La speranza è aspettare qualcosa di bello dal Signore
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I fratelli edoardo e antonia I loro ricordi di Albino sono privi di retorica, semplici. Parlano solo di cose vissute |
Un viaggio a Canale d’Agordo, nei luoghi dell’infanzia di papa Giovanni Paolo I, accompagnati dai suoi due fratelli Edoardo (Berto) e Antonia (Nina) Luciani. Il papà socialista, la fede della mamma, il lavoro nei campi. E poi la partenza di Albino per il seminario. Quando tornò a Canale da vescovo, disse ai suoi paesani: “La speranza è il sorriso della vita cristiana. La speranza vuol dire aspettare. Noi cristiani siamo gente che aspettiamo qualche cosa di bello, qualche cosa di straordinario dal Signore...” di
Stefania Falasca inviati di
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“Chi cercate?”. La voce burbera del maestro Berto sbuca da dietro la catasta di legna ammonticchiata per l’inverno. Non è certo tipo da convenevoli il Berto. Sotto il sole, nel bel mezzo dell’orto, fa cenno di aspettare scrollandosi la terra di dosso. Ottantacinque primavere portate come un soffio. Come le sanno portare sulle spalle i montanari di quassù, gente di carattere, temprata e schiva. “Venite... preparo un caffè, la Nina sarà qui a momenti”. Berto e Nina, li chiamano. Sono Edoardo e Antonia, i fratelli di Albino Luciani. Dicono che è un regalo questo sole di oggi. Il mattino s’è affacciato da queste alte montagne col più limpido dei suoi azzurri. È davvero una bella sorpresa per questa stretta conca della valle del Biois dove i raggi passano quasi sempre furtivi. Anche per Nina questa giornata è un regalo. Torna a casa dopo una lunga assenza. Eccola che arriva dalla vecchia strada dei carri. Il passo cauto, come conviene ai suoi ottantadue anni. S’avvicina passando sotto a balconi rossi di gerani, tra stradine assediate dalle case e dal fieno dei tabià. Canale d’Agordo, il paese natale dei Luciani, è tutto qui. Non è che un pugno di case. Una piazza, una scuola, la chiesa, la canonica. È solo un punto sulla carta geografica, ma è un punto di partenza e di arrivo ben tracciato sul palmo di una mano, quella, che in quel giorno d’agosto del ’78, dal balcone di piazza San Pietro, s’è levata proprio come l’aprirsi di una bella giornata. A Canale, quel 26 di agosto, avevano suonato le campane fino a notte fonda. Le avevano suonate a lungo anche quando, vent’anni prima, don Albino era ritornato qui rivestito delle insegne episcopali. Anche allora, con la stessa semplice familiarità, si era rivolto alla sua gente iniziando con le stesse parole piene di sorpresa: “Chi l’avrebbe mai detto che in questa chiesa, a Canale, dove io sono nato, dove ho giocato fanciullo, dove, durante le vacanze, mi avete visto lavorare colla falce e col rastrello; in questa chiesa dove ho fatto la prima comunione, sono stato chierichetto, cantore; dove sono venuto a confessare le mie birichinate ed i miei poveri peccati; chi l’avrebbe mai detto che oggi sarei comparso con queste insegne a pontificare. Io sono il piccolo di una volta, io sono colui che viene dai campi, io sono la pura e povera polvere. Se qualche cosa mai di bene salterà fuori da tutto questo, sia ben chiaro fin da adesso: è solo frutto della bontà, della grazia, della misericordia del Signore”.
