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Il cardinale Bernardin Gantin con il cardinale
Basil Hume, nell’agosto del
1978 | | |
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«L’ho detto già molte volte e non lo dirò mai abbastanza: Paolo VI
riempie il mio ricordo e il mio cuore di vescovo e di africano. Con tanto
rispetto e affetto lo chiamiamo “papa Paolo VI l’africano”: è stato il
primo successore di Pietro che ha messo piede nel nostro continente. Lo ha
fatto nell’estate del 1969 consegnandoci un grande messaggio: è arrivata
l’ora che voi possiate e dobbiate fare un cristianesimo africano, la
responsabilità è vostra. Quindi per noi africani la sua morte fu una
immensa ferita». Il cardinale Bernardin Gantin, 81 anni, è sempre commosso
quando ricorda la figura di Paolo VI. E anche quando rievoca quella di
Giovanni Paolo I. Nel 1978 era cardinale da un anno e ricopriva incarichi
nella Curia romana da sette, dopo che dal 1956 era stato ausiliare e dal
1960 arcivescovo di Cotonou, nel natìo Benin. Successivamente, dal 1984 al
1998 sarebbe stato prefetto della Congregazione per i vescovi. Dal 1993 al
novembre 2002 è stato decano del Sacro Collegio. Attualmente è decano
emerito ed è tornato a vivere nella sua Africa. Per ricordare quell’estate
del 1978, 30Giorni lo ha intervistato telefonicamente da Parigi,
dove si trova per un breve periodo di convalescenza.
Cosa ricorda del 6 agosto di venticinque
anni fa, quando papa Montini spirò?
BERNARDIN GANTIN: Ero in viaggio per la
Nuova Caledonia dove avrei dovuto celebrare la solennità dell’Assunta, il
15 agosto. Mi trovavo a Wellington, in Nuova Zelanda, quando la mattina il
nunzio Angelo Acerbi mi diede la terribile notizia. Non le dico lo
sconvolgimento del mio cuore. Si sapeva che era affaticato, ma non fino a
questo punto… Annullai subito il resto del viaggio. Insieme al nunzio e
all’allora cardinale Reginald J. Delargey, mi recai dal primo ministro a
comunicargli ufficialmente la morte del Papa. Non dimenticherò mai, mai,
le parole di questo uomo, un non cattolico, che poco tempo prima era stato
ricevuto in udienza da Montini: «Paolo VI è morto ma non dimenticherò mai
la mia ultima visita in Vaticano, risento ancora nelle mie mani il calore
del cuore del Papa». Che bello!
Quindi tornò a Roma?
GANTIN: Subito. Ricordo che all’aeroporto di Fiumicino un nugolo di
giornalisti accoglievano tutti i cardinali che arrivavano da tutto il
mondo. Uno di loro prese la mia valigia e cominciò a tempestarmi di
domande, chiedendomi anche per chi avrei votato al conclave! Ovviamente
risposi che non lo sapevo e che se anche lo avessi saputo non l’avrei
certo detto a loro…
Nell’Urbe partecipò ai funerali di Montini…
GANTIN: Fu per me un momento di
trepidazione, di grande preghiera, di commozione, di comunione col mio
popolo africano: Paolo VI nel 1971 mi aveva fatto l’onore di chiamarmi a
collaborare con lui nel governo della Chiesa universale.
Cosa può dire di quel primo conclave
del 1978?
GANTIN: Faceva
caldissimo. Soprattutto negli alloggi del Palazzo Apostolico. All’epoca
non c’era la bellissima Domus Sanctae Marthae attrezzata appositamente per
questa evenienza. Ci riunimmo con timore e tremore. Ma lo Spirito Santo
non volle tardare nel darci un successore di Paolo VI. Nel donarci questo
santo Pontefice che veniva da Venezia, il quale avrebbe detto al suo
autista prima di entrare in conclave: “La nostra macchina non va, portala
ad aggiustare, così appena è finito torniamo subito a casa”. Invece non ci
sarebbe più tornato. Dorme ancora nella Basilica di San Pietro.
Aveva già conosciuto Luciani da
patriarca di Venezia?
GANTIN: Non intimamente. L’avevo incontrato a Venezia per una riunione di
carattere ecumenico. Era un uomo molto affabile, semplice, umile. Ricordo
che aveva voluto ospitare a pranzo tutti i partecipanti anche se eravamo
molti e quindi stemmo piuttosto stretti a tavola... In quella occasione ho
saputo che aveva visitato l’Africa, il Burundi.
