Semplice come un prete
qualunque
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Il cardinale Raúl Francisco Primatesta,
arcivescovo emerito di Cordoba (Argentina), “elettore” negli ultimi
due conclavi, racconta di una conversazione casuale iniziata fuori
da un ascensore con Albino Luciani appena fatto papa: «Mi
impressiona sempre, a ripensarci, la naturalezza semplice di
quell’incontro».
Intervista |
di Gianni
Valente
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Raúl Francisco
Primatesta | | |
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Raúl Francisco Primatesta, classe
1919, arcivescovo emerito di Cordoba (Argentina), cardinale “elettore”
negli ultimi due conclavi, di quell’estate del ’78 ha un ricordo nitido e
preciso fin nei particolari. E i particolari sono importanti. Basta il suo
racconto di una conversazione casuale, alla buona, iniziata fuori da un
ascensore con Albino Luciani appena fatto papa, per smentire coi fatti
tutte le chiacchiere sul montanaro goffo e preoccupato che sarebbe rimasto
vittima della sua “inadeguatezza” rispetto al compito a cui era stato
chiamato. Il cardinale argentino lo ricorda bene: anche la sera della sua
elezione, papa Luciani conservava la tranquillità leggera di chi sa per
esperienza che in simili tremende circostanze è inutile affannarsi e
pensare di contare sulle proprie forze. Insomma, era quasi un giorno come
tutti gli altri.
Eminenza, si ricorda
per caso come seppe della morte di Paolo VI?
RAÚL FRANCISCO PRIMATESTA: I primi di
agosto del ’78 mi trovavo sulle montagne della mia vecchia diocesi di San
Rafael, nella provincia di Mendoza, per alcuni giorni di vacanza.
Ritornavo da una passeggiata, e mi dissero che era morto il Papa.
Lei è vescovo dal 1957. Ed
è stato creato cardinale da Paolo VI nel concistoro del marzo ’73, lo
stesso in cui era diventato cardinale Albino Luciani. Cosa ricorda di papa
Montini?
PRIMATESTA: Lo
incontrai e ci parlai in alcune udienze. Paolo VI era un esempio di
spiritualità e di santità. Ha dovuto portare la Chiesa in tutto quel tempo
così difficile, dopo il Concilio, col continuo pensiero di schivare le
tante difficoltà, di non urtare, di accomodare le situazioni ed evitare
che i conflitti dividessero la Chiesa. Questa continua tensione, questa
premura senza requie che ha dovuto usare da Papa, hanno forse messo in
secondo piano la sua santità personale e la sua spiritualità, che
andrebbero riproposte ad esempio. E che durante le udienze si comunicavano
non tanto per i discorsi che si facevano, ma da cuore a cuore.
Negli ultimi anni di pontificato,
Paolo VI pareva avere una percezione drammatica della condizione della
Chiesa.
PRIMATESTA: Nel
’67, con il Credo del popolo di Dio, ripeté con formule suggestive
le cose essenziali della fede. Mi auguro che ci sia una certa continuità
tra il Credo del popolo di Dio di papa Montini e il compendio della
fede a cui si sta lavorando sulla linea del Catechismo della Chiesa
cattolica. L’intento mi sembra lo stesso: rendere accessibile al
popolo di Dio la dottrina della fede. Il Catechismo della Chiesa
cattolica pubblicato nel 1992 la espone in modo fermo, ma non è
maneggevole per la gente comune.
Quando arrivò a Roma per il conclave, che
atmosfera c’era? I cardinali avevano un’idea chiara di cosa bisognava
fare?
PRIMATESTA: In quei
giorni ho osservato strettamente la riservatezza prescritta. Facevo parte
da me stesso. Prima del conclave non ho partecipato a incontri informali
di cardinali. Per la verità non ricordo nemmeno se incontri simili ci
siano stati; comunque io non ne fui informato. Ero un vescovo della
lontana America. Cercavo solo di pregare un poco. Tenendo presenti le cose
che potevano aiutare un giudizio davanti a Dio.
A Roma c’era il cardinale Pironio, suo
connazionale, che veniva considerato tra i “papabili”.
PRIMATESTA: Pironio fu mio compagno
di seminario. Era un po’ più giovane e certamente più santo di me. In
Argentina i giornali dicevano che anche lui era un candidato. Era
conosciuto in quanto prefetto della Congregazione dei religiosi, era un
uomo di valore. Ma non parlai con lui di queste cose. Eravamo tanto
vicini, ma anche con lui mi attenni alla riservatezza prescritta.
Secondo ricostruzioni
ufficiose, i latinoamericani contribuirono alla rapidità dell’elezione di
papa Luciani, insieme a cardinali di provenienze e sensibilità diverse.
Come spiega questo consenso così diffuso?
PRIMATESTA: Fu un conclave veloce. Ma
se mi chiede quante volte votammo, non lo ricordo. Comunque, io credo che
la figura di Luciani si proponeva da se stessa. Una volta che si entrò
nell’ordine mentale del conclave, fu subito chiaro a molti che toccava a
lui diventare papa. Fu una convergenza spontanea. Non ci fu bisogno di
particolari valutazioni o compromessi sul suo nome. Il suo valore
riconosciuto era tutto nella sua personalità. Penso piuttosto che è stata
la mano di Dio che ci ha messo davanti questa persona per un tempo tanto
breve. Forse in quel modo Dio voleva mostrarci il cammino.