“Io sono il piccolo di una
volta”
Vicolo Rividella 8. Questa è la casa natale di Giovanni Paolo I. Una
modesta abitazione, come altre. Ha continuato ad abitarla sempre suo fratello
Berto, il maestro della scuola elementare del paese, tirandoci su i suoi dieci
figli. Humilitas, il motto episcopale adottato da Albino Luciani, quando
nel 1958 Giovanni XXIII gli affidò la sede di Vittorio Veneto, avrebbe potuto
essere anche il motto familiare dei Luciani. È la prima impressione entrando in
quest’ambiente lontano da ogni ostentazione e rivestito della più ordinaria
normalità. I loro ricordi sono privi di retorica, semplici. Parlano solo di cose
vissute. “Noialtri siamo nati tutti qui” dice Nina, accomodandosi in un angolo
accanto alla vecchia stufa, “proprio qui, nella stua, la stanza più calda
della casa. Oggi la casa è diversa da quando noi eravamo piccoli, perché il
Berto ha dovuto adattarla alle esigenze di una famiglia numerosa, ma la stua,
anche se rimodernata, è rimasta”. “Era questa” dice “il centro della nostra vita
familiare: qui c’era il letto dei genitori, qui si passava la maggior parte del
tempo. Noi da piccoli si giocava lì, accanto ai fornel”. “Il papà”
racconta “era quasi sempre a lavorare all’estero. Come tanti del paese aveva
questa necessità. I soldi non c’erano. Non c’era lavoro. Si era costretti a
emigrare. È stato emigrante in tanti Paesi. In Germania aveva lavorato come
operaio specializzato negli altiforni. Lì era venuto in contatto con i
socialisti e aveva anche aderito ai movimenti dei sindacati tedeschi”. “Sa
perché nostro fratello si chiama Albino?” interviene Berto: “È stato il papà a
mettergli questo nome. A ricordo di un ragazzo bergamasco, suo compagno di
lavoro in Germania, che aveva visto morire in un altoforno”. Una foto dell’epoca
ritrae Giovanni Luciani seduto insieme ad altri emigranti davanti a una
fabbrica. “Guarda un po’ qua...” dice con bonaria ironia Berto, mostrando la
foto alla sorella, “te la ricordi questa? Con la pipa e questi baffoni sembrava
Stalin...” scoppiano a ridere. “Che era di idee socialiste, è vero, però”
riprende Nina. “A quel tempo i socialisti erano gli unici a occuparsi delle
condizioni degli operai, come poi fece la Dc dopo la Seconda guerra mondiale.
L’Albino ha sempre conservato la lettera con cui il papà, scrivendogli dalla
Francia, dove si trovava in quel momento a lavorare, gli diede il consenso per
entrare in seminario: “Spero che quando tu sarai prete”, c’era scritto, “starai
dalla parte dei poveri, perché Cristo era dalla loro parte”. Quella lettera la
teneva sempre con sé nel portafoglio. Anche quando era patriarca a Venezia.
L’avrà portata anche a Roma”. “Quando ci venne restituito il suo portafoglio
però dentro non c’era” ricorda Berto; “c’era solo l’immaginetta di san Leopoldo
Mandic´, al quale era molto affezionato, e una foto della mamma”. Già. La mamma.
La Bortola Tancon. Anche nell’ultima udienza generale, quella del 27 settembre,
l’aveva ricordata... “L’Albino ricordava sempre come l’Atto di carità
glielo aveva insegnato la mamma” dice Nina. “La mamma è sempre stata un faro per
lui. Spesso iniziava le sue omelie dicendo: “Sulle ginocchia di mia madre ho
imparato...”. A noialtri il catechismo l’aveva insegnato lei, magari quando ci
lavava o ci vestita al mattino o ci metteva a letto la sera. Ci aveva insegnato
così anche tutte le preghiere. Sapeva tutto il catechismo di Pio X a memoria.
Era una donna di grande fede. Semplice, ma anche di gran carattere. Quando
l’Albino entrò in seminario gli disse queste parole: “Guarda, io son contenta
che tu vai, ma non devi farti riguardo di me, ricordati che sei libero. Se non
ti trovi, non star lì a pensare, torna subito a casa. Meglio un bravo ragazzo
che un cattivo prete”. Però a noi la sera, quando ci faceva dire la preghiera
per le vocazioni, ci faceva sempre aggiungere: “E pel vostro fradel
specialmente””.
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Questa foto è di Albino quand’era bambino? “Sì, una delle poche che abbiamo, ma da lì” commenta Berto “non si vede mica che caratterino aveva da piccolo... Cattivo no. Solo che non era proprio capace di star fermo un minuto, ne faceva di tutti i colori. Non passava giorno che la maestra non mandasse a chiamare la mamma per le birichinate che combinava a scuola. La maestra diceva sempre alla mamma: “È il più bravo, ma è anche il più vivace”. Nina, tu non puoi ricordare, perché eri ancora troppo piccola, ma io ricordo come per l’Albino s’è accesa la scintilla, se possiamo dire così, della vocazione: per un tiro di fionda. Sì, proprio per un tiro di fionda. La fionda era quella di padre Remigio. Un frate cappuccino venuto a predicare a Canale per la Quaresima. Un giorno, questo frate, prese alcuni di quei ragazzini che facevano i chierichetti, tra cui mio fratello, e chiese loro di accompagnarlo alla chiesetta di Garés. Lungo la strada mostrò a questi come si tira con la fionda. Sapeva centrare con abile maestria bersagli lontanissimi e quei ragazzini rimasero incantati. L’Albino ne era rimasto affascinato. Quando, conclusa la Quaresima, il frate si preparava a tornare in convento, chiese a loro: “C’è qualcuno di voi che vuole venire con me?”. Si fece avanti l’Albino e rispose pronto e deciso: “Io! Io voglio venire!”. E sarebbe andato veramente se il nostro parroco non avesse detto di aspettare. Se non l’avesse trattenuto”.