Subito dopo l’elezione scambiò qualche
parola con lui?
GANTIN: Ci
fu una cena con tutti i cardinali e lui passò a salutarci tavolo per
tavolo. Non ricordo chi erano i miei tre o quattro commensali, ma rammento
che erano tutti contentissimi.
Lei è stato l’unico a ricevere una nomina
curiale da Giovanni Paolo I nel suo breve pontificato. Il 4 settembre
infatti papa Luciani da propresidente la nominò presidente del Pontificio
Consiglio «Cor Unum». Non solo, Giovanni Paolo I la ricevette in
udienza nell’ultimo giorno del suo pontificato, il 28
settembre.
GANTIN: Sì, è
stata l’ultima udienza concessa ad un capo di dicastero. Eravamo in
quattro: il Papa, io, il segretario di «Iustitia et Pax», il gesuita Roger
Heckel, e quello del «Cor unum», il domenicano Henri de Riedmatten. Gli
altri tre sono tutti scomparsi, solo il sottoscritto è superstite di
quella udienza. Ricordo che in quell’occasione Luciani mi disse che prima
di venire a Roma per il conclave aveva promesso di andare a Piombino Dese,
paese della diocesi di Treviso, a visitare la parrocchia guidata da don
Aldo Roma. Impossibilitato a mantenere questa promessa, mi chiese di
andare al suo posto. Lo feci e da lì è nato un legame forte tra me e
Piombino Dese, di cui sono cittadino onorario. Un legame in memoria di
questo Papa che ci ha fatto incontrare.
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È il Signore che
dispone tutto. Gli uomini propongono e la Provvidenza dispone.
Certamente non è stato senza senso per il presente e per il futuro.
La brevità non impedisce la fecondità. Questa per me è una grande
lezione: lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, non dal nostro
pensiero e dal nostro sentire personale |
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Come
seppe della morte di Giovani Paolo I?
GANTIN: Lo venni a sapere in modo un
po’ paradossale. Pur essendo un ecclesiastico del Vaticano lo seppi da
fuori Italia. Erano circa le sei e trenta di mattina del 29 settembre, mi
stavo preparando per andare a celebrare la messa, quando un mio amico mi
chiamò dalla Svizzera per dirmi che il Papa era morto. Rimasi senza
parole. Ma come, è morto il Papa che mi ha ricevuto ieri
mattina…
Lei come lo aveva
trovato in quella udienza?
GANTIN: Molto bene. Fu lui a spostare le sedie affinché potessimo fare
una fotografia in cui si vedessero tutti i presenti. Conservo ancora
quella foto come una delle cose più preziose. Nessuno poteva immaginare
che poche ore dopo lui sarebbe andato nell’Eternità, presso il
Signore.
Quindi partecipò al
secondo conclave di quel 1978. I libri che ne parlano riportano una frase
che lei avrebbe pronunciato in quell’occasione: «I cardinali sono
sconvolti e cercano il da farsi nel buio»…
GANTIN: Eravamo sconvolti per la
morte di Giovanni Paolo I. Erano momenti di grande sconforto, ci sentivamo
orfani, addoloratissimi. Ma non senza speranza. Lo Spirito Santo che ci
aveva assistito non poteva abbandonarci.
La Congregazione delle cause dei santi
ha dato il nulla osta per il processo di beatificazione di papa
Luciani…
GANTIN: Non sono
più a Roma. Non posso pronunciarmi, anche perché ero membro di questa
venerata Congregazione. L’iter in questi casi è molto lento e prudente. Ma
se dovessi esprimere il mio pensiero ricorderei che Luciani è stato un
uomo che merita di essere proposto come modello ed esempio di adesione
totale alla volontà di Dio. Anche se nel cuore questa obbedienza al
Signore produce dolore, e un senso di piccolezza e di debolezza di fronte
alle grandi responsabilità cui si può essere chiamati.
Quale può essere il significato di un
pontificato breve come quello di Giovanni Paolo I?
GANTIN: È il Signore che dispone
tutto. Gli uomini propongono e la Provvidenza dispone. Certamente non è
stato senza senso per il presente e per il futuro. La brevità non
impedisce la fecondità. Questa per me è una grande lezione: lasciarsi
guidare dallo Spirito Santo, non dal nostro pensiero e dal nostro sentire
personale.