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TRADIZIONE
LUCIANI E LA CONFESSIONE La sua
pazienza ci aspetta
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«Il Signore è un padre che aspetta
sulla porta. Che ci scorge quando ancora siamo lontano, e
s’intenerisce, e correndo viene a gettarsi al nostro collo e a
baciarci teneramente... Il nostro peccato allora diventa quasi un
gioiello che gli possiamo regalare per procurargli la consolazione
di perdonare... Si fa i signori, quando si regalano gioielli, e non
è sconfitta, ma gioiosa vittoria lasciar vincere a
Dio!» |
di Stefania
Falasca
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Monsignor Albino Luciani quando era vescovo di
Vittorio
Veneto | | |
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A volte non ci sono dubbi. O è la
Provvidenza, o è la Provvidenza a disegnare le circostanze. È proprio il
caso di dirlo riguardo al santo confessore di Roma, il gesuita padre
Felice Cappello, e a papa Luciani. Non solo sono stati battezzati nello
stesso fonte battesimale della pieve di Canale, non solo erano lontani
parenti, e non solo l’uno (padre Cappello) era per l’altro lo specchio
della strada che avrebbe desiderato seguire. Entrate nella chiesa
parrocchiale di Agordo; il parroco, monsignor Lino Mottes, che ha
conosciuto bene entrambi, se glielo chiedete, vi condurrà in un lato in
penombra della chiesa: «Ecco, è quello lì, quello era il suo
confessionale. Quando veniva ad Agordo, padre Felice era sempre lì». Ve ne
indicherà poi un altro, di fronte a questo, vicino a una statua della
Madonna: «Quello invece era di Albino Luciani». Per un periodo la mano di
“Quel di sopra” aveva stabilito di disporli così. L’uno di fronte
all’altro. Nel confessionale. Dirimpettai nell’amministrare il sacramento
della riconciliazione. Erano gli anni 1936-1937. A quel tempo il futuro
Giovanni Paolo I era un giovane prete, un sacerdote novello che proprio il
fratello di padre Felice, monsignor Luigi Cappello, allora arciprete della
chiesa di Santa Maria Nascente di Agordo, aveva voluto a tutti i costi
come suo cappellano. Durante le estati di quegli anni, padre Felice veniva
quassù a trascorrere le vacanze. Era già un rinomato canonista e
stimatissimo professore della Gregoriana, e diffusa era anche la sua fama
di santo confessore. Così anche quassù finiva per ripetersi quello che
ogni giorno si ripeteva nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma. Inutile dire
la fila di gente che si allungava davanti al suo confessionale e come quel
bugigattolo con la grata diventava una sorgente d’acqua fresca per chi
aveva sete. Pochi minuti. Poche parole, le sue. Sempre le stesse. E vite
sfiorite e cuori invecchiati scoprivano che si poteva sempre ricominciare.
E ritornavano. Incoraggiati, fiduciosi, ritornavano. Anche Luciani, con
non minore bontà, attendeva alle sue pecorelle. Ma più che pecorelle
smarrite, chi andava ad inginocchiarsi al suo confessionale erano ronzanti
e dispettosi bambini di prima comunione, vivaci ragazzini, disordinati e
impazienti ragazzi. Così non poche volte, rivestendosi di tutta la
pazienza di nostro Signore, gli toccava anche uscire dal confessionale per
rimettere le cose a posto e richiamare al silenzio. Quando poi padre
Felice, terminata la vacanza, se ne tornava a Roma, anche tutti gli altri
andavano volentieri ad ingrossare la fila davanti al cappellano don
Albino. Tante volte dal padre Felice aveva sentito questa raccomandazione:
«Sermo brevis et rudis. Nei pareri e nelle decisioni tuttavia non
si usi mai la severità. Il Signore non la vuole. Si dia sempre la
soluzione che permetta alle anime di respirare». Quanto la vicinanza di
questo grande conoscitore della dottrina ferma e dei principi
inflessibili, che al confessionale affidava tutto alla grazia di Dio,
abbia lasciato un’impronta in Luciani, e quanto quel periodo sia stato
importante per lui, lo dirà egli stesso, proprio due mesi prima di salire
al soglio di Pietro. Il 29 giugno 1978. L’ultima volta che fece ritorno ad
Agordo. Durante l’omelia nella chiesa che lo aveva visto cappellano
ricordò quegli anni come i più belli della sua vita: «Ho confessato tanto,
quanto ho confessato!...». E per tutta la vita, se c’è una cosa che
davvero avrà ripetuto centinaia di volte, è proprio questa: «Come
sbagliano, come sbagliano quelli che non sperano! Giuda ha fatto un grosso
sproprosito, poveretto, il giorno in cui vendette Cristo per trenta
denari, ma ne ha fatto uno molto più grosso quando pensò che il suo
peccato fosse troppo grande per essere perdonato. Nessun peccato è troppo
grande, nessuno! Nessuno più della Sua sconfinata
misericordia!».