Quale cammino?
PRIMATESTA: Quello della semplicità e
della vicinanza al popolo. Continuando quella linea che era stata
introdotta con più forza da papa Roncalli. Per quello che si è visto, nel
poco tempo che gli è stato dato, papa Luciani era molto vicino alla
bonarietà di Giovanni XXIII. Un pastore fedele alla fede trasmessa dagli
apostoli e proprio per questo aperto e pieno di comprensione pastorale
davanti alle domande e ai problemi dei suoi contemporanei.
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Paolo VI e il cardinale Albino Luciani mentre
celebrano la messa durante il concistoro del marzo
1973 | | |
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Di quel
giorno conserva qualche ricordo particolare?
PRIMATESTA: Ne ho uno molto speciale. La
sera stessa della sua elezione, forse dopo cena, presi con lui l’ascensore
insieme ad altri cardinali. Noi altri eravamo diretti al terzo piano,
mentre papa Luciani scese al secondo. Lì per lì mi sembrò una cosa non
bella che il Papa appena eletto se ne andasse in giro tutto solo. Allora,
mi venne l’istinto di accompagnarlo, per reverenza. Prima che le porte
dell’ascensore si chiudessero, con un balzo scesi anch’io. Così,
camminando lentamente per i corridoi, conversammo per almeno un quarto
d’ora.
Di cosa parlaste?
PRIMATESTA: Mi parlava
tanto semplicemente, come un prete qualunque. Mi chiese dell’Argentina e
mi parlò di alcuni suoi parenti che vi erano emigrati e che vivevano nella
città di Rosario.
Come le
parve il nuovo Pontefice in quel colloquio?
PRIMATESTA: Mi impressiona sempre, a
ripensarci, la naturalezza semplice di quell’incontro. Quell’uomo era Papa
da poche ore, era facile da immaginarsi l’eccitazione, l’emozione. Eppure
in lui non c’era traccia di quel sottile irrigidimento di preoccupazione o
di quell’andare sopra le righe, come accade di solito a chi ha ricevuto da
poco investiture importanti. Stava lì, come se nulla fosse, a parlarmi,
con tutta la semplicità di questo mondo, di cose tanto ordinarie e
familiari, come le vicende dei suoi parenti emigrati lontano.
Un’impressione che non
combacia con chi descrive un papa Luciani spaesato, impacciato.
PRIMATESTA: La figura di
Luciani era quella di un vescovo santo, non di un ingenuo. Un uomo forte
nella fede. Semplice, vicino alla gente semplice, ma con una sicurezza di
fede e di azione.
Eppure
alcuni vedono anche nella sua morte improvvisa la riprova che era un
sempliciotto, schiacciato anche fisicamente dal peso del ruolo ricevuto.
PRIMATESTA: No, no. Papa
Luciani sapeva bene quello che doveva fare. Ma Dio ci ha solo mostrato la
sua figura, come per darci un colpo di luce.
Come seppe della sua morte?
PRIMATESTA: Quando mi
avvisarono, da noi era passata la mezzanotte. La mia reazione fu uguale a
quella di tanti altri. Incredulità davanti a una cosa che sembrava
impossibile, o un brutto scherzo. Fu un colpo durissimo; per me e per
tutta la gente. Un fatto che diede molto da pensare. Io tornai a Roma in
fretta e furia, e presi parte alle esequie del Papa.
Così si arrivò al secondo conclave del
’78.
PRIMATESTA: Wojtyla
era conosciuto soprattutto per il suo lavoro nella Segreteria del sinodo,
per i suoi interventi e per il suo lavoro alle assise sinodali. Io
personalmente lo conoscevo già dai tempi del Concilio, perché durante la
permanenza a Roma i vescovi argentini e quelli polacchi avevano avuto
insieme delle riunioni a via delle Botteghe Oscure, presso la chiesa dei
polacchi. Ricordo che una volta, durante le riunioni preparatorie per un
sinodo, dovevamo andare in Vaticano per un’udienza. Io avrei dovuto
prendere l’autobus, ma proprio lui mi diede un passaggio in macchina, fino
al cortile di San Damaso, dopo una sosta dal suo amico monsignor Andrzej
Maria Deskur.
Secondo lei
cosa orientò verso la scelta di Wojtyla, dopo tanti secoli di papi
italiani?
PRIMATESTA: Non
si pose tanto il problema se il papa dovesse essere italiano o di altri
Paesi. Doveva essere un papa che rispondesse alle necessità e ai problemi
della Chiesa, dopo Paolo VI e il Concilio. Wojtyla veniva da un Paese
lontano, ma nessuno poteva sottovalutare la sua personalità, conosciuta da
molti soprattutto per la sua partecipazione intensa nei sinodi. Si pensò
alle esigenze della presenza della Chiesa nel mondo, al suo ruolo in un
momento in cui l’ordine mondiale stava per vivere grandi mutazioni.
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