrone. Il cieco nato, invece, si esibisce in una lezione magistrale di teologia da far invidia a qualsiasi docente di dogmatica. Innanzitutto propone ai farisei di diventare discepoli del Maestro. Accortosi che dall’altra parte c’è diffidenza, prova a convincerli dell’inadeguatezza della loro presunta sapienza: come, proprio loro, che sanno la Bibbia a memoria, non sanno riconoscere in questo prodigio un segno di Dio? Anche i farisei commettono lo stesso errore dei sacerdoti e dei dottori della legge alla corte di Erode: sapevano che il Messia sarebbe nato a Betlemme. È il Signore in cui credono: ma non muovono nemmeno un passo di quel cammino di pochi chilometri che li separava dalla Salvezza fatta carne.
Ormai la frittata è fatta: il cieco ci vede benissimo, con gli occhi della carne e con gli occhi della fede, mentre i farisei sono sempre più accecati dalla loro presunzione e dalla concezione di una fede fatta solo e soltanto di norme e prescrizioni. Così quel cieco, definito con disprezzo come uno «nato tutto nei peccati», viene cacciato dalla comunità. Ma a lui non importa più nulla: corre da quel Rabbì che lo ha guarito, gli rivolge la sua professione di fede – «Credo, Signore!» – e gli si prostra innanzi.
Il Signore Gesù tocca ciascuno di noi e toglie il velo che obnubila gli occhi del nostro cuore. Sta a noi decidere di aprirli. Sta a noi aprirci a Lui che, con dolce insistenza, chiede di entrare nella nostra vita: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Dobbiamo solo avere il coraggio di dargli retta, di ascoltarlo, di chiedere direttamente a Lui maggiori dettagli su cosa vuole da noi, su Chi è veramente. E sarà Lui a svelare la sua identità con le parole bellissime: «Lo hai visto: è colui che parla con te».
Maria, tu non hai bisogno del divino Oculista: i tuoi occhi della fede vedevano dieci decimi quando il Signore chiese il tuo sì. Non possiamo dire altrettanto di noi, per questo domandiamo la tua intercessione. Quando siamo miopi, e non riusciamo (e non vogliamo) vedere al di là del nostro naso, spingi il nostro sguardo all’orizzonte infinito di Dio, che ci permette di riconoscere la vocazione a cui Lui ci chiama. Quando siamo presbiti, e ci perdiamo nel bicchier d’acqua della nostra realtà quotidiana, donaci quel senso pratico di cui è impastato tutto il Vangelo ed è come il lievito che, nel segreto e nella descrizione, anima la farina del nostro vivere. E non dimenticare di donarci un bel paio di lenti a contatto rosa, come il colore di questa domenica: per considerare ogni cosa che ci capita alla luce di quella Luce che ci guida alla gioia vera, alla vita senza fine.