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La lavanda dei piedi, Rembrandt,Rijksmuseum,
Amsterdam | | |
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«Peccatori siamo tutti» (papa
Luciani) Salendo quassù per le vacanze, padre
Cappello passava a Padova a far visita al cappuccino Leopoldo Mandic, il
santo confessore che nel 1983 venne elevato agli onori degli altari. Anche
padre Cappello era dunque andato ad inginocchiarsi davanti al piccolo
frate di origine bosniaca, assaporando da penitente la stessa divina
misericordia che a sua volta elargiva senza posa dai suoi confessionali. E
come a padre Cappello, anche a Luciani era capitato di andare a
confessarsi da lui. «È stato nel marzo del ’28», ricorda Edoardo, il
fratello di Luciani. «L’Albino era piccolo, frequentava ancora il
seminario minore a Feltre, e il padre Leopoldo era andato là in visita al
seminario insieme al vescovo. Ascoltò diverse confessioni, tra cui anche
quella di mio fratello. L’Albino conservò sempre una memoria vivissima di
quell’incontro tanto che l’immaginetta di padre Leopoldo la portò poi
sempre con sé». Anche la sorella Antonia ricorda questo episodio
raccontatole dall’Albino: «Il padre Leopoldo lo confessò, gli prese poi il
viso tra le mani e gli disse: “Sta’ tranquillo, e segui la tua strada”».
Il 30 maggio 1976, da patriarca di Venezia, Luciani volle andare a
celebrare la messa nella chiesa dei Cappuccini a Padova, proprio accanto
alla celletta-confessionale del piccolo frate. Tutta l’omelia fu un
ricordo commosso del padre Leopoldo e del modo con cui egli confessava.
«Ecco», disse, «peccatori siamo tutti, lo sapeva benissimo il padre
Leopoldo. Bisogna prendere atto di questa nostra triste realtà. Nessuno
può a lungo evitare le mancanze piccole o grandi. “Però”, come diceva san
Francesco di Sales, “se tu hai l’asinello, e per strada ti casca sul
selciato, cosa devi fare? Mica vai là col bastone a spianargli le costole,
poveretto, è già abbastanza sfortunato. Bisogna che tu lo prenda per la
cavezza e dica: ‘Su, riprendiamo la strada. Adesso riprendiamo il cammino,
faremo più attenzione un’altra volta’”. Questo è il sistema e padre
Leopoldo questo sistema l’ha applicato in pieno. Un sacerdote, mio amico,
che andava a confessarsi da lui, ha detto: “Padre, lei è troppo largo. Io
mi confesso volentieri da lei, ma mi pare che sia troppo largo”. E padre
Leopoldo: “Ma chi è stato largo, figlio mio? È stato il Signore ad essere
largo; mica io sono morto per i peccati, è il Signore che è morto per i
peccati. Più largo di così con il ladrone, con gli altri come poteva
essere!”». E Luciani continuò dicendo: «Gesù da una parte si scontra col
peccato, “vittima di espiazione per i peccati”, dall’altra parte non si
scontra, ma s’incontra con i peccatori. Aprite le pagine del Vangelo, si
scontra col peccato, dice Giovanni Battista: “Ecco l’agnello di Dio che
toglie i peccati”. Leggete san Paolo: “È morto per i peccati”. Niente
peccati! Il Signore non lo vuole il peccato. Dall’altra parte, però,
quanta bontà! Quanta misericordia verso i peccatori! Io mi commuovo quando
penso che sì, Paolo VI ha fatto beato padre Leopoldo; però il primo
canonizzato, il primo uomo proclamato davanti a tutta la gente santo, è
stato un ladrone. Sulla croce Gesù ha detto: “Oggi stesso tu starai con me
in Paradiso”. A un assassino, a un ladrone!... E quanta bontà! Dicevo,
verso i peccatori! Quando gli han condotto l’adultera: “Donna, nessuno ti
ha condannata?”. “Nessuno, Signore”. “Donna, neanch’io ti condanno. Va’ in
pace e cerca di non farlo più”». E ritornando a padre Leopoldo, disse:
«Lui ha copiato fedelmente questo aspetto di Gesù: anche lui, come Gesù,
aveva paura del peccato, piangeva per il peccato, invece tutto il
contrario con i peccatori. Uno una volta gli ha detto: “Padre, ma lei è
tanti anni che confessa, ne ha sentite ormai di tutti i colori, a lei non
fa più impressione il peccato”. “Cosa dice, signore? Ma io ogni momento
tremo quando penso che gli uomini mettono a repentaglio la loro salute
eterna per delle sciocchezze, per delle cose futili”. Tremava, piangeva
per il peccato. Ma accoglieva il peccatore proprio come un fratello, un
amico, per questo non pesava confessarsi da lui. È andata una volta una
persona: erano vent’anni che non si confessava. Ha detto i suoi peccati.