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Fu don Filippo Carli, il parroco, a indirizzarlo, poi, verso il seminario... “Sì, ma prima di entrare in seminario l’Albino ne combinò un’altra delle sue” risponde Nina. “Ancora oggi in famiglia, ci capita di ridere ripensando a quando, per colpa della mucca, l’Albino rischiò l’iscrizione al seminario...”. E come andarono le cose? “Don Filippo” racconta, “vista l’intelligenza del ragazzo, pensò di fargli saltare la quinta elementare per iscriverlo direttamente al ginnasio, al seminario minore di Feltre. Durante l’estate, però, gli chiese di studiare. L’Albino al mattino andava in canonica a prendere lezioni da un maestro, e al pomeriggio andava al pascolo con la mucca. Un giorno aveva portato con sé, nel darlìn, nello zaino, il quaderno delle lezioni. Ma al pascolo c’erano anche altri ragazzini e lui si distrasse per giocare. Il fatto è che nello zaino, oltre al quaderno, c’era anche un pezzetto di polenta e un po’ di formaggio. La mucca, forse attratta dal sale contenuto nel formaggio, infilò la testa nello zaino e mangiò non solo il formaggio, ma anche tutto il quaderno. Come fare adesso a portare i compiti al maestro... Lo accompagnò la mamma. Il maestro gli disse: “La mucca ha mangiato i compiti e l’Albino non va più in seminario”. Mio fratello scoppiò in lacrime. Disperato. Allora il buon don Filippo gli mise la mano sulla testa e disse: “Va là, che di quaderni ce ne sono ancora, e ti in seminario te ’ndras lo stes””. “Il 17 ottobre 1923, giorno del suo undicesimo compleanno” ricorda Berto “nostro fratello salì sulla corriera che portava a Feltre. Non era un autobus, ma un piccolo autocarro residuato di guerra. L’Albino sorrideva, era contento”. “La nostra mamma, è vero, è stata un esempio” dice Nina, “ce le ha trasmesse lei tutte le cose essenziali della religione. Ma se l’Albino è diventato il prete che era, lo deve, in buona parte, a don Filippo”.
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Alla scuola di don Filippo
Dalla casa natale dei Luciani alla chiesa corrono poche centinaia di
metri. È proprio sulla piazza, la chiesa di San Giovanni Battista. Una semplice
pieve di montagna, antica come ce ne sono altre disperse nelle valli dell’Agordino.
Ma basta leggere la targa affissa all’entrata, per sapere che da qui sono
usciti, oltre al noto gesuita padre Felice Cappello ed altri nomi illustri della
Chiesa, ben tre padri conciliari che parteciparono al Concilio Vaticano II.
Entrando, sulla destra, c’è il fonte battesimale dove, il 19 ottobre 1912,
Albino Luciani è stato battezzato. Ad un tiro di sasso dalla chiesa, la
canonica. È qui che negli anni del seminario, tornando a casa per le vacanze, il
seminarista Luciani divideva il suo tempo. “Don Filippo... che prete!” esclama
Berto, mentre si dirige verso la canonica. “L’Albino ne parlava sempre con
grande affetto: “Mi sono formato alla sua scuola” diceva, e gli era
riconoscente: “È stata una benedizione, una fortuna averlo avuto””. Di fatto
negli anni in cui don Filippo Carli è stato arciprete di Canale ci fu un fiorire
di vocazioni. Albino e gli altri ragazzini, compagni di seminario, si
ritrovavano nella canonica, dove il parroco, seguendoli con occhio vigile e
discreto, andava sempre assegnando loro dei compiti. Ad Albino toccò anche
quello di riordinare la biblioteca. Lui lo fece. E catalogò con pazienza,
diligentemente, oltre mille volumi. Opere classiche, teologiche, testi antichi e
rari. Nella biblioteca della canonica c’è ancora il quaderno del catalago
compilato da Albino Luciani. Sfogliandolo, si leggono ancora i sunti e le note
appuntate allora dal giovane chierico. “La sua passione per i libri è nata qui”
afferma Berto. È in quegli anni dunque che Luciani si andò acquistando quella
vastissima cultura che possederà poi con tanta padronanza senza mai farne
sfoggio. “In questo” dice Berto “è stato aiutato anche dalla sua formidabile
memoria. Citava passi, a volte pagine intere, di opere latine, letterarie, testi
letti in ginnasio o in liceo, come fosse la cosa più naturale del mondo”.