Quando ha finito, padre Leopoldo si è alzato in piedi, gli ha preso le
mani e lo ha ringraziato: “Grazie, grazie che è venuto da me, ha accettato
che sia io a raccogliere il suo pentimento dopo tanti anni”. Era lui,
capite, che ringraziava!... Ecco cosa è stato, cos’è padre Leopoldo per
noi, lo specchio della bontà del Signore». A questa stessa bontà Luciani
si riferiva continuamente. A questa rimanderà sempre. Anche in quelle
poche udienze generali che ha fatto alla sede di Pietro come vicario di
Cristo. «Quanta bontà, quanta misericordia bisogna avere, e anche quelli
che sbagliano...». Così quel 6 settembre del ’78, nella sua prima udienza
generale. E quando fece quell’accenno all’umiltà, tutti percepirono che
nasceva dalla coscienza di essere miseri peccatori e dall’esperienza
vissuta del perdono: «Mi limito a raccomandare una virtù, tanto cara al
Signore che ha detto: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Io
rischio di dire uno sproposito, ma lo dico: il Signore tanto ama l’umiltà
che a volte permette dei peccati gravi. Perché? Perché quelli che li hanno
commessi questi peccati, dopo pentiti restino umili. Non vien voglia di
credersi dei mezzi angeli quando si sa di aver commesso delle mancanze
gravi. Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto
cose grandi, dite: “Siamo servi inutili”».
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Il ritorno del figliol prodigo, Rembrandt,
acquaforte, Pierpont Morgan Library, New
York | | |
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«Che cosa sarebbe di me, poveretto se non ci fosse la confessione?»
(santo Curato d’Ars) Di quelli che sono stati poi confessori
di Albino Luciani, si ricordano in particolare alcuni monaci della Certosa
di Vedana, convento in cui egli amava recarsi spesso fin dai tempi di
Belluno e che frequentò anche per tutto il periodo che fu vescovo di
Vittorio Veneto. E se nei trentatré giorni di pontificato lasciò come suo
confessore il gesuita Paolo Dezza, che lo era stato di Paolo VI, quando
stava a Venezia andava di frequente ad inginocchiarsi al confessionale del
padre Leandro Tiveron, gesuita anche lui. Schivo e riservato, il padre
Tiveron riguardo al suo illustre penitente rilasciò, dopo la sua morte,
solo poche parole: «Luciani è stato un esempio di coraggio e
d’incrollabile fiducia in Dio, d’umiltà unita ad una grande fortezza di
spirito». Sono parole che rimandano ancora una volta a quella storia umana
buona, semplice e misteriosa che Luciani aveva incontrato da bambino nella
fede di sua mamma, di don Filippo Carli, il suo parroco di Canale, amico e
coetaneo di padre Cappello. Così tante volte aveva ricordato le preghiere
insegnategli dalla mamma e ricordato la sua infanzia a Canale, e gli
episodi di quella umanissima pietà, di devozione, di amore per Gesù che
aveva visto e vissuto da bambino. Al suo parroco, è vero, era debitore. Se
era diventato prete lo doveva a lui. Da lui aveva imparato che per un
prete non c’è cosa più grande e fruttuosa che battezzare, dare
l’eucarestia, assolvere dai peccati. In persona Christi. E da lui
aveva imparato anche tutta la sincerità e l’umiltà nella confessione.
«Guardate» disse una volta Luciani in un incontro durante la Quaresima
«che il Signore ci ha dato la confessione quale strumento della Sua
misericordia e quindi di pace per noi. Non bisogna angustiarsi, avere
troppe paure. E non bisogna rimuginare sui peccati commessi. Li avete
confessati? Basta, non pensateci più. Certo la confessione deve essere
semplice, limpida. Qualcuno quando va a confessarsi, fa un esame di
coscienza un po’ complicato, perché pensa: bisogna che faccia bella
figura. “Non è posto da far belle figure quello!”, diceva sempre il mio
parroco. Allora non è semplice: meglio dir chiaro, con poche parole,
quello che si ha da dire. Quello che è stato, con brevità, con umiltà,
senza circonlocuzioni... E più che addentrarsi in esami di coscienza
troppo complicati è più importante chiedere al Signore di farci sentire il
dolore di quei peccati». La pazienza nello spiegare con chiarezza le
formule del catechismo, con esempi comprensibili a tutti ed efficaci, è
sempre stata una prerogativa di Luciani. «Una volta durante una lezione di
catechismo a Canale», ricorda la sorella Antonia, «sentii l’Albino
spiegare l’importanza della confessione con degli esempi raccontati dal
Curato d’Ars, il quale spesso ripeteva: “Che cosa sarebbe di me,
poveretto, se non ci fosse la confessione? Che cosa sarebbe di noi?”. E
raccomandava di confessarsi con frequenza. “Le mamme” diceva poi l’Albino
“non cambiano forse spesso i loro bambini? E anche l’anima è così:
mancanze ne abbiamo sempre e lavarci dobbiamo sempre, non una volta, due
l’anno, confessarsi spesso, se si può”». Ai suoi sacerdoti indicava
esplicito: «Siamo fedeli a ciò che dice il codice: Frequenter. Vari
sinodi dicono: ogni settimana. Cercate di essere fedeli. Un po’ di fatica,
ma poi si sta meglio, si è più contenti, si riprende forza. Anche il
continuo pentimento, il continuo umiliarsi è utile e salutare». Gli anni del patriarcato a Venezia sono
stati i più difficili per Albino Luciani. Ed è lì, a Venezia, che dovette
prendere atto con amarezza di quanto quella cara eredità cristiana fosse
sempre più lontana dall’orizzonte della vita. «Sempre più spesso si sente
dire: “Il peccato non esiste”. Questo modo di pensare è proprio all’ultima
moda e fa paura», scriveva in un lettera ai parroci, e riprendeva: «Ci
sono sacerdoti che non credono più tanto alla confessione... Peccati ce ne
sono sempre stati, fioccavano, c’è poco da dire, anche nel medioevo
cristiano. Ma la gente sapeva di peccare, spaccava la legge anche con
peccatacci, ma continuava a rispettare la legge spaccata e neppure si
sognava di negare il peccato. Adesso invece dicono che leggi non ce ne
sono, e peccati ancor meno... è questo che mette paura». Nel ’74, in
occasione degli esercizi spirituali per il clero disse: «Non ho nessun
desiderio di fare l’eresiologo; a volte, tuttavia, è forte in me la
tentazione di segnalare tracce di quietismo e di semiquietismo, di
pelagianesimo e di semipelagianesimo in scritti e discorsi che o
descrivono il lavoro pastorale come tutto dipendesse dagli uomini o
parlano di noi poveri uomini come se non avessimo più nulla a che vedere
con il peccato...». E a quei sacerdoti, che lamentavano un calo delle
confessioni, deciso rispose: «Il peccato mortale spoglia le nostre anime.
Ruba all’anima la grazia. Il trattato De gratia l’avete fatto, e
conoscete gli effetti della grazia sull’anima... La confessione è il banco
dal quale si distribuisce il sangue di Cristo, è una croce rossa in cui si
aggiustano le ossa rotte dal peccato. Una cosa portentosa... Ma ripeto,
come si confessano se non si è spiegato chiaro l’esame di coscienza, il
dolore, il proponimento e le altre cose? E ripeto, soprattutto, chi va a
confessarsi se non avete detto cos’è la grazia di Dio e quanto è
preziosa?».