Ricorda Nina: “Don Filippo diceva all’Albino: “Tu però diventerai prete...
quando parlerai dal pulpito, pensa alla vecchietta che sta in fondo al paese...
Guarda che ti deve capire anche lei!..”. La semplicità nel parlare l’Albino l’ha
imparata da lui”. “E anche nello scrivere” aggiunge Berto. “Il parroco faceva
spesso scrivere articoletti ai giovani chierici su Il Celentone,
il nostro bollettino parrocchiale, e insegnava loro ad avere uno stile
immediato, essenziale, fatto di immagini e di esempi. Diceva loro: “Non dovete
perdervi in aspetti secondari per il vostro compiacimento. Quello che conta è
solo la salvezza delle anime””.
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“L’Albino” continua “ha poi scritto
tanti articoli, soprattutto per L’Amico del popolo, il settimanale
della diocesi di Belluno. Erano molto apprezzati. Ma non li firmava mai.
Cominciò a farlo più tardi, mettendo però solo una sigla: Dal”.
“L’Albino” ricorda Nina “diceva spesso: “Anche con la penna si può far tanto del
bene”. Francesco di Sales, il patrono dei giornalisti, era uno dei suoi santi
preferiti”. “Da don Filippo però” aggiunge ancora “aveva appreso anche un altro
aspetto: il forte senso della responsabilità per quelli che gli erano affidati.
Di fatto, poi, all’Albino hanno sempre consegnato cariche importanti di
responsabilità. Sapeva avere la mano ferma all’occorrenza, unita a una grande
fiducia in Dio. Una fiducia incrollabile in Quel di sopra. Come diceva la
mamma. E con questa fiducia accettava e sapeva portare anche grossi pesi e
grossi dispiaceri”. “Mi ricordo quando era a Venezia” racconta Nina. “Per lui,
quello è stato un periodo molto duro, per i contrasti e le situazioni che doveva
affrontare. Io andavo spesso con la mia famiglia a trovarlo. A volte lo sentivo
dire: “È tutto un ribalton nella Chiesa”. Gli mostravo, allora, la mia
angoscia di saperlo in mezzo a tante croci e a tanti dolori. Lui però mi
incoraggiava e mi ripeteva: “Stai tranquilla, Nina, stai tranquilla... perché è
il Signore che guida la Chiesa. Lui c’è sempre”. E aggiungeva: “Quello che è
stato tradizione per secoli rimane e ritorna, sempre”. Anche a Roma, quando
ricevette noi familiari in udienza privata, disse con sicurezza la stessa cosa:
“State tranquilli, come lo sono io”. Suor Vincenza, la suora che lo ha seguito
da Vittorio Veneto a Roma, mi ricordava, quando avevo modo d’incontrarla, le
parole che sentiva ripetere più spesso da mio fratello: “Le verità della fede le
ho imparate da bambino, sono rimaste le stesse, sono sempre le stesse, e non
sono cambiate da quando sono diventato prete a ora. Ed è questa Parola di Dio,
che è immutabile, che dobbiamo proclamare, non la nostra””.
“Però adesso” dice Nina “mi piacerebbe ritornare su in Val Garés. Lì, da
giugno a settembre, si andava a falciare l’erba. È la valle delle nostre estati
e della nostra infanzia”.
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La via dei carri e la politica
di Dio
Da Canale a Garés sono sette chilometri. Garés è un gruppetto di case ai
piedi del Cimon della Stia, in faccia alle montagne del Mulaz e del Focobon. La
strada che la raggiunge taglia i campi di una valle verdissima e intatta.
“Venivamo scalzi quassù” dice Berto, camminando deciso su per la strada. “Oggi
questi campi sono incolti, ma allora! Erano come giardini. Ecco il Pian dei prà!”.
Con un balzo da ragazzo salta un piccolo fossato indicando una radura con le
mucche al pascolo. “È proprio qui che venivamo a falciare l’erba. È qui che la
mucca ha mangiato il quaderno dell’Albino... Su quei massi là, nei momenti di
riposo, si sedeva a leggere i libri che si portava sempre dietro”. “Insieme
partivamo da Canale a notte fonda” racconta “per essere qui prima dell’alba,
perché l’erba si poteva tagliare solo quand’era ancora umida di rugiada.
L’Albino aveva sempre indosso la talare mentre lavorava. Solo nelle ore più
calde l’appendeva ai rami di qualche albero. Alla sera poi, si caricava tutta
l’erba sul carro e tirandolo a braccia tornavamo a Canale”. “Io venivo più
tardi, appena faceva giorno, e portavo la colazione” interviene Nina. “Ma anche
per me il lavoro era tanto, dovevo girare tutta l’erba tagliata, per farla
asciugare al sole. Tu, Berto” dice ridendo al fratello, “mi dicevi sempre:
“Sbrigati! Sbrigati!”, e poi mi mandavi a controllare le trappole che avevi
sistemato per gli uccelli... Te lo ricordi questo, vero?... L’Albino però mi
aiutava. E mentre mi aiutava, mi raccontava e mi spiegava sempre tante cose...
del seminario, dei suoi amici lì”. “Una volta” ricorda “era l’estate del ’31,
proprio mentre eravamo intenti a questo lavoro, gli dissi che i fascisti mi
avevano strappato di dosso il distintivo dell’Azione cattolica. Lui allora mi
spiegò come in quel momento Pio XI era in conflitto aspro con il fascismo a
causa dell’Azione cattolica. Mi disse anche che i papi di nome Pio erano quelli
che avevano sofferto di più. Questo mi ritornò alla mente dopo la sua elezione,
quando ci confidò che il suo primo pensiero era stato di prendere il nome di Pio
XIII, ma poi aveva desistito, pensando ai settori della Chiesa che avrebbero
strumentalizzato questa scelta”. “Ce ne sarebbero di storie da raccontare”
riprende Berto. E indicando ancora prati e cime, riaffiorano gli anni lontani
della guerra, della resistenza combattuta tra i rifugi di questa valle e di
quando insieme all’Albino andavano alla Madonna della neve di Garés. Nina
sorride. Le ride viva negli occhi l’infanzia di questi luoghi. Al braccio
dell’amica Maria s’incammina verso un campo lì davanti. Per un attimo si lascia
prendere dalla nostalgia: “È qui che sono piantate le immagini più care. Le
immagini più belle che conservo sono di quando venivo incontro ai miei fratelli,
in questi prati, alle prime luci del giorno. Io, l’Albino me lo ricordo così,
mentre falciava nel chiarore dell’alba...”. “Dai, Nina! S’è fatto tardi adesso,
dobbiamo ripartire” taglia corto Berto, avviandosi spedito verso la macchina.
Dal finestrino ora corrono via veloci questi campi e questi ricordi, ma le
immagini di quelle albe restano come una promessa e tornano presenti le parole
che Albino Luciani aveva rivolto ai suoi paesani il giorno della sua prima messa
da vescovo a Canale: “La speranza è il sorriso della vita cristiana. La speranza
vuol dire aspettare. Noi cristiani siamo gente che aspettiamo qualche cosa di
bello, qualche cosa di straordinario dal Signore...”.
A Canale è già sceso il tramonto. Nina si ferma ancora, solo per un
attimo. “Ecco, è proprio da qui che partiva e terminava la strada battuta dai
nostri carri. Tante volte da qui sono andata incontro all’Albino vedendolo
tornare. Mi sembra ancora di vederlo... giù da questa strada tirando dietro il
carretto carico di fieno”. “La mia strada è la via dei carri, la più comune”,
aveva detto una volta il “Papa del sorriso”. L’aveva detto ricordando la vita di
una suorina veneta salita agli onori degli altari. “Ecco”, disse, “tutto ciò che
suor Bertilla Boscardin ha lasciato scritto: “La mia strada è la via dei
carri...”. Proprio così. Ci si cammina sopra senza che ci sia gente ad ammirare
o a battere le mani. Era il suo sistema, una specie di santo trucco con cui
sbaragliò in se stessa il cosiddetto “culto della personalità” e diede occasione
a Dio di manifestare una volta di più la Sua politica. Che è poi questa:
lasciare in basso i superbi e portare in alto gli umili”. ![]()