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Cristo e l’adultera, Rembrandt, Sala delle
Stampe,
Monaco | | |
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«Da quod iubes, iube quod vis» (sant’Agostino)
Nel gennaio del 1965,
Albino Luciani, vescovo di Vittorio Veneto, tenne un corso di esercizi
spirituali a sacerdoti di varie diocesi del Veneto. A quegli incontri
aveva voluto dare questo tema: Historia salutis. Prese a parlare
prendendo spunto dalla parabola del Buon Samaritano: «Il Buon Samaritano è
Gesù», disse, «lo sfortunato viaggiatore siamo noialtri». E iniziò con
queste parole: «Historia salutis vuole dire questo: il Signore
corre dietro agli uomini». Riscossero un tale successo che il testo di
quegli incontri venne poi pubblicato. Alcune parti riguardano proprio la
grazia. Il Concilio di Trento, spiega Luciani, dice: «“Nessuno ardisca
accettare quella temeraria affermazione, rifiutata anche dai Padri, che i
comandamenti di Dio sono impossibili da osservare. Dio infatti non comanda
cose impossibili, ma quando comanda, esorta a fare ciò che si può fare, e
a domandare a lui ciò di cui non si è capaci, e nello stesso tempo aiuta a
esserlo”. Diceva sant’Agostino: “Agnosce ergo gratiam eius cui debes quod
non commisisti”, riconosci dunque la grazia di Colui al quale sei debitore
se non hai commesso certi peccati, e continuava: “Nullum est peccatum quod
fecit homo, quod non possit facere et alter homo, si desit rector a quo
factus est homo”, non c’è peccato fatto da uomo, che un altro uomo non
possa commettere, se viene meno l’aiuto di Colui che ha fatto l’uomo».
Commentava dunque Luciani: «Il Paradiso è un po’ alto e noi stentiamo ad
arrivarci. Ebbene, noi ci troviamo nella situazione di una piccolina, di
una bambinetta che ha visto le ciliege, ma non arriva a prenderle; allora
bisogna che venga il papà, la prenda sotto le ascelle e dica: su, piccola,
su! Allora sì, la alza e lei può prendere e mangiare le ciliege. Così
siamo noi: il Paradiso ci attrae, ma per le nostre povere forze è troppo
alto. Guai a noi se non viene il Signore con la sua grazia! Lo stesso
sant’Agostino ripeteva spessissimo una preghiera: “Da, Domine, quod iubes,
et iube quod vis”. Signore, io non ci arrivo, dammi tu di fare quello che
comandi, dopo comandami quello che vuoi, ma dopo che mi hai dato la grazia
di farlo. Tutto è possibile con la grazia di Dio. Ci è necessaria la Sua
grazia. Quindi lasciate che ora vi dica una parola sulla preghiera». E
raccontò questo episodio: «Padre Mac Nabb, famoso domenicano che predicava
a Londra, diceva: “Io, quando sono in confessionale, mi rivesto proprio
della pazienza del Signore. Qualunque cosa mi dicano, non mi sento mai
agitato: anche se sono peccati orribili. Dico: il Signore perdonerà, è
venuto qui, si è umiliato... fa’ cuore, fa’ cuore... C’è solo
un’eccezione: quando mi arriva uno che dice di aver trascurato la
preghiera. “Ma non ha pregato proprio mai?”. “No, padre, non ho pregato
mai”. “Ah”, dice, “è quella la volta che metterei fuori la mano dal
finestrino e quattro sberle gliele darei proprio volentieri!”. Ma come si
fa a questo mondo» riprende a dire Luciani «inclinati al male come siamo,
deboli come siamo, a non pregare? A non chiedere la grazia, l’aiuto di
Dio? Vuol dire che non si ha proprio cognizione della realtà, che non si è
capito proprio niente... non si può mica andare avanti senza preghiera,
senza la fiducia nella grazia di Dio. “Voglio che domandiate” l’ha detto
Gesù stesso, e che “insistiate” anche... “Voglio che domandiate”. “Basta
che domandiate, basta che abbiate fiducia, speranza”. Omnia possibilia
sunt credenti. “Da parte mia si può tutto, basta che tu abbia fede”.
Quante volte... Spero dalla bontà Vostra, recita l’Atto
di speranza, vuol dire: aspetto con certezza. “Attender certo” diceva
Dante. Non è facoltativa la speranza, è obbligatoria...». «Ma intanto la Sua pazienza ci aspetta»
riprese infine Luciani. E ancora, di nuovo, tornando all’inizio della
Historia salutis: «Perché, vedete, è Lui che vuole incontrarci, e
non si perde d’animo anche se scappiamo: “Voglio provare ancora, una
dieci, mille volte...”. Alcuni peccatori non lo vorrebbero a casa loro.
Andrebbero perfino a prendere il fucile per farlo morire e non sentir più
parlare di Lui. Non importa, Lui aspetta. Sempre. E non è mai troppo
tardi. È così, è fatto così... è Padre. Un padre che aspetta sulla porta.
Che ci scorge quando ancora siamo lontano, e s’intenerisce, e correndo
viene a gettarsi al nostro collo e a baciarci teneramente... Il nostro
peccato allora diventa quasi un gioiello che gli possiamo regalare per
procurargli la consolazione di perdonare... Si fa i signori, quando si
regalano gioielli, e non è sconfitta, ma gioiosa vittoria lasciar vincere
a Dio!».